Le donne nel mito, parte sesta: Didone

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“Vieni dal mio al tuo viso il tuo segreto;
Replica il mio le care tue fattezze;
nulla contengono di più i nostri occhi
e, disperato, il nostro amore effimero
eterno freme in vele d’un indugio.”
[Cori descrittivi di stati d’animo di Didone, VIII – Giuseppe Ungaretti]

 

 

Quando si parla di Didone non si può fare a meno di associarla al personaggio dell’ Eneide di Virgilio, ma il suo mito è ben più antico, come ci tramanda lo storico greco Timeo di Tauromenio, vissuto tra il IV e il III secolo a.C.
Timeo riporta che Elissa, o Theiosso, figlia del Re Mutto di Tiro, scappò dalla sua patria quando Pigmalione, il di lei fratello, succedette al trono paterno, dopo aver assassinato Sicheo.
Ella fuggì assieme ad alcuni suoi concittadini, portando con sé tutti i suoi averi. Alla fine della sua fuga giunse in Libia, dove le fu dato il nome di Didone dalla popolazione autoctona. Costruita Cartagine, senza però che Timeo accenni alla storia della pelle di bue, Didone, per sfuggire alle pressioni del re libico Iarba, che la voleva prendere come moglie, si uccise gettandosi in una pira, onde non tradire la memoria del primo marito Sicheo.

 

 

“E’ stato detto prima che il vero nome di Didone fu Elissa, ma dopo la sua morte fu chiamata dai Cartaginesi Didone, che in lingua punica vuol dire donna capace di virilità, poiché quando fu costretta dai suoi concittadini a sposare uno qualsiasi dei re d’ Africa, ed ancora legata al suo primo marito dall’ amore, forte nello spirito si uccise e si gettò sulla pira.”.

 

[Commentarii in Vergilii Aeneidos libros I, 340 – Servio Mario Onorato, trad. a cura di M. Carlesi]

 

In un importante articolo di Giovanni D’ Anna era evidenziato che “In due luoghi del corpus serviano viene data notizia che, secondo Varrone, non Didone ma Anna era stata amata da Enea e che era poi uccisa in conseguenza della sua passione.” [Serv. auct. ad Ae. 4, 682].
Secondo Servio l’ amore tra Anna ed Enea sarebbe più logico, poiché Didone, sia da come era stata tramanda dal mito, sia come narrata dal medesimo Virgilio, era ancora profondamente legata alla memoria del marito.
Offrendosi ad Enea, Didone non avrebbe onorato il marito, e quindi, secondo Servio, ci troviamo di fronte ad un’incoerenza di Virgilio, spiegabile con la tecnica di questi di alludere ad una versione del mito, scartata in precedenza.
Lo storico romano Giustino, nel III secolo d.C., ci racconta del sacrificio di Didone che :

“Prese sei mesi di tempo, fece innalzare alla estrema periferia della città un rogo e vi sacrificò numerose vittime sia per placare l’ animo dello sposo sia per propiziare nuove nozze; poi prese un pugnale, salì sul rogo e, rivolta al popolo, disse che, così come le avevano imposto, avrebbe raggiunto il marito e si trafisse con il pugnale. Da quel giorno Cartagine divenne invincibile e Elissa ebbe onori di dea.”

 

[Cartagine: un impero sul Mediterraneo – E.Acquaro]

 
Secondo alcuni studiosi, la morte di Elissa-Didone sul rogo, e la sua successiva divinizzazione, era una certezza per la città, poiché fondava una sorta di garanzia per la città, con il suo nume che difendeva la città. Il modo, poi, con cui si era tolta la vita aveva, forse, dato legittimità alla tradizione dei sacrifici umani, molto usati poi dai cartaginesi, come testimoniano le urne, rinvenute nella zona, contenenti i resti carbonizzati di infanti e bambini.

