La violenza di genere nel mito

sabine

 

“Nei miti greci gli dèi, per unirsi alle donne mortali, di regola si prendevano almeno il disturbo di rendersi visibili, assumendo qualche forma, umana o animale che fosse. Probabilmente lo faceva anche (o solo) per divertirsi […]. Le divinità romane, invece […] apparivano sotto forma di fallo. […] A Roma, insomma, le storie tra immortali e mortali non sono storie d’amore, sono semplici rapporti sessuali, di tipo assolutamente predatorio.”.
[Gli amori degli altri – Eva Cantarella]


Nel mito greco e romano lo stupro ed il rapimento erano costanti piuttosto comuni e frequenti. Il secondo serviva a facilitare il primo, dove la violenza sessuale era, per gli assalitori, un mezzo non solo di piacere, per il capriccio di essersi invaghiti della vittima, bensì un tramite attraverso il quale garantire una stirpe di origine, per metà, divina.
Lo stupro, perché di questo solo si trattava, veniva elevato ad un’unione divina tra una mortale ed un dio, così che la violenza venisse trattata come un fatto sacro.
Centro di queste violenze, nel mito, il dio, colui che seduce, ma che appare senza colpa, e senza remora alcuna sparisce dopo aver soddisfatto i suoi più bassi istinti.
Ma la donna? La fanciulla violata, privata della sua verginità, che fine fa? E la sua voce?

 

 
“Agenore invece andò in Fenicia, sposò Teletassa, ebbe una figlia femmina, Europa, […]. Zeus si innamorò di lei, si trasformò in toro, fece montare la fanciulla sulla sua groppa e la portò sul mare fino a Creta, dove si unirono in amore. Europa partorì Minosse, Serpedonte e Radamanto. […] Dopo la scomparsa di Europa, il padre Agenore inviò i figli alla sua ricerca, dicendo di non tornare a casa prima di averla trovata. Anche la madre Teletassa partì alla sua ricerca […]. Cercarono dappertutto, ma non riuscirono a trovarla; tornare a casa non potevano, e così rimasero a vivere in una terra diversa […].
Asterio, signore di Creta, sposò Europa, e allevò i suoi figli.”.

 

[Biblioteca – Apollodoro, trad. a cura di Marina Cavalli]

 
Gli insaziabili ardori di Zeus, descritti in diversi miti, generavano sempre una prole, basti pensare ad Artemide, nata dallo stupro che Latona subì da Zeus.
Una volta che gli appetiti del padre dell’Olimpo sono stati saziati, egli abbandona la giovane Europa, assieme ai tre figli, in una terra straniera, influenzando, probabilmente, la scelta di Asterio, per garantire alla sua prole discendenza divina e regale.
Zeus rappresenta perfettamente quello che lo psicanalista Luigi Zoja chiama la filosofia dello stupro, cioè una forma mentis andatasi a creare nel passaggio dalla Dea Madre al pantheon maschile. Basta pensare che nei frammenti orfici Zeus era descritto come lo stupratore sia della madre che della sua stessa sorella. Con un simile padre, il pantheon olimpico non può che sentirsi legittimato nell’usare la violenza sessuale, per ottenere e possedere ciò, o per meglio dire chi si desidera.
Zeus da una plasmando una nuvola creò Nefele, la quale, mutando le sue sembianze si unì con Issione, re dei Lapiti, e da questo rapporto nacque Centauro, un nipote, ad honorem, degno del nonno Zeus, di medesima stirpe per quanto riguardava la violenza sulle donne.

 
“La regressione è insieme animalesca e maschile. Greci e romani descrivono i Centauri come un branco di maschi che vaga insaziato, minaccioso reggimento di ubriachi in libera uscita […]. […] Come il dio è modello per estasi che elevano (Apollo nelle arti, Afrodite nell’amore), così il centauro costituisce l’opposta ispirazione mitica per – chiamiamole così – ‘estasi negative’ : tipica è quella del rapporto sessuale imposto con violenza.”.

