Cleopatra, fatale mostrum.

Cleopatra

“La consorte Egizia di un condottiero Romano, erroneamente confidando nel matrimonio contratto, cadrà, ed invano avrà minacciato di asservire il nostro Campidoglio al suo Canopo.”.

                                                             [Ovidio, Metamorfosi, 15, vv 826-28]

Nel 31 a.C, con la vittoria ad Azio su Antonio e Cleopatra, Ottaviano, che di lì a poco assumerò il titolo di Augusto, diviene padrone di tutto l’ impero romano, riunendo sotto di sè l’ occidente e l’ oriente, mettendo fine alla guerra civile che imperversava da anni e dà così vita ad un tempo di pace, la pax Augusta, subito celebrata con entusiasmo da parte dei poeti e degli scrittori augustei.

Per poter eloggiare maggiormente il trionfo dell’ occidente,Ottaviano,  sul corrotto oriente, Antonio, i poeti necessitano di una parte nemica da screditare, per rendere la gloria dell’ Augusto ancora più magnifica.

Simbolo del degenerato sistema dei lascivi valori, più che Antonio, condottiero romano, fu individuato, dalla propaganda augustea, in Cleopatra.

La regina egiziana venne descritta come la mente, come la fonte stessa della decadenza, della dissolutezza, tipica dell’ oriente, instillata in Antonio, che aveva reso inevitabile il conflitto.

“Un condottiero Romano

ohimé [Voi non lo crederete mai posteri]

succube di una femmina

trasporta le palizzate e le armi

e ha il coraggio di prendere ordini da flaccidi eunuchi

e in mezzo alle insegne militari [che vergogna] il sole vede una turpe zanzariera.”.

 

                                                                                                      [Ovidio, Epodi 9, vv. 11-16]

Antonio è descritto, dai poeti e dagli storici del tempo, come una sorta di vittime, colpevole di aver ceduto al fascino di Cleopatra, la quale in passato già ammaliò il prode Giulio Cesare.

“[Cesare] ebbe per amanti molte regine […] come scrive Nasone. […] la sua più grande passione fu però Cleopatra. […] La fece venire a Roma e poi la rimandò in Egitto, dopo averla colmata di onori e magnifici doni, permettendole di dare il proprio nome al figlio nato dal loro amore.”.

                                                                                            [Svetonio, Vite dei Cesari, 1, 52]

Antionio è succube, come colui che l’ ha preceduto nel talamo, della volontà della donna, piegato ai voleri dei turpi ed imbelli collaboratori di questa.

Ottaviano ebbe presa facile, facendo leva sulla tradizione misogina e xenofobica dei romani, additando Cleopatra, donna e straniera, come la vera nemica di Roma.

Questa immagine, di nuova Elena, si trasmise prima agli storici e poi fu definitivamente cristallizzata dai poeti della corte dell’ Augusto.

 

“Che dire di colei che nel recente passato trascinò nell’ obbrobrio

le nostre armi, e donna consunta dalla vicinanza dei suoi servi,

al depravato consorte chiese come prezzo le mura romane,

e che i senatori romani diventassero schiavi del suo regno?

[…] Certo la regina meretrice della corrotta Canop,

il principale marchio d’ infamia della superstite stirpe di Filippo,

osò opporre al nostro Giove il latrante Anubi,

e costringere il Tevere a sopportare le minacce del Nilo,

respingere la tromba Romana con il crepitante sistro,

e inseguire i rostri delle liburne con le pertiche delle zattere egiziane,

tendere turpi zanzariere sulla rupe Tarpea,

dettare leggi fra e statue e le armi di Mario!.”

 

[Properzio 3,11,29-46, trad. L. Canali]

Il discorso aggressivo di Properzio non è certo l’ unico che aiutò a creare l’ immagine di Cleopatra, come di una donna fatale e senza scrupoli, animata da un’ insaziabile sete di potere, la quale, con le , armi del suo fascino e della sua luxuria, tentò e quasi ottenne, utilizzando le sue doti di seduttrice, di divenire domina di Roma, che sarebbe stata deviata ai degenerati e lascivi valori e costumi orientali.

Tutte le rappresentazioni della regina egiziana, ad eccezione di Orazio, nella poesia augustea sono animate dal medesimo astio, e mettono in rilievo sempre gli stessi tratti negativi.

Il disprezzo, nei confronti della donna da parte dei diversi autori, è misurato anche da quella sorta di ostracismo  che vigeva nei confronti del nome della stessa Cleopatra; essa non è mai direttamente nominata, ma viene sempre definita attraverso gli appellattivi come mulier, famina o regina, usati chiaramente con tono dispregiativo.

