Le donne nel mito, parte quarta: Medea, la maga, la straniera, la donna.

medea (1)

“Noi donne siamo per natura incapaci di buone azioni, ma sapientissime artefici di ogni male.”

                                                                                 (Medea- Euripide, traduzione di R.Cantarella)

Il nome di Medea appare per la prima volta nella Teogonia di Esiodo, dove viene ricordato il suo amore per Giasone e il successivo matrimonio avvenuto a Iolco.

E’ però soprattutto grazia e Pausania che possiamo avere notizie della seconda parte della leggenda, quella che riguarda più strettamente Medea e l’ azione della sua tragedia.

Nella Biblioteca di Apollodoro, Medea,figlia di Eeta e Idia, una figlia di Oceano, si innamora di Giasone, figlio di Esone. Temendo che l’ uomo possa venir ucciso per impossessarsi del Vello d’ oro, decide di aiutarlo con la sua magia. Superare le prove, però, il re Eeta non premia Giasone, come promesso, ed anzi architetta un piano per uccidere tutti gli Argonauti. Medea, con grande spirito di sacrificio, avvisa Giasone del pericolo e lo aiuta a rubare il Vello, in cambio della promessa di divenire sua moglie.

Medea e Apsirto, il di lei fratello, si imbarcano con gli Argonauti. La morte del fanciullo viene descritta da Apollodoro in maniera diversa da quella della Argonaute. Inseguiti da Eeta, Medea uccide il fratello, e dopo averlo smembrato, lo getta in mare, costringgendo il padre a fermarsi per raccogliere e dare una degna sepoltura ai resti del figlio. La località Tomi, attuale Costanza, è dove Eeta si fermò a seppellire Apsirto, e da cui deriva il nome della città, dai brandelli, tomei, del corpo del fanciullo.

Gasione, la cui famiglia fu sterminata in maniera sempre indiretta da Pelia, giura vendetta e domanda a Medea di inventare un modo per far pagare al tiranno le sue colpe. La donna convince, con uno strataggemma magico, a far smembrare il padre dalle sue stesse figlie.

Ottenuta vendetta e banditi dalla città, questi trovano rifugio a Corinto.

Da qui prende il via la tragedia di Euripide, dieci anni dopo il loro arrivo nella città. La felicità coniugale dei due sposi e è totalmente svanita, Giasone ha ripudiato Medea per sposare la figlia del re di Corinto.

PEDAGOGO: […] Creonte, sovrano di questa terra, vorrebbe scacciare questi bambini assieme alla      madre. Se questa voce sia esatta, io non so, ma vorrei che non lo fosse.

NUTRICE: E Giasone sopporterà che i figli soffrano una cosa simile, anche se in discordia con la loro madre?

PEDAGOGO: Le parentele antiche cedono alle nuove; ed egli non ama più questa casa.”

                                                                [Medea, Euripide, vv 71-77, traduzione di R.Cantarella]

Non è soltanto la vicenda di Medea ad essere immediatamente svelata, nelle sue più intime ragioni, bensì a totalità stessa dell’ intera tragedia.

“E’ necessario, per certo, che uno straniero si adegui ai costumi della città; ma d’ altronde non lodo un cittadino arrogante, che si renda inviso agli altri per mancanza di comprensione. Questa sciagura imprevedibile, che si è abbattuta su di me, ha distrutto l’ anima mia. Per me è finita: e, perduta ogni gioia di vivere, desidero soltanto, mie care, morire.”

                                                              [Medea, Euripide, vv 222-27, traduzione di R.Cantarella]

Compare Medea ed il suo atteggiamento è ben diverso dall’ affranta prostrazione. Senza più lamenti, senza ingiurie, la donna si presenta lucida e padrona di sè di fronte alle donne di Corinto, il coro.

Il suo lungo monologo si articola in passaggi logici, espressioni di uno spirito forte che ha analizzato ogni possibilità di azione con un rigore glaciale.

“Poichè sono sapiente, per alcuni sono una persona odiosa, per altri sono oziosa, per altri poi ho il carattere opposto, per altri ancora sono una nemica. Eppure non sono poi tanto sapiente.”

                                                              [Medea, Euripide, vv 303-305, traduzione di R.Cantarella]

Ogni elemento del dialogo, della donna con il sovrano, concorre a determinare l’ atmosfera ostile nei confronti di Medea, che si sente isolata dalla differenza degli abitanti di Corinto.

In queste tre diversità, di razza, di sesso e di intelligenza, Euripide ha perfettamente descritto tutte le possibili componenti dell’ emarginazione dalla vita civile della polis.