 

[Centauri. Alle radici della violenza maschile – Luigi Zoja]

 
I centauri diventano, quindi, un esempio di come all’interno della società esista sia un inconscio individuale sia uno collettivo. Poiché non esiste, nel mito, una controparte femminile della figura del Centauro, questo lo rende perfetto per descrivere una particolarità prettamente maschile, e cioè la violenza sessuale di gruppo.
Per Malinowski il mito è “l’espressione, la valorizzazione, la codificazione di un credo; difende e rinforza la moralità; garantisce l’efficacia del rito, e contiene pratiche che guidano l’uomo.“.

Il mito è dunque una linea guida di comportamento, dà un significato ad un’azione, giustificandola, all’interno della società civile. Ecco giustificato lo stupro, atto che dei, eroi e semidei compiono abitualmente nel mito, narrato e scritto da uomini per uomini.

Sempre secondo Luigi Zoja “nel mito irrompono patologie quali lo stupro di gruppo, sconosciuto alle specie animali, testimone di una incapacità di relazione risolta con la violenza.”.

 

“Dicono alcuni che Romolo stesso, essendo per natura bellicoso, ed inoltre persuaso da certi orali, esser determinato dai fati, che Roma […] dovesse divenire grandissima, siasi mosso ad usar violenza contro i Sabini, non avendo già loro rapito loro molte fanciulle, ma solo trenta […]. Molti pertanto armati di spada erano ai suoi ordini; e appena fu dato il segnale sguainarono le spade e con gridi ed impeto si fecero addosso ai Sabini, a cui rapirono le figlie, lasciando andare liberi i Sabini che scappavano […]. […] Vogliono alcuni che solamente trenta ne furono rapite […] ma Valerio Anzate dice che ne furono rapite cinquecentoventisette […] vergini.”.

 

[Vite parallere, vita di Romolo – Plutarco, trad. a cura di G. Pompei]

 

Plutarco sostiene che Romolo avesse organizzato di rapire le fanciulle, vergini, Sabine per creare una fusione tra i due popoli.
Romolo si unì infatti a Ersilia, figlia di Tito Tazio, re dei Sabini.
Quando la guerra tra gli offensori e gli offesi ebbe inizio, racconta Tito Livio, accadde qualcosa di difficile da credere.

 

“Da una parte supplicavano i mariti e dall’altra i padri. Li pregavano di non commettere un crimine orribile macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di evitare di macchiarsi di parricidio verso i figli che avrebbero partorito, figli per gli uni, nipoti per gli altri. -Se il rapporto di parentela che vi unisce e questi matrimoni non sono di vostro gradimento, rivolgete contro di noi l’ira; siamo noi la causa delle guerra, noi siamo responsabili delle ferite e delle morti dei nostri mariti e dei nostri genitori. Meglio morire piuttosto che vivere senza uno di voi due, o vedove o orfane.”.

 

[Ab urbe condita 1,9 – Tito Livio]

 

 

Questo strano coro, simile a quello della tragedia greca, si muove e parla all’unisono guidato da Ersilia, e sembra soffrire di un’isteria collettiva, una sindrome di Stoccolma nei confronti dei romani, che le hanno rapite e, con la scusa dell’unione matrimoniale, violentate.

Il sesso e la violenza dei romani furono strumenti di potere e di sottomissione, usate poi nei secoli a venire, fino ai giorni nostri, retaggio di un pensiero maschilista.
La grande civiltà romana, quindi, fu fondata sullo stupro di massa per garantire una progenie a Roma e alla sua futura grandezza.

 
“Demetra dalle belle chiome, dea veneranda, io comincio a cantare,
e con lei la figlia dalle belle caviglie, che il Nume Edonèo rapì;
lo concedeva Zeus […],
eludendo Demetra, datrice di pomi, Signora delle splendide messi,
mentre giocava con le fanciulle dal florido seno, figlie di Oceano,
e coglieva fiori: rose, croco, e le belle viole
sul tenero prato; e le iridi e il giacinto;
e il narciso che aveva generato, insidia per la fanciulla dal roseo volto,
la Terra, per volere di Zeus compiacendo il dio che molti uomini accoglie.
[…] ella pretese le mani insieme
per cogliere il bel trastullo: ma si aprì la terra […]
[…] e ne sorse il dio che molti uomini accoglie,
il figlio di Crono, che ha molti nomi, con i cavalli immortali.
E afferrata la dea, sul suo carro d’oro, riluttante, in lacrime
la trascinava via;
ed ella gettava alte grida […]
Ma nessuno degli immortali o degli uomini mortali
udì la sua voce […].”.

