Prostituzione sacra: dal matriarcato al patriarcato, parte prima.

prostituzione sacra

 

“La prostituta è un capro espiatorio; l’ uomo si scarica su di lei della propria turpitudine quindi la rinnega. […] Dal punto di vista economico, la sua condizione è analoga a quella della donna sposata. -Tra coloro che si vendono mediante la prostituzione e coloro che si vendono col matrimonio, la differenza consiste unicamente nel prezzo e nella durata del contratto.- dice Marro. Per tutte e due l’ atto sessuale è un servizio; la seconda è ingaggiata per tutta la vita da un uomo; la prima ha diversi clienti che la pagano volta a volta.”.

 

[L’ altro sesso – Simone de Beuvoir, trad. a cura di R. Catini e M. Andreose]

 

 

L’ evoluzione della prostituzione, considerata erroneamente da molti il mestiere più antico del mondo, nasconde interessanti passaggi, soprattutto quello che avvenne durante l’ espansione del patriarcato, a discapito dell’ originale matriarcato.
Parleremo in altre sedi della prostituzione profana, concentrandoci invece su quella sacra, di cui le notizie sono rimaste poche e alcune nebulose, tanto da aver acceso un intenso dibattito tra gli studiosi, senza che, ancora, sia venuta alla luce ciò che fu o non fu la prostituzione sacra.

 

Stephanie Budin, nel suo libro The Myth of Sacred Prostitution in Antiquity, nega che sia mai esistita una qualsiasi forma di prostituzione sacra e che questa sia in realtà frutto di un mito, tramandato da prima oralmente e poi per iscritto sino a noi.
Secondo la Budin, infatti, la prostituzione sacra sarebbe stata una forma di rappresentazione metaforica, più che una realtà storica. A supporto della sua tesi, la studiosa, citò questo famoso passo di Erodoto:

 

“Ed ecco la peggiore delle usanze babilonesi. Ogni donna di quel paese deve sedere nel tempio di Afrodite una volta nella vita e concedersi ad ogni straniero. […] Nel recinto sacro di Afrodite siedono in molte con una corona di corda intorno alla testa […]. Una donna che sia seduta lì non torna a casa sino a quando uno straniero qualsiasi le abbia gettato in grembo del denaro e non si sia unito a lei all’ interno del tempio; gettando il denaro deve pronunciare questa formula ‘Invoco la dea Mylitta’. Con il nome di Mylitta gli assiri chiamano Afrodite. […] Dopo essersi concessa, e aver soddisfatto la dea, [la donna] fa ritorno a casa.”.

 
[Storie, 1,199 – Erodoto, trad. a cura di Mara Carlesi]

 

 

Per la Budin Erodoto avrebbe costruito un simile racconto al fine di creare, appunto, una metafora sessuale dove le donne babilonesi si concedevano agli stranieri, proprio come i babilonesi si facevano sottomettere dai persiani.

Molti studiosi, proprio come Stephanie Budin, sono dell’ idea che la prostituzione sacra non sia mai esistita, ma molti altri, invece, sostengono il contrario, partendo dal presupposto che, fin dalla Preistoria, l’ atto sessuale sia sempre stato ritenuto sacro, magico, fonte di piacere e di collegamento con la grande Dea Madre delle culture matricentriche.

 

“L’ enfasi sulle vulve nell’ arte delle statuette in epoche successive chiarisce che quelle del Paleolitico Superiore non sono meri ‘segni femminili’ (definiti così da Leroi-Gourhan 1967) […], ma piuttosto simboleggiano la vulva e il ventre della Dea. Dai tempi del Paleolitico superiore la vulva è ritratta o come un triangolo sovrannaturale associata al simbolismo acquatico, […] quasi si stesse preparando al parto. “.

