L’ infinito, il viaggio e lo smarrimento.

Infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare. 

 

                                                    [Canto XII, L’ Infinito, Giacomo Leopardi]

L’ esperienza descritta nel canto è quella dello smarrimento di sè e del contatto con il mondo circostante, attraverso l’ abbandono all’ immaginazione e al pensiero dell’ infinito stesso.

La meditazione ha lasciato, dunque, posto alla contemplazione con le reazioni emotive del poeta: la paura di fronte alla grandiosità spaziale e la consolazione dell’ immensità del tempo.

“L’ infinito è ciò , che privo di numero o misura […] e che sospeso perciò che esclude l’ ordine e la determinazione.”

                                             [Filottete, vv 24a-25b, Platone]

La sensazione dell’ infinito nasce, come piacere illimitato, quando sorge l’ immaginazione che supplisce alle mancanze del reale.

Il cuore del’ idillio è nell’ introspezione e nello svolgimento di tematiche esistenziali, come la dolcezza dell’ abbandono alla fantasia.

Questa vena intimista porta in primo piano l’ io del poeta, in netto contrasto con il noi  storico delle canzoni leopardiane.

Egli percorre la sublime esperienza dell’ annullamento dell’ io attraverso il superamento dei limiti spazio-temporali.

Leopardi approda ad una poesia modernamente sentimentale, dove l’ immaginazione e la razionale verità convivono con consapevolezza.

“Questa siepe” è un limite, prettamente, reale, un’ allusione metaforica al limite fisico e biologico dell’ uomo, ma allo stesso tempo un trampolino per il salto della mente, che arriva a vedere e sentire ciò che non è possibile cogliere con i sensi.

“e il naufragar m’è dolce in questo mare.”.

La chiusa dell’ idillio è lo sprofondamento per perdersi completamente.

Qui si saldano soggettività testuale e quella lessicale-semantica riconducendo il tutto alla soggettività forte della lirica romantica.

Il naufragio, quindi, assume una connotazione positiva, un’ esperienza estatica, un sondaggio del sublime.

25 pensieri su “L’ infinito, il viaggio e lo smarrimento.

  1. “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio.”
    E mi viene in mente Gabin con le note di La Maison.
    È lo stesso blu musicale, il bianco del pianoforte, la corsa al destino di un uomo che perde il tempo dalle dita. Mentre Recanati è sempre lì.

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  2. La meraviglia dell’Infinito è nella sua potenza descrittiva, con la quale l’autore ha saputo narrare uno stato d’animo fuso all’unisono con la natura.
    Splendido infinito

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  3. Due aspetti rendono, per me, unico questo post: il quadro di Van Gogh e L’infinito di Leopardi. Adoro entrembi e in particolare quello che hai proposto.
    Leopardi, noto come poeta, è stato anche un validissimo filosofo le cui massime le troviamo in molte opere dallo Zibaldone alle operette morali ma anche nei molti scritti che ci ha lasciato.

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