 

[Inno a Demetrea, vv. 1-22 – Attribuito ad Omero]

 

 

Zeus unitosi a Demetra, sua sorella, ebbe una figlia, Persefone, una meravigliosa fanciulla di cui si invaghì Ade, dio degli Inferi, e ,soprattutto, fratello di Zeus.
Mentre Zeus era solito rapire per poi abbandonare le sue amanti, divine o mortali che fossero, Ade voleva Persefone come sposa, come se questo legittimasse, agli occhi di Ade e dello stesso Zeus, il rapimento della giovane. Zeus non fu direttamente coinvolto nel ratto, ma ne era testimone, quindi non meno colpevole del rapitore stesso.
Ade le tese una trappola usando il narciso, fiore simbolo della giovinezza, e cioè l’altra metà di Persefone, conosciuta anche come Kore. Con questo inganno la ghermisce, mentre la giovane urla disperata.
Il suo grido, che nessuno può udire, è legato alla paura della giovane, vergine, di essere violata, andando incontro ad un rito iniziatico anzi tempo, creando un rifiuto verso la sessualità e all’affacciarsi all’età adulta.

Persefone non ha quindi scelta, venendo rapita da Ade e portata negli Inferi, ove il dio la fa sedere al suo fianco come simbolico rito di passaggio, ella si ritrova, almeno in quel luogo, a dover abbandonare l’altra parte di se stessa, Kore.
Solo l’ostinata disperazione della madre Demetra, che ha cercato per giorni la figlia, riesce a smuovere la situazione. La dea infatti sta lasciando morire le messi, e solo ciò che muove Zeus ad intervenire.

 

 

 

” – O Ade dalle cupe chiome, che regni sui morti,
Zeus, il padre, mi ordina di condurre fuori dall’Erebo
fra gli dei, l’augusta Persefone, affinché la madre
rivedendola con i suoi occhi ponga fine al rancore e all’ira miserabile
contro gli immortali; poiché medita un grave progetto;
sterminare la debole stirpe degli uomini nati sulla terra
tenendo il seme celato sotto la zolla, distruggendo le offerte
che spettano agli immortali […].”.

 

[Inno a Demetra, vv. 347-54 – Attribuito ad Omero]

 

 

Zeus non viene mosso da pietà, né da amore paterno verso quella figlia così ingiustamente sottratta, né prova pietà per il dolore della sorella, ed amante, Demetra, bensì egli la teme, poiché ella ha fatto scendere il primo inverno sulla terra, mostrando agli uomini e agli dei di cosa è capace la sua ira, pronta a lasciare i primi senza cibo e i secondi senza libagioni.

Che il suo dolore diventi il dolore di tutti.

Al timore di Zeus si oppone l’ostinazione, silenziosa, di Ade, il quale deve per forza cedere Persefone, ma, nuovamente, decide per questa, traendola nuovamente in inganno.

 

 

” – Torna, Persefone, presso tua madre dallo scuro peplo […].-
[…] Così egli diceva: si rallegrò la saggia Persefone,
e subito balzò in piedi, piena di gioia; egli tuttavia
le diede da mangiare il seme del melograno, dolce come il miele,
[…] affinché ella non rimanesse per sempre
lassù con la veneranda Demetra dallo scuro peplo.”.