 

[Il linguaggio della dea – Marija Gimbutas, trad. a cura di Selene Ballerini]

 

Come spiegato dalla Professoressa Gimbutas, la vulva era rappresentazione di accesso non solo al ventre, ma alla dea stessa, datrice di vita. Questa potenza creatrice era per l’ uomo preistorico qualcosa di soprannaturale, tanto che la donna era considerata pari agli dei.
Nel IV millennio a.C, con l’ avvento e la conquista dell’ Europa meridionale da parte delle popolazioni protoindoeuropee, i kurg, vi fu un enorme impatto sul matriarcato ed il culto della Dea e della donna. Le nuove popolazioni avevano addomesticato il cavallo, conoscevano la pastorizia nomade ed erano guerrieri; con l’ arrivo dei kurg si instaurò un dominio androcratico, nel quale solo una cerchia ristretta di uomini armati aveva tutto il potere.

La donna, prima tramite per la divinità e il cui corpo era creatore di vita, venne presto schiacciata e ridotta in servitù dalle popolazioni protoindoeuropee, che stravolsero il significato delle cerimonie rituali, giunte sino a noi mediante raffigurazioni pittoriche, nelle quali si incitava alla sessualità.

 

 

“Va’, o cacciatore, fa che egli ti dia la prostituta Shamkat,
e portala con te,
fa che la prostituta vinca sull’ uomo forte.
Quando egli condurrà il bestiame alle pozze d’ acqua
essa dovrà spogliarsi e mostrare le sue grazie.
[…] Shamkat lo vide, l’ uomo primordiale,
il giovane la cui selvaggia virilità viene dal profondo della steppa.
[…] Denuda il tuo seno, o Shamkat,
allarga le gambe perché egli possa penetrarti
[…] dona a lui, l’ uomo primordiale, l’ arte della donna.
[…] Enkidu era diverso, una volta che il suo corpo
Era stato purificato.
[…] Egli […] aveva ottenuto l’ intelligenza; il suo sapere era divenuto vasto.”

 

[Saga di Gilgamesh, tavola I, trad. a cura di A. Passi]

 

 

In Mesopotamia il sesso era vissuto come un valore importante, non solo come mezzo riproduttivo, ma anche come funzione religiosa; ciò si evince dal passo della Saga di Gilgamesh dove è Shamkat, prostituta sacra di Ishtar e del dio del sole Shamash, a dover iniziare alla civiltà Enkidu, trasformandolo da uomo primitivo ad eroe.
Nel santuario della dea Ishtar coesistevano tre diversi tipi di prostitute: le ishtaritu, ragazze vergini destinate unicamente agli dei, e non agli uomini; le qadishtu che, proveniente tutte da una buona famiglia, si concedevano unicamente ai fedeli, dietro compenso; le harimtu, prostitute profane, solitamente chiamate presso il tempio solo durante ricorrenze speciali.

 

A Babilonia, come già visto dal racconto di Erodoto, le donne si prostituivano, una sola volta nella loro vita, come sacrificio espiatorio alla dea.

 

“Sopra l’ ultima torre si trova un grande tempio; al suo interno è collocato un ampio letto ben fornito di cuscini con accanto una tavola d’ oro. Dentro non c’è assolutamente alcuna statua; e nessun essere umano vi passa la notte, se non una sola donna bellissima babilonese che il dio , dicono i Caldei, abbia scelto tra tutte.
Sempre secondo costoro, senza che io ci creda, il dio in persona va in quel tempio a riposarsi su quel letto […].
[…] Della donna babilonese si dice che non può avere rapporti con nessun uomo.[…]

 

[Storie, 1, 181-82 – Erodoto, trad. a cura di Mara Carlesi]

 

Il tempio descritto da Erodoto era una rappresentazione della Madre Terra che si ergeva verso il suo amante, il Cielo, il quale le si offriva fecondandola attraverso la pioggia.

In Grecia la prostituzione era molto diffusa, ma soprattutto quella profana. Per quanto riguarda quella sacra ben poco ci è giunto, come testimonianze, se non per quanto riguarda Corinto.
La società greca era fondata da un modello maschile, dove le donne, che fossero o meno vergini, erano lontane dalla vita pubblica, spesso confinate in una parte della casa a loro dedicata, il gineceo.
Le prostitute, considerate ultime nella gerarchia sociale femminile, erano le donne che godevano di una maggiore libertà, in quanto venivano istruite e sedevano con gli uomini durante i banchetti ed i simposi. Non era raro per un’ etera accumulare un patrimonio consistente, divenendo magari l’ amante di un uomo di spicco, un politico o un filoso.