 

“-Dolci spoglie, finché il fato e il dio permettevano
accogliete quest’anima, e liberatemi da queste pene.
ho vissuto, e percorso la vita che aveva assegnato la sorte,
e ora la mia ombra gloriosa andrà sotto terra.
Ho fondato una splendida città, ho veduto
mura da me costruite, vendicato lo sposo, punito
il fratello nemico; felice, troppo felice, se solo le navi
dardiane non avessero mai toccato le nostre rive!-.
Disse, e premendo le labbra sul letto: -Moriremo invendicate,
ma moriremo.- esclamò -Così desidero discendere tra le
ombre.-“.

 

[Eneide, libro IV, vv.651-60 – Virgilio, trad. a cura di Ettore Paratore]

 

 

La morte di Didone, nell’ Eneide di Virgilio, si trasforma, acquisendo un nuovo significato di sacrificio, simile ad un rito magico.

 

 

“La regina, innalzando nell’ aria un grande rogo
nel segreto del palazzo, con pino resinoso e tavole d’ elce,
ricopre il luogo di serti e lo corona di fronda
funerea; sopra pone le spoglie e la spada
abbandonata e l’ effigie sul letto, non ignara del futuro.
Sorgono intorno le are, e la maga, sparsa i capelli,
chiama a gran voce trecento volte gli dei e Erebo
e Caos e la triplice Ecate e la triforme vergine Diana.
[…] Lei sparge la farina sacra e con le pie mani, presso l’ altare
[…] moritura chiama a testimoni gli dei e le stelle
consapevoli del fato […].”.

 

[Eneide, libro IV, vv. 505-20 – Virgilio, trad. a cura di Ettore Paratore]

 

 

La donna, infatti, cadendo nella più cupa della disperazione sembra celare dietro ad un rito magico la preparazione del suo stesso suicidio.
Didone chiama a sé colei che “permette di liberare con incantesimi le menti”, cioè una la maga, il cui compito è quello di compiere le invocazioni rituali. Sparge, inoltre, sostanze magiche onde richiamare in quel luogo le potenze divine attraverso la sua arte, ma nulla di più, ogni cosa sarà nelle mani di Didone, da quel momento.
Didone, però, non è in sé, ma bensì, come ci descrive Virgilio è invasa dalla follia e si lascia vincere dal dolore, ed in quel momento decide che l’ unico modo. per sfuggire ai suoi stessi sentimenti, è quello di uccidersi.
Il suicidio è per Didone un mezzo di vendetta contro Enea, infatti era credenza comunque che coloro che morissero di morte violenta, sia vittima di omicidio che di suicidio, sarebbero rimasti tra i vivi, come spiriti, per tormentare coloro che ne avevano causato la morte, tanto che Didone minaccia Enea di punirlo persino nell’ aldilà: “[…] T’inseguirò lontana con neri fuochi, e quando la fredda morte avrà separato le membra dall’ anima, ti sarò fantasma dovunque. Subirai il castigo, malvagio.“.
La forza nefasta del suicidio si va a sommare a quella del rito, tenutosi prima della morte della donna, però per Didone la morte è anche l’unico modo per liberarsi del dolore, non solo del tradimento consumato da Enea con la sua partenza, ma di quello che ella ha perpetrato nei confronti della memoria di Sicheo, rompendo il voto che ella aveva fatto sulle ceneri del marito.
Ma questa suicidio ha una terza valenza, oltre a quello magico e all’allentamento dal dolore, quello della vittima sacrificale offerta in olocausto.
La figura della Didone virgiliana, così carica di pathos tragico, non può non richiamare le storie di Medea e di Arianna, entrambe abbandonate dal proprio amante ed entrambe sole in terra straniera. Tutte e tre sono state tradite da uno straniero, al quale loro si era affidate e del quale si erano fidate, prima di venire dimenticate.
La passione di Didone ricorda quella della giovane Medea, che si adopera affinché Giasone riesca nel suo intento. Mentre Medea, però, uccide il suo stesso sangue ed Arianna è colpevole di aver aiutato Teseo ad uccidere suo fratello, il Minotauro, invece Didone è colei che :

“dava leggi e diritti agli uomini, divideva la fatica
delle opere in giuste parti […].”

