Le donne nel mito, parte settimana: Ifigenia

Sacrifice-of-Iphigenia-1740-1742

 

“E le preghiere e le invocazioni al padre
e l’età verginale non curarono
i duci bramosi di guerra: e ordinò il padre
ai ministri, dopo la preghiera
di levarla come una capra, alta sull’ara,
con fermo cuore, avvolta nei pepli e prostrata;
e della bocca bella con bavaglio trattenere la voce
imprecante alle case,
con violenza e con muta forza di freni.
Ed ella, discinte al suolo le crocee vesti
ciascuno dei sacrificatori con dardo di pietà
dagli occhi colpiva, bella come un dipinto,
volendo parlare.”
[Agamennone, Eschilo, vv.228-43, trad. a cura di R.Cantarella]

 

Il mito di Ifigenia è caratterizzato dal sangue: il sangue versato dalla fanciulla durante il suo rito sacrificale, e il sangue che macchia le mani di tutti i suoi familiari.
Dall’iniziale sacrificio della giovane inizierà una vera a propria tragedia familiare: l’uxoricidio di Agamennone per opera di Clitemnestra, aiutata dal suo amante Egisto; seguito dal matricidio, della stessa Clitemnestra, per mano di Oreste, aiutato dalla sorella Elettra.
La vicenda di Ifigenia prende il via con gli Achei radunati in Aulide, pronti a muovere guerra verso Troia, per rispondere all’offesa di Paride nei confronti dell’ospitalità di Menelao e per vendicare il ratto di Elena.

Quindi il mito di Ifigenia altro non è che lo sfondo mitico dell’Iliade.

L’ azione è sospesa tra due momenti mitici ben fissati, cioè il prima, ove vediamo Paride giungere ospite presso Menelao, e il dopo, la futura guerra tra Achei e Troiani.

Dunque, sacrificata Ifigenia la flotta achea è libera di partire in direzione di Troia, dando inizio ad un’altra narrazione.

Ma in tutto ciò, cosa accade alla giovane?

Due sono le versioni del mito, nella prima Artemide, mossa a compassione, salva la ragazza ponendo al suo posto, sull’altare sacrificale, una cerva, trasportando Ifigenia in Tauride e facendola divenire una sua sacerdotessa.

 

“[…]Ma poi
quando prevalso il comune interesse
sull’affetto paterno e il re sul padre
Ifigenia tra gli officianti in lacrime
stava presso l’altare ormai sul punto
d’essere uccisa e versare il suo sangue
di giovinetta vergine, la dea
ne fu commossa e nascosta la scena
con una nube, al culmine del rito,
tra la folla e le voci dei preganti,
sostituì, si dice, la fanciulla con una cerva.”.

[Metamorfosi, Ovidio, trad. a cura di M.S.Abbate]

 
Mentre nella seconda versione la giovane viene effettivamente sacrificata sull’altare, ricordando il mito di Niobe, la cui progenie venne totalmente sterminata, per mano di Artemide ed Apollo, dopo che la donna si era vantata a gran voce di aver avuto ben dodici figli mentre Latona fosse stata in grado di generarne solamente due.

 

“Mio padre, come sono venuta a sapere, aggirandosi
nel bosco sacro alla dea, con i passi spaventò un
cervo cornuto punteggiato, mentre lo sacrificava
pronunciava qualche parola tronfia per caso.
Essendosi adirata per questo la figlia di Latona
bloccava i Greci, affinché il padre uccidesse
come vittima parimenti sua figlia.”.
[Elettra, Sofocle, vv.566-72, trad. a cura di B.Gentili]

 

Anche Ifigenia, come i figli di Niobe, è vittima della colpa di un genitore, che vantandosi causa disgrazia e sciagura ai figli.