“Ora bisogna bere, ora bisogna battere la terra
con danze sfrenate,ora, amici, era tempo
di colmare il cuscino degli dei con vivande degne dei Salii.

Prima non era lecito portar fuori il Cecubo
dalla avite cantine, mentre la regina preparava,
nella sua follia, la rovina del Campidoglio
e la distruzione dell’ Impero

con  il suo branco impuro di maschi
affetti da turpe morbo,
sfrenata nella sua aspirazione,
e inebriata dalla fortuna
favorevole. Ma placò il suo furore

l’ unica nave scampata a stento all’ incendio,
e la sua mente invasa dal vino Mareotico,
Cesare riportò ai timori più reali,
incalzandola con le sue navi, mentre volavia via dall’ Italia

 come l’ avvoltoio incalza
e tenere colombe o come il veloce cacciatore
incalza la lepre nelle pianure della nevosa
Tessaglia, per mettere in catene quel
mostro fatale . Ma lei desiderando perire
in maniera più nobile, non temette, come una donna,
la spada, nè riparò con la veloce flotta in lidi nascosti

 avendo il coraggio di guardare la reggia che crollava
con volto sereno, forte anche nel prendere in mano gli aspri
serpenti, per sorbire nel suo corpo
il nero veleno, più feroce

 una volta deliberata la morte:
naturalmente rifiutando alle crudeli navi liburniche
di essere condotta come donna privata
non umile al superbo trionfo.”

 

                                                                                                  [Orazio, Odi, 1, 37, trad. Mara Carlesi]

L’ incipit dell’ ode è un potente grido di giubilo per la morte di Cleopatra, la grande nemica di Roma.

L’ impressione di questo componimento forte, poichè Orazio non scredita, come il resto dei poeti, la donna, egli anzì è colpito ed ammira la virtus della nemica, capace di suicidarsi pur di non essere condotta in trionfo a Roma, prostrata dalle catene della sconfitta.

In questa ode Orazio rievoca i folli progetti della Regina, contro Roma e l’ impero tutto, per poi passare agli ultimi eventi della vita di Cleopatra, dopo la sconfitta di Azio.

La figura eroica del giovane Cesare si contrappone quella dell’ impavida Cleopatra. Conscia della sua disfatta e della rovina che ricadrà su lei, in un ultimo festo di coraggio, si toglie la vita. Tutto pur di non cadere vittima delle mani di Ottaviano.

Cleopatra, protagonista tragica del componimento, si erge finendo per mettere in secondo piano la stessa celebrazione dell’ Augusto.

In questo Carme, per quanto Orazio esponfa tutti i tratti narrativi che una narrazione ostile aveva attribuito alla regina, Cleopatra subisce una decisa trasformazione: da acerrima nemica di Roma, accecata dal desiderio di conquista, ella, nel momento della disfatta, diviene simbolo di una dignità regale, propria di una regina rimasta sola a fronteggiare il nemico.

Orazio descrive Cleopatra come una donna dal comportamento fortis e ferocis anche nell’ atto di prendere i serpentes, con un contegno non humilis. Una nota di sincera ammirazione, da parte del poeta, aleggia sull’ ode, dalla quale Cleopatra esce come un’ eroina tragica.

“Laggiù ecco Antonio […]

e lo segue (che infamia) la consorte egiziana.

[…] In mezzo alla lotta la regina aizza le schiere col sistro

e non vede i due serpi che già sono alle spalle.”.

        [Virgilio, Eneide, libro VIII, vv 667-698, trad. C.Vivaldi]

Virgilio, attraverso il dono di Venere a suo figlio Enea, narra le vicende gloriose della futura Roma.

Grazie al modello omerico dello scudo di Achille, il poeta descrive con accuratezza le armi forgiate da Vulcano per l’ esule troiano, avendo così l’ opportunità di introdurre nel poema un nuovo elaborato momento di poesia celebrativa in onore di Augusto, sempre, ovviamente, denigrando la figura di Cleopatra, alla quale il poeta si riferisce con l’ allusione del di lei suicidio, che incombe sulla donna sin dall’ inizio dello scontro ad Azio.

“[…] Vergogna dell’ Egitto, Erinni fatale al Lazio, dissoluta per la rovina di Roma. Quanti disastri la Spartana con la sua funesta bellezza causò ad Argo e alle case di Troia, tante follie scatenò Cleopatra in Esperia.[…] E nel mare di Leucade si corse il rischio che rimanesse padrona del mondo una donna, e neppure della nostra razza.”.