 

[Eneide, libro I – Virgilio, trad. a cura di Ettore Paratore]

 

 

Didone è una Regina giusta, intenta a governare un popolo che lei stessa ha condotto su quella terra, ove ha fondato una città con l’ arguzia del suo ingegno. Non è regina perché moglie di Re, ma perché se l’ è guadagnato con la sua stessa fatica. L’ abbandono di Enea fa tornare Didone ad essere regina, conscia del suo ruolo e dei suoi doveri, e acquisendo nuovamente la dignità perduta, si rende conto che il suicidio è l’ unica scelta, proprio come nella Fedra di Euripide, dove il darsi la morte è l’ unica strada dignitosa da intraprendere.

 

“Virgilio […] ha costruito un epillio mitologico del tipo di quelli cari ai poetae novi, facendo così di Didone la deuteragonista del poema, al punto che essa, come alcuni compagni di Enea (Deifobo, Palinuro), ricomparirà di fronte all’eroe durante la sua discesa agl’Inferi.”.

 

[Ettore Paratore nell’introduzione dell’Eneide, edizione Oscar Mondadori, 2005]

 

 

Virgilio usa la storia di Didone ed Enea per uno scopo con ben più ampio respiro: l’ odio tra Roma e Cartagine.
Sotto la guida di Augusto, all’ epoca Ottaviano, Antonio e Cleopatra erano stati sconfitti nella battaglia di Azio, e la pace era tornata in un impero scosso da anni di guerre civili. Per Virgilio fu semplice affiancare l’ immagine della sua Didone a quella di Cleopatra, poiché entrambe, agli occhi del popolo romano, incarnavano l’ Oriente istintivo e carnale. Così come Antonio, anche Enea si era fatto avvolge da quella orientale regina, che lo voleva legare a sé, facendogli dimenticare, per un breve periodo, il suo vero compito. Con l’ intervento divino Enea aveva ben presto ripreso il suo cammino, antecedendo, al contrario di Antonio, lo stato, il destino a la ragione alla lussuria e all’ amore.
Oltre ad un amore tragico, le due regine sono accumunate da una, altrettanto tragica, morte, entrambe, infatti, si suicidano riscattando il loro onore tradito.
Questa Roma trionfante sull’elemento orientale è pura propaganda augustea, dove Augusto si fa proclamare portavoce del mos maiorum, tanto caro alla società romana, divenendo egli stesso baluardo degli antichi costumi romani, minacciati dalla decadenza causata dalla corruzione e dal lusso orientale.
Quindi, mentre in Timeo incontriamo una Didone forte e fedele, tanto da uccidersi per non prendere marito, la Didone virgiliana è una creatura sofferente ed abbandonata, che si suicida proprio con la spade del suo amato.

 

 

“Ha segnato la mia rovina quel giorno in cui un grigio temporale ci spinse, per un acquazzone improvviso, nella cavità di una grotta. Avevo udito delle voci, credetti che fossero ululati delle ninfe: erano invece delle Eumenidi che davano il segnale del mio destino. Esigi una punizione, o pudore offeso, e voi sacre leggi del matrimonio pronate e tu, mio buon nome, che non ho conservato fino alla morte e anche voi, miei Mani, e tu anima e cenere di Sicheo, cui sventurata vado incontro piena di vergogna. […] Il mio sposo è morto assassinato presso l’ altare di Tiro e mio fratello si gode la ricompensa di un delitto così grande. Vengo costretta all’ esilio e abbandono le ceneri di mio marito e la mia patria […]. Sfuggita al fratello e al mare, approdo tra gente sconosciuta […]. Fondai una città […] invidia delle regioni vicine. Piacqui a mille pretendenti […].”.