“Una volta Atreo aveva fatto voto di sacrificare ad Artemide l’animale più bello che fosse nato nel suo gregge. Ma quando improvvisamente vide che c’era un agnello d’oro, dicono che rinnegò il suo voto: sgozzò l’agnello e custodì il suo vello in una cassa.”.
[Biblioteca, Apollodoro, trad. a cura di Marina Cavalli]

 

Il sacrificio di Ifigenia è voluto da Artemide per puro odio, che non è diretto solo verso Agamennone, colpevole di aver pronunciato frasi empie nei confronti della dea, bensì è ben radicato verso tutta la famiglia di questi, sin da quando lo stesso Atreo si rifiutò di praticare un sacrificio promesso alla figlia di Latona.
C’è da porsi la domanda del perché, però, Artemide pretenda proprio il sacrificio della giovane, venendo  così a scoprire che questo non è il mero desiderio di una dea capricciosa, offesa nell’orgoglio di divinità, bensì è un retaggio socio-culturale ben radicato nella mentalità dell’epoca, tanto che il filosofo ed antropologo René Girard sostiene che: “La vendetta vuole rappresaglia e ogni rappresaglia ne attira di nuove. […] Rischia di provare una vera e propria reazione a catena dalle conseguenze rapidamente fatali in una società di dimensioni ridotte.“, come in pratica accadrà a tutta la famiglia di Ifigenia, il sangue chiamerà sangue.
Benché siano gli uomini a muovere l’azione nel mito di Ifigenia, il sacrificante Agamennone, l’indovino Calcante che rivela le intenzioni della dea, l’ offeso Menelao che spinge affinché il fratello faccia quello che deve fare pur di poter raggiungere Troia, l’inganno mosso all’insaputa di Achille, il matricidio per mano di Oreste, i veri protagonisti della vicenda sono le donne.

 

“Clitemnestra, come pure Cassandra, è grande perché concilia in sé le contraddizioni. […] In Clitemnestra concorre la hybris maschile e la hybris femminile, quelle dei Sette e quella delle fanciulle tebane. In una sola persona si trova unito ciò che era contrapposto.”.
[Eschilo e l’azione drammatica, B.Snell]

 

Clitemnestra, una volta scoperto l’inganno teso da Agamennone, non tace, bensì accusa di marito di essere crudele e con dure parole lo attacca per salvare la vita di Ifigenia.

 

“Immolerai la figlia? E che preghiera
dirai, mentre l’immoli? E che fortuna,
mentre tua figlia sgozzi, invocherai?[…] Tornato in Argo, i figli abbraccerai?
Non ti sarà concesso.”.
[Ifigenia in Aulide, Euripide, trad. a cura di E. Romagnoli]

 

Con il sacrificio di Ifigenia l’antico odio di Clitemnestra, nei confronti del marito, si risveglia, riportando alla memoria della donna la dolorosa uccisione del primo marito, e del loro figlioletto, per mano dello stesso Agamennone.
Ella non può perdonare che nuovamente il marito le infligga una simile pena, e così Clitemnestra attenderà anni prima di potersi finalmente vendicare, dimostrando un incredibile raziocinio. Ella attenderà il ritorno del marito, vittorioso per la caduta di Troia, per avere finalmente la vendetta che ha covato per anni.

 

“[…] Lo colpisco due volte: e in due gemiti gli si sciolgono le membra; e su di lui caduto aggiungo il terzo colpo, offerta votiva all’infero Ade, salvatore dei morti. Così, cadendo, egli esagita l’anima; e soffiando fuori un violento getto di sangue, mi colpisce con nero spruzzo di sanguigna rugiada: e io ne godo non meno che campo seminato, per il ristoro mandato dal cielo su gemme che si schiudono.”.

[Agamennone, Eschilo, vv.1380-93, trad. a cura di R. Cantarella]

L’uccisione di Agamennone forse non è condivisibile, ma è sicuramente capibile, poiché nessuna madre sarebbe capace di perdonare l’uomo che le ha barbaramente ucciso i figli.
Ella non può tollerare che l’assassino dei suoi figli non solo rimanga impunito, ma che abbia riconoscimenti da eroe per la guerra vinta.
Eppure, una volta che Clitemnestra ha finalmente ottenuto giustizia, i suoi figli maggiori, Oreste ed Elettra, covano rancore ed odio verso la madre, tramando per ucciderla, quasi che non avessero memoria di ciò che il padre ha fatto a loro sorella, giustificando quindi il comportamento di Agamennone che ha messo il suo stesso orgoglio, il suo desiderio di muover guerra, prima della salvezza di Ifigenia.