Solo a Corinto, però, abbiamo delle tracce di prostituzione sacra, come tramandatoci da Strabone, il quale scrisse: “Non è da tutti andare a Corinto.”.
Corinto era considerata una meta di trasgressione, e questa nomea era dovuta, in particolar modo, al tempio di Afrodite ove il culto prevedeva un’ iniziazione ierogamica, dove gli uomini e le prostitute sacra si univano per il piacere della dea. Visto l’ alto costo di simile iniziazione, per cui solo uomini molto ricchi potevano permettersela, appare un poco più chiara l’ affermazione di Strabone.

 

“In Grecia, la prostituzione rimase a lungo legata al sacro. Le prostitute che partecipavano ai culti erano venerate al pari delle dee. Contribuivano al rafforzamento delle credenze, al rispetto degli dei, a volte che alla prosperità delle città grazie ai doni che venivan fatti loro.”.

 
[La prostitution en Grèce et a Rome – Violaine Vanoyeke]

 

 

 

La storica Vinciane Pirenne- Delforge, esaminando le testimonianze di Strabone, giunse alla conclusione che a Corinto non fosse praticata la prostituzione sacra, bensì solamente quella profana, durante il periodo in cui Strabone scrisse della città.
E’ parere della studiosa, infatti, che gli scritti di Strabone non fossero frutto di un’ esperienza diretta dell’ uomo, bensì che egli abbia scritto limitandosi a riportare un topos caratteristico della città portuale di Corinto, famosa per il gran numero di prostitute che vivevano e lavoravano lì.

Altri studiosi, invece, sostengono che la prostituzione sacra fosse molto diffusa a Corinto, e che questa fosse stata importata dai popoli mesopotamici e dall’ Asia Minore.

Vi erano due tipi di prostituzione sacra: nel primo le famiglie offrivano le figlie vergini perché queste fossero deflorate dagli stranieri, prima che andassero spose, trovando di cattivo augurio che fosse lo sposo a compiere un simile gesto; nel secondo vi erano delle schiave che esercitavano la prostituzione all’ interno del tempio.

Dei costumi libertini di Corinto c’è anche il verbo, usato spesso da Aristofane, corintiazo vivere alla maniera corinzia, cioè vivere facendo la prostituta oppure andare a prostitute. E ancora in Aristofane, troviamo il sostantivo corintiastes traducibile in chi vive alla corinzia oppure puttaniere.
Lo stesso Platone, per indicare una giovane di facili costumi, la apostrofa come fanciulla corinzia.

 

“E’ abitato pure l’ Erice, un alto colle su cui si trova il tempio di Afrodite, che gode di particolare venerazione, affollato anticamente da schiave sacre che i siciliani e molti stranieri offrivano in voto; ora, come lo stesso insediamento, anche il tempio è abbandonato, ed è scomparso il gran numero di schiavi sacri.”.

 

[Geografia, libro VI, 2,5 – Strabone, trad. a cura di A. Biraschi]

 

Con il termine ierodoulos, usato al femminile, si intende la schiava sacra, cioè una schiava di proprietà della divinità, senza che siano specificate le funzioni da questa ricoperte all’ interno del tempio.
Al contrario di Strabone, Diodoro Siculo evidenzia l’ esistenza, all’ interno del tempio di Afrodite ad Erice, della prostituzione sacra nel culto ericino:

 

“Infine i romani, avendo sottomesso la Sicilia, superarono tutti , quelli che li avevano preceduti, in fatto di onori verso di lei. […] Infatti i consoli e i pretori che vengono in Sicilia, e tutti coloro che vi risiedono, investiti di una qualche carica, non appena giunti ad Erice, onorano il santuario con sontuosi sacrifici ed onori e […] si volgono a scherzi e relazioni con donne, con molta allegria, ritenendo che soltanto così renderanno la dea compiaciuta della loro presenza.”.