 

[Heroides, Didone a Enea, Epistola VII – Ovidio, trad. a cura di E. Salvadori]

 

 

Nelle Heroides, scritte tra il 25 e il 16 a.C. quindi non molti anni dopo l’ ascesa di Augusto, Ovidio ci mostra una Didone completamente diversa da quella virgiliana.
Ella piange e si dispera, dimentica della forza che ci era stata tramandata sia da Timeo che da Virgilio; ella supplica il suo amato, perdendo la sua dimensione mitica, ed avvicinandosi all’ essere una semplice donna abbandonata dal suo amore.

 

 

“Accogli, discendente di Dardano, il carme di Elissa che sta per morire: quelle che leggi sono le ultime parole che ti vengono da me. […] Avendo gettato via con disonore la mia buona reputazione dovuta ai meriti e la purezza del corpo e dell’ anima, è cosa da poco sprecare delle parole.”.

 

[Heroides, Didone a Enea, Epistola VII – Ovidio, trad. a cura di E. Salvadori]

 

 

L’ Enea ovidiano è l’ antitesi di quello virgiliano, infatti nel primo non troviamo più la pietas che aveva caratterizzato il secondo; egli è solamente un bugiardo che ha vigliaccamente illuso una donna che sapeva di dover abbandonare, promettendole ciò che non avrebbe mai potuto darle.

 

 

“Oh, se tu vedessi l’ immagine di chi ti scrive! Scrivo e tengo in grembo la spadra troiana; lungo le guance le lacrime scivolano giù sulla spada sguainata, che fra poco sarà bagnata di sangue, anziché di lacrime. Come si adattano bene al mio destino i tuoi doni! Con poca spesa prepari il mio sepolcro. […] E, una volta divorata dal fuoco, non sarò più indicata come Elissa, moglie di Sicheo, ci saranno soltanto questi versi incisi nel marmo del sepolcro: -Enea fornì il motivo della morte e la spada; Didone si tolse la vita con la sua stessa mano.-“.

 

[Heroides, Didone a Enea, Epistola VII – Ovidio, trad. a cura di E. Salvadori]

 

 

Didone ha perduto due delle cose per lei fondamentali per vivere: il suo onore ed Enea. Ella non è più la donna forte ed astuta, descritta da Timeo, capace di superare la morte di Sicheo, avvenuta per mano di Pigmalione, e di costruire una città dal nulla, questa nuova Didone è una donna in difficoltà che si sente sola in terra straniera. Cartagine, una volta partito Enea che l’ ha derubata del suo amore e del suo onore, non è la città da lei costruita con arguzia e sacrificio, ma suolo a lei straniero.
La Didone elegiaca, nonostante gli ondeggiamenti della passione, non odia l’uomo che l’ha abbandonata, anzi è pronta a sottomettersi secondo le regole elegiache, al sertium amoris e di seguire Enea per mare, anche solo come hospes.

 

“Riacquistati lucidità e controllo, Enea si rende conto della insostenibile vergogna della situazione: lui, l’ eroe destinato a perpetuare il sangue troiano, ridotto a essere ‘schiavo di una donna’. La decisione è immediata: riprenderà la via del mare. Subito, senza attendere un solo istante. Ma come dirlo a Didone, come spiegarglielo? Enea sceglie un metodo a dir la verità non molto originale: metterà Didone di fronte al fatto compito. Antesignano -nelle sue speranze- degli innumerevoli uomini che, nei secoli, usciranno di casa per andare a comprare le sigarette e non faranno mai ritorno, Enea è pronto a salpare.”.

 

[Dammi mille baci, Enea e Didone – Eva Cantarella]

 

Come descritto dalla Professoressa Cantarella, ben poco di eroico c’è in Enea, l’ uomo che abbiamo visto essere soccorso più e più volte dalla madre Venere, quando in difficoltà. Una figura tanto meschina da partire di soppiatto ben poco entra in simbiosi con la forza di una donna che, fatta giustizia del marito ucciso, seguita da pochi fedelissimi,è giunta in terra straniera e, con le sue sole forze, ha fondato una città. Didone avrebbe avuto poco da guadagnare con accanto Enea, soprattutto visto chi era la suocera.

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