 

“Il padre, il padre. Sei monotona. Non t’aggrappi ad altro: è caduto, è colpa mia. Colpevole, d’accordo, lo so perfettamente. Non potrei smentire. Ma non ero sola: lo giustiziò la Legge, il contrappasso cui pure tu dovevi allearti, se avevi coscienza, in quei momenti. Perché quel padre tuo- e tu t’ ostini a cantargli la nenia – ebbe, tra i comandanti greci, durezza disumana: immolò tua sorella, il tuo sangue! Coi dolori, però, non lottò -seminando – quanto me che la feci.
Bene. Fa’ luce: a che scopo l’offerse, per chi? Per un piacere ai Greci, forse? Non stava a loro dar morte, non alla mia! Allora, di’, quello rimpiazza Menelao, suo fratello, ammazza roba mia, e non è pronto a risarcirmi il danno? Li aveva o no, quell’altro, un paio di figlioli? Morivano loro, non la mia! […] O era Abisso goloso -strano – più delle carni dei miei che dei nati da quell’altra donna? […] Ma la vittima, lei [Ifigenia], confermerebbe, se riavesse voce”.
[Elettra, Sofocle, vv.527-48, trad. a cura di E. Savino]

 

Il dolore, descritto dalle parole di Sofocle, di Clitemnestra è straziante, ed ancora vivo, nonostante l’uccisione del marito, che però non le ha ridato l’amata figlia, anzi le ha fatto perdere l’amore dei figli superstiti.
A contrapporsi a Clitemnestra troviamo Elettra che preserva, nelle sue parole, lo scandalo che scosse la sua vita, l’uccisione del padre per mano della madre e del di lei amante.
L’ odio di Elettra per Clitemnestra è contraltare, grazie all’interpretazione di Carl Gustav Jung, del modello edipico freudiano: l’astio di Elettra non è che il velo che cela le pulsioni inconfessabili del desiderio incestuoso della giovane nei confronti del padre.
Quindi, mentre Clitemnestra mantiene vivo il ricordo della figlia sacrificata, l’odio obnubila Elettra, che non sembra serbare memoria della sorella uccisa dall’amato e compianto padre, tanto da istigare il fratello, Oreste, ad uccidere la madre, spingendolo con il suo furore a colpirla sul seno che li nutrì, senza nessuna pietà.

La junghiana Linda Schierse Leonard analizza, nel suo libro “La donna ferita. Modelli archetipi nel rapporto padre-figlia“, come quasi tutte le donne di questo mito, cioè Ifigenia, Clitemnestra ed Elena, siano viste come oggetti di legittima proprietà dell’uomo.
Questo, secondo la Leonard, è il vero nucleo del racconto mitologico, l’oppressione del femminile da parte del maschile che, con il suo dominio, nega al femminile di esprimersi nelle sue più svariate forme.

 

“Agamennone diventò re di Micene e sposò Clitemnestra, figlia di Tindaro, dopo averle ucciso il primo marito, Tantalo figlio di Tieste, insieme al bambino. Agamennone e Clitemnestra ebbero un maschio, Oreste, e tre femmine, Crisotemi, Elettra e Ifigenia. Menelao sposò Elena e regnò su Sparta quando Tindareo abdicò in suo favore.”.
[Biblioteca, Apollodoro, trad. a cura di Marina Cavalli]

 

Sia Agamennone che Menelao si servono delle donne per ottenere il potere, lo stesso potere al quale Ifigenia si sottomette quando il padre la sacrifica sull’altare.

La donna viene quindi privata di se stessa e resa schiava di un padrone uomo che la vede unicamente come proiezione dei suoi desideri.