“E lui arrivato a tanta stoltezza, che sebbene possa sventare le mie trame cacciandomi da questa terra, mi concesse di restare per questo giorno, in cui stenderò cadaveri tra i miei nemici: il padre, i figlio e mio marito. E pur avendo molte vie di morte, non so, mie care, a quale porrò mano per prima: se darò alle fiamme la dimora nuziale o pianterò loro nel fegato una lama affilata, penentrando silenziosamente nella stanza dove è steso il loro letto. C’ è solo un pericolo: se verrò sorpresa mentre penetro nella casa a compiere il mio piano, sarò uccisa e farò ridere i miei nemici. Allora è meglio la via diritta, di cui sono espertissima per natura: distrugerli col veleno. Ecco, sono morti.”

                                                                       [Medea, Euripide, vv 371-87, traduzione di R.Cantarella]

Il carattere barbaro e demoniaco di Medea che si manifestano, sottoforma del desiderio di una vendetta sanguinosa elaborta con attenzione, sono contrapposti alla razionale compostezza con cui ella aveva parlato con Creonte.

Medea deve punire Giasone. Ella non può perdonare il torto che l’ uomo le ha fatto. Abbandonò la sua terra natia, la famiglia ed il suo popolo per seguirlo. Sacrificò suo fratello e ne profanò il cadavere per aiutarlo nella fuga. Uccise Pelia, utilizzando come strumento le figlie di questo, per la vendetta del marito. Ed ora egli la scaccia, per sposare la figlia di Creonte, spinto da un mero principio di opportunità politica, offesa ancora più grave dell’ abbandono per amore di un’ altra donna.

“Gli uomini hanno consigli di frode

E la fede giurata sugli dei non più sta salda.”

                                                             [Medea, Euripide, vv 415-16, traduzione di R.Cantarella]

“E’ finito il rispetto dei giuramenti, non più resta

Pudore nell’ Ellade grande; è volata in cielo.”

                                                           [Medea, Euripide, vv 439-440, traduzione di R.Cantarella]

Le parole di disprezzo del coro, verso la razza maschile, cessano nell’ istante in cui entra in scena Giasone, il traditore.

“E anche se tu mi odi, io non potrei mai volerti male.”

                                                               [Medea, Euripide, vv 463-64, traduzione di R.Cantarella]

Giasone stesso, tramite le sue parole a Medea, si caratterizza come un personaggio dall’ indole subdola e perbenista. Egli sa che la donna ed i loro figli dovranno andare in esilio, sempre che qualcuno dia loro protezione, e nasconde la sua totale non curanza, di quelli che furono i suoi cari, dietro ad una maschera paternalista e fiduciosa.

“Non vedrà più vivi i figli che ebbe da me e non genererà altra prole dalla novella sposa, perchè essa dovrà morire in modo tremendo per i miei farmachi. Nessuno mi creda vile, né debole o inetta. Altro è il mio carattere: dura con i nemici, buona con gli amici. E per chi è fatto così, la vita è più gloriosa.”

                                                             [Medea, Euripide, vv 798-802, traduzione di R.Cantarella]

Esplode all’ improvviso l’ individualità di Medea e la sua volontà di imporsi sugli eventi. E’ decisa a coinvolgere i figli nella disgrazia di Giasone.

Ogni pensiero della donna è svincolato dall’ ispirazione divina. Medea è sola, nessun dio viene invocato come alleato o consigliere. Ella diviene così personificazione del tragico filosifico della civiltà ateniese del V secolodo: l’ uomo vive da solo, ignorato dagli dei, forse, inesistenti, ma in questa responsabilità del suo agire c’è un’ eroica grandezza e una profonda comprensione del reale.

CORIFEA: I tuoi figli sono morti, per mano della madre

GIASONE: Ahimé, che vuol dire? Tu mi uccidi, o donna.”

                                                              [Medea, Euripide, vv 1309-10, traduzione di R.Cantarella]

La disfatta di Giasone è completa.

Dall’ alto, Medea, del suo carro, datole dal padre di suoi padre il Sole, è vittoriosa.

Medea è un personaggio, tragicamente, unico, Ella non accetta la condizione di piegarsi ad un volere altro che non sia il suo. Non può essere vincolata dal suo sesso, e quindi chinarsi di fronte al giudizio degli uomini. Ella non sarà mai vittima.

21 pensieri su “Le donne nel mito, parte quarta: Medea, la maga, la straniera, la donna.

  1. Parlando di amori letterari, Medea é stato uno dei miei fondamentali.
    Ora leggo molti meno classici latini e greci rispetto a qualche anno fa, ma li sento parte della mia formazione e li ritrovo in molti aspetti del mio gusto attuale.

    Grazie per aver dedicato del tempo al mio blog.

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  2. Altro post appassionante sui miti dell’antica Grecia. Medea è una donna che ama e che si vendica, una volta tradita. Assomiglia tantissimo a quelle donne dei nostri giorni che ceche per l’amore decidono di vendicarsi dell’amore traditore.
    Tu hai saputo descrivere con molta chiarezza e profondità questi aspetti.

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