 

[Inno a Demetra, v. 360; vv. 370-74 – Attribuito ad Omero]

 

Il nuovo inganno di Ade intrappola per sempre Persefone, legandola al regno degli Inferi e al di lei violentatore, ma poiché la dea mangiò solo pochi semi, per la precisione sei, ella avrebbe dovuto sedere accanto ad Ade per sei mesi l’anno, passando i restanti al fianco della madre.
Persefone è il naturale proseguimento di Demetra, la sua estensione, non solo in quanto unica ed adorata figlia, legata alla madre da un rapporto unico, ma anche come simbolo della rinascita di Demetra in lei.
Violare Persefone è come violare Demetra stessa, nella quale si sente ancora l’eco dell’antica Dea Madre, schiacciata e scacciata dall’avvento del pantheon maschile, che Zeus rappresenta appieno, con i suoi appetiti selvaggi e il suo lato violentatore.
Zeus diviene emblema, come lo stesso Ade in questo caso, di ciò che cercò di cancellare il ricordo della Dea paleolitica, il maschilismo imperante che desiderava soggiogare le donne ed il loro potere femmineo, relegandole in una lunga oscurità, dalla quale non siamo ancora uscite del tutto.

 

 

“Una mattina la vestale Silvia […] va a prendere l’acqua per lavare le sacre reliquie; […] stanca apre le vesti sul petto per prendere aria e sistema i capelli in disordine. Mentre è seduta […] di nascosto un dolce sonno si impadronisce dei suoi occhi, la mano si fa languida e scivola dal mento.
Marte la vede, la vede e la desidera, la desidera e la possiede; e con i suoi poteri divini nasconde il furto d’amore.
[…] Intanto cresce Remo e cresce Romolo, e il ventre è rigonfio del celeste fardello.”.

 

[Fasti,libro terzo, Marzo – Ovidio, trad. a cura di L.Magini]

 
La storia raccontata nei Fasti, sulla base del ben noto mito del concepimento di Romolo e Remo, è ciò che sembra, cioè uno stupro, tra l’altro sacrilego, in quanto Silvia è una sacerdotessa di Vesta, come tale intoccabile, e la sua verginità è un’offerta alla Dea alla quale ella è votata.
Al momento del parto di Silvia la statua di Vesta si coprì gli occhi e il suo fuoco sacro si nascose sotto le ceneri tanto fu empio il gesto, divenuto concreto, del dio.
Marte disarmato, come lo descrive Ovidio, non è capace di mettere da parte la violenza che lo caratterizza, e che trasmetterà ai suoi figli. Egli, facendo scendere il sonno sulla giovane, la violenta mentre questa è incosciente, palesandosi nel sonno di questa, ma non ai suoi occhi.
Nei Fasti pare quasi che Ovidio incolpi la vittima di questa violenza subita, poiché ella, credendosi sola, “si apre la veste sul petto” mostrando così la sua bellezza al dio, tentandolo ed inducendo il desiderio in Marte. Lasciandosi andare al sonno indotto, ella si rende facile preda, arrendevole alle bramosie del suo violentatore.
Questo è in linea con il pensiero romano, di cui Ovidio è portavoce, ricordiamo che proprio Ovidio nell’ Ars Amatoria scrisse : “Vis grata puellae“, cioè “La violenza è gradita alle fanciulle“, ove incinta i giovani a non desistere quando una fanciulla di mostra restia, se non del tutto contrariata, di fronte alle insistenti attenzioni e pressioni del suo corteggiatore, ella, secondo Ovidio, con un simili comportamento sta invece incitando l’uomo a continuare ad insistere nella sua opera seduttiva.
Romolo è il degno figlio di Marte, tanto che egli conosce solo la violenza delle armi e la rozzezza dei modi, e con lui i suoi compagni e seguaci, maniere che frenano qualsiasi fanciulla ad avvicinarsi, torniamo quindi al già citato ratto delle Sabine.
Una spirale di violenza e stupri si abbatte sulla leggenda di Roma.
Oltre ai dati ben conosciuti su Rea Silvia, chi era lei veramente? Leggendo il suo nome riecheggia un antico richiamo: Rea, figlia di Gea ed Urano, madre degli dei che risiedono sull’Olimpo, e Silvia, derivato da Silvana la dea delle selvi, un doppio eco dell’antica Dea Madre, nuovamente violata da una nascente cultura misogina.