 

“Per gli esseri umani la luce del sole è il piacere più bello.Sotto la terra è il nulla.
Pazzo chi si augura di morire! Vivere male è meglio che morire bene.”.
[Ifigenia in Aulide, Euripide, vv.1250-2]

 

Che Ifigenia venga effettivamente uccisa sull’altare, o sostituita, per mano di Artemide, con una cerva, la morale non cambia, poiché, come si vede nel proseguire delle vicende mitiche e tragiche, il sangue chiama altro sangue.
A rendere omaggio al personaggio di Ifigenia, Euripide crea due tragedie, con protagonista la fanciulla Ifigenia in Aulide e Ifigenia in Tauride, la cui grande particolarità è il lieto fine, cosa assai insolita per una tragedia.

 

Volentieri sacrifico la vita per la patria,
immolatemi e poi radete al suolo Troia. Erigerò a me stessa
questo monumento duraturo,
nobile più di nozze e progenie.”.
[Ifigenia in Aulide, Euripide, vv.1397-99, E. Romagnoli]

 

L’Ifigenia euripidea compie un passo in avanti rispetto all’Ifigenia del mito, ella infatti porta a compimento una maturazione incredibile, poiché Ifigenia venendo sacrificata entra a far parte del logos, lasciandosi alle spalle la condizione femminile di moglie e di madre, per entrare a far parte, assieme agli eroi Achei, del valore comune, della memoria collettiva.
Addirittura, nell’Ifigenia euripidea, troviamo dei chiari richiami all’Odisseo omerico, tanto che ella è maestra d’inganno, capace, con l’astuzia tipica dei Greci, di liberarsi dal giogo dei barbari, i Tauri, prendendo il mare per fare ritorno nella sua patria.

 

I testi mitologici sono il riflesso insieme fedele e ingannatore della violenza che fonda la comunità. […] il mito è un testo falsificato dalla credenza dei carnefici nella colpevolezza della loro vittima.“.
[René Girard]

 

Nel mito di Ifigenia, e nei testi tragici che attingo alla vicenda, ogni colpevole diverrà vittima a sua volta, in una lunghissima spirale di violenza, che troverà fine solo in un secondo intervento divino.

 

[…] E poiché questa causa qui è giunta, per i delitti di sangue io sceglierò giudici giurati e ne farò un istituto per tutto il tempo a venire.[…] A me appartiene di prendere l’ultima decisione: e questo mio voto aggiungo (esegue) a quelli per Oreste. Madre non esiste, che mi abbia generato; e tutto ciò che è maschio, tranne le nozze, io approvo di tutto cuore: del tutto io sono del padre. Quindi non darò maggior peso alla morte di una donna che ucciso il marito. […] Estraete ora i suffragi dalle urne, voi fra i giudici cui questo compito è assegnato. […] Quest’uomo è assolto dall’accusa di omicidio: eguale è il numero dei voti.“.

[Eumenidi, Eschilo, vv.482-4, 735-44, 752-3, trad. a cura di R.Cantarella]

 

L’offesa ad Artemide aveva dato il via ad una lunghissima scia di sangue, quasi ad onorare il suo essere dea della caccia, oltre che specchio indiscusso dell’ antica Dea Madre, e a fermare tutto ciò è la ragione, che trova la sua rappresentazione nella dea Atena, la quale pone le basi per la risoluzione di qualsiasi controversia anche futura.

Atena fonda l’Areopago, il modello originario di qualsiasi tribunale moderno, nel quale è necessario mostrare le prove raccolte, procedere ad un dibattito ed infine giungere ad un verdetto.
In questo modo Atena libera il mondo arcaico dalla vendetta, rendendo giustizia a chiunque si senta vittima di un abuso.

Il sacrificio di Ifigenia, quindi, è ben più che lo sfondo della guerra di Troia, è la base su cui si fonda la prima fase embrionale del diritto, che ha messo fine all’età arcaica della vendetta come unico mezzo per ottenere giustizia.
Ifigenia non è sicuramente stata l’ultima vittima di violenza, ma è sicuramente la prima che, con il suo sangue, ha scritto una delle pagine fondamentali dell’età moderna.

9 pensieri su “Le donne nel mito, parte settimana: Ifigenia

  1. I love your work. Myth and tale is my favorite. My new story. I am using the goddess of old. The ancient gods. Allow us to wander to the places of the ancient people. Thank you for sharing your amazing blog.

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