 
[Biblioteca storica, libro IV – Diodoro Siculo, volgarizzata dal Cav. Compagnoni]

 

Le donne citate da Diodoro Siculo collegano la prostituzione al culto della Dea, tanto che solo mediante l’ unione con queste i dignitari romani potevano rendere gradita la loro presenza ad Erice, agli occhi della Dea,
E’ improbabile che si tratti di un semplice racconto, poiché un comportamento simile non sarebbe stato degno della dignitas romana, basata sulla gravitas. Trattandosi, invece, di un rito religioso, i dignitari erano liberi di celebrarlo come da costume, senza andare contro la morale alla base della società romana.

 

Anche a Cartagine sarebbe esistita la prostituzione sacra, da quanto ci riporta Giustino, il quale scrive che simile prostituzione sarebbe stata introdotta, nel Nord dell’ Africa, da Didone. Ella avrebbe ordinato ai suoi uomini, una volta sbarcata a Cipro, di rapire e imbarcare sulle navi almeno ottanta delle giovani che si stavano prostituendo sulla spiaggia. Il numero delle rapite, inoltre, corrisponderebbe a quello delle famiglie più influenti di Cartagine, riporta Cristiano Panzetti nel suo libro La prostituzione sacra nell’ Italia antica. Il rapimento, molto simile al ratto delle Sabine, sarebbe stato necessario affinché i soldati di Didone potessero avere spose e dare una discendenza alla futura Cartagine.
Proprio a Cartagine, secondo Sant’ Agostino, si sarebbero consumate feste orgiastiche in onore di Cibele.

 

Ed è proprio opportuno che tutta questa impostura fosse abolita e spenta da colui che è veramente nato da una vergine. Ma è insopportabile […] considerare Vesta come Venere, così è svuotata di significato la onorata verginità delle vestali. Se infatti Vesta è Venere, in che modo le vestali le hanno prestato servizio astenendosi dalle opere di Venere? Oppure ci sono due Veneri, una delle vergini e l’ altra sposata? O piuttosto tre, una delle vergini, che è Vesta, una delle sposate e una terza delle sgualdrine? Ad essa anche i Fenici offrivano in dono la prostituzione delle figlie prima di consegnarle ai mariti.”.

 

[De civitate Dei – Sant’ Agostino, trad. a cura di M. Marafroti]

 

La distinzione fatta da Sant’ Agostino riporta subito quella tra Afrodite Urania, dea dell’ amore nobile, e Afrodite Pandemia, dea dell’ amore volgare. Mentre alla prima venivano offerti i doni e i corpi delle moglie sposate, per la seconda si prostituiva le fanciulle e le etere, che raccoglievano la dote in vista del matrimonio, proprio come le fanciulle rapite sulla spiaggia di Cipro.

 

Quindi, prima dell’ avvento delle religioni monoteiste, intente a rendere il sesso un fattore unicamente atto a procreare, la prostituzione sacra era considerata una parte fondamentale della società, tanto che le famiglie nobili erano le prima a dare le proprie figlie, affinché queste divenissero tramite tra gli dei e gli uomini.
Più il dominio maschile si stringeva attorno alla figura della donna, e più la prostituzione perse di sacralità, andando a divenire un mero sfruttamento del corpo femminile.
Questo tipo di sacrificio da parte di giovani belle e di buona famiglia, si infiltrò nei racconti del folklore, però sotto forma di fanciulle offerte a mostruose creature. L’ alto lignaggio e la bellezza eccelsa rendevano queste vittime perfette per essere prede sessuali, di una sessualità più nascosta, ma sempre presente.

 

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4 pensieri su “Prostituzione sacra: dal matriarcato al patriarcato, parte prima.

  1. un altro ottimo post ben documentato e ricco di spunti di riflessione. La prostituzione sacra era un rito oppure nascondeva la voglia degli uomini o dei sacerdoti ad avere facili rapporti sessuali con le ragazze?
    Questo è un dubbio che mi è sorto, collegando tanti stupri verso giovani più o meno consenzienti in nome di presunte offerte religiose.

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