 
“Poseidone: […] è morto Priamo,
sono morti i figli, e Cassandra, la vergine,
cui spinge Apollo a delirare orali
posto in oblio, la vuole ora Agamennone,
sposa furtiva del suo letto.
[…]
Atena: Non sai che me, che offeso hanno il mio tempio?
Poseidone: Lo so, rapì Cassandra Aiace a forza.”.

 

[Le troiane – Euripide]

 

Troia è caduta sotto l’inganno, e ora brucia. Gli eroi greci si stanno dividendo il bottino di guerra, comprese le donne fatte prigioniere, smistate tra i vari condottieri, al pari degli oggetti.
Tra questi eroi, adoratori di un pantheon maschile, vi è Aiace, comandante del contingente locrese, il quale, durante la presa della città, inseguì Cassandra, che aveva cercato riparo, ed asilo, nel tempio di Atena. Qui egli la strappò dalla statua della dea, ove la giovane si era aggrappata per sfuggire alla violenza. In questo modo Aiace si macchia di una doppia azione empia, sottraendo la giovane al tempio e facendo cadere il simulacro di Atena a terra.
Aiace non solo non rispetta il diritto di asilo, ma violenta la giovane sotto gli occhi della statua di Atena, sulla quale cadono alcune gocce di sangue di Cassandra. Quel sangue farà nascere nella mente della dea un’irosa vendetta: Aiace e molti altri greci non rivedranno mai la loro patria, le loro navi affonderanno e gli uomini periranno tra i flutti.
Gli occhi della dea vergine, sotto i quali Aiace compie i suoi empi misfatti, sono gli occhi dell’antica Dea Madre, sopravvissuta in parte in Atena, la quale, per sopravvivere nel nuovo pantheon, è stata privata della sua stessa femminilità.
Ella non conosce il sangue femminile, e quello di Cassandra risveglia in lei un’antica ira per ciò che le è stato sottratto.

 

“Dopo aver trascinato con entrambe le mani la fanciulla
… disposta innanzi alla statua
… il Locrese non ebbe timore
… dispensatrice di guerre
… ma essa terribilmente sotto le ciglia
… divenuta livida, sul mare color vino
… e con invisibili tempeste
improvvisamente lo sconvolse.”.

 

[Fr. 298 V.= SLG S262, vv. 20-27 – Alceo]

 

 

Mentre Alceo, nei pochi frammenti giunti sino a noi del suo componimento, sottolinea lo stato d’animo di Atena, tralasciando completamente il dramma della violenza subita da Cassandra, invece troviamo in Callimaco e Licofrone proprio la giovane, e lo stupro subito, al centro della scena narrata.
Scrive Licofrone: “Ed io sventurata, che rifiuto le nozze“, dove il rifiuto delle nozze è il desiderio della fanciulla di emulare Atenala dea che odia le nozze“. L’odio di Atena è dovuto alla sua nuova condizione di donna spogliata del suo essere, senza sangue e senza nozze, l’unico modo in cui la Dea Madre era riuscita a sopravvivere, in minima parte, tra i nuovi dei maschili.
Così, mentre la Dea Madre, che aveva vegliato sugli umani per migliaia di anni, si trovava depredata del suo essere femmineo, le altre dee e le mortali venivano violate da queste nuove divinità, dedite a placare i loro appetiti sessuali, alla violenza e al desiderio di privare ogni donna, di cui si fossero invaghiti, della sua dignità.

 

“La fragilità identitaria, che non risparmia l’uomo dei nostri giorni, può tradursi in una rinuncia alla responsabilità individuale e nella liberazione di ogni istinto ‘selvaggio’. In particolari condizioni la mancata integrazione della parte istintuale può portare all’utilizzo perverso del potere, alla manipolazione e nel peggiore dei casi, all’umiliazione della vittima.”.

 

[Artemisia e le altre. Miti e riti di rinascita nella violenza di genere – M.Vallino e V.Montaruli]

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