[Lucano, Pharsalia 10, 59-67; trad. L. Griffa]

Nonostante tra il suicidio di Cleopatra ed il componimento di Lucano passi quasi un secolo, l’ influenza negativa, sull’ immagine della donna, è ancora forte, fissata dalla tradizione poetica augustea.

Il ritratto di Lucano è in perfetta sintonia con quelli dei poeti della corte di Augusto, anche se presenta una singolarià: per la prima volta appare il nome proprio di Cleopatra, dopo decenni di omertà nominal ed epiteti, spesso , con intenti dispregiativi.

“Si racconta che l’ aspide fu portato a Cleopatra nel paniere insieme ai fichi. […] Denudò perciò il braccio e lo offrì al morso dell’ animale. […] Altri dissero anche che il braccio di Cleopatra portava in modo visibile due punture […] e Cesare stesso pare abbia creduto a questa storia, perchè nel trionfo fu portata un’ effige di Cleopatra in persona che un serpente mordeva al braccio.”.

 [Plutarco, Vite Parallele, Il suicidio degli amanti, 86; trad. C.Carena]

 

All’ interno di un progetto d’ insieme, le Vite Parallele, che mira a proporre una galleria di esempi positivi, Plutarco sceglie di inserire alcune biografie che affrontino il tema del vizio.

Nella biografia di Antonio le virtù militari e la generosità passa in secondo piano rispetto alla volgarità e alla folle prodigalità; l’ eccessiva sensualità rende Antonio succube di una Cleopatra che ,fredda e calcolatrice,sfrutta le debolezze del triumviro per soggiogarlo al proprio volere.

Cleopatra, la cui immagine, nel corso della biografia, è negativamente caratterizzata, mostra dignità regale e fermezza nell’ affrontare la morte ed un’ inaspettata umanità nel sincero dolore per la morte di Antonio.

Plutarco opera quindi una riabilitazione etica, che ha l’ effetto di far apparire i due non come amanti dissoluti, ma come marito e moglie.

Drammatica risulta la fine di Cleopatra, preceduta da un lamento sull’ urna di Antonio denso di pathos.

Per quanto riguarda il suicidio della Regina delle regine, lo storico dell’ antichità Christoph Shaefer e il tossicologo Dietrich Mebs escludono che Cleopatra si sia tolta la vita mediante il morso di un aspide o di un cobra egiziano.

La donna conosceva fin troppo bene gli effetti del veleno, tra cui le torsioni muscolati del volto, che ne sarebbe stato sfigurato, ed un’ agonia lenta ed atroce.

I due studiosi tedeschi suppongono che Cleopatra si sia uccisa con una pozione a base di oppio e cicuta, donandosi così una morte dolce, che non intaccasse la sua leggendaria bellezza.

Shaefer e Mebs sostengono, inoltre, che la regina abbia lei stessa creato questa leggenda, poichè essendo lei incarnazione della Dea Iside morire grazie al morso di un serpente sarebbe stata, per i suoi sudditi, la conferma di una così divina discendenza.

Realtà e leggenda si fondono per rendere immortale la figura di una donna che seppe piegare un impero ai suoi piedi.

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17 pensieri su “Cleopatra, fatale mostrum.

  1. interessante… Di “Metamorfosi” finora ho letto solo quelle di Apuleio, conosciute anche con il titolo “L’asino d’oro”. Quanto al serpente che uccise Cleopatra, tanti anni fa ho letto che non si trattava di un aspide, né di un cobra, bensì di un echide carenato, serpente che vive nel nord Africa.

    • Nuovi studi, di un team detesco, sostengono invece che non si sia suicidata col morso di un serpente, come riportano gli storici latini e grechi, ma con una pozione che le donò una morte veloce, dolce e che soprattutto non deturpasse il suo volto con spasmi muscolari.

  2. Opinione personale: non mi è mai piaciuta Cleopatra, poiché è stata lei a portare alla disfatta il popolo egizio. Ma poi, a febbraio, ho visto la mostra su Cleopatra. Forse la sto considerando un pochino di più, ma giusto un po’…

  3. Tornata ai tuoi classici con questo interessante e poliedrico excursus su Cleopatra e Antonio, gli sconfitti. Come è normale, e come hai ben detto all’inizio, storici e poeti glorificano il vincitore e denigrano gli sconfitti.
    E’ una parabola che conosciamo bene. Chi vince, ha ragione. Chi poerde, ha torto.

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