Il sangue delle donne: tra mito e tabù

sangue

“Se l’Homo Sapiens ha trovato mille espedienti per proteggersi dal freddo, dalla fame, dalla malattia o dagli incerti della natura, se ha saputo esplorare e colonizzare tutte le terre, viaggiare nell’universo e inventare armi sofisticate per uccidere i suoi simili, è inevitabile constatare che riguardo alle mestruazioni è rimasto spesso sul registro dell’irrazionale. Nonostante la sua banalità, il ciclo resta un fenomeno misterioso, circondato da leggende, superstizioni, reticenze e stereotipi la cui persistenza non può che stupire.”.

 

[Questo è il mio sangue – Elise Thiébaut, trad. a cura di Margherita Botto]

 

Il tabù delle mestruazioni, secondo diversi studiosi, è fissato nell’inconscio sociale collettivo: la psicoanalisi ha collegato il rifiuto del mestruo, visto come qualcosa di negativo, di cui non si deve accennare se non con altre donne, al complesso della castrazione.
Per Sigmund Freud il complesso della castrazione riguarda sia il bambino che la bambina, nella quale la vista dell’organo maschile fa scattare il complesso in questione.
Ne Il tramonto del complesso edipico, Freud descrive come la bambina, scoperto l’organo riproduttivo maschile, si senta una vittima isolata della castrazione, per poi allargare progressivamente a tutte le sue coetanee tale avvenimento, sino a comprendere poi tutte le donne adulte, tra le quali anche la madre. Freud sostiene, inoltre, che il complesso della castrazione potrebbe portare all’invidia del pene che condurrebbe l’inconscio della donna verso la gelosia e alla depressione.

 
“Il sesso della donna è la porta attraverso la quale la vita giunge a noi, ma è pure l’orifizio che distrugge l’antica purezza; grazie ad esso, attraverso il segno tangibile del sangue mestruale, verrà ricordata in eterno la debolezza della natura femminile e sua innata volontà di votarsi al male. Nella cultura greca prima e giudaico cristiana dopo, la demonizzazione del corpo femminile porta ad un ricco pantheon di affascinanti figure di donne fantastiche dai poteri malefici e dalle potenti azioni adescatrici. Solamente attraverso la condanna e la penitenza del corpo si potrà in qualche modo ammansire la natura malevola della ‘seconda metà del cielo’.”.
[L’inquietante femminile – Nerino Valentini]

 

Il sangue, da sempre vissuto come segno di forza, di coraggio e di discendenza, spiega Nerino Valentini, è qualcosa che lega in maniera indissolubile, è sinonimo stesso della vita, tanto da fungere da attore principale nei più antichi riti.
Le prime rappresentazioni scultoree della Dea Madre, dai grandi seni, dal ventre prominente e dal pube sporgente, sono di circa trentamila anni fa. Come si è passati, quindi, dal venerare il corpo della donna, dal quale esce la vita, dal cui sangue mestruale si regola il mistero più antico di sempre, la nascita, a considerarlo immondo ed impuro nelle religioni monoteistiche?
Nel 2800 a.C circa, i templi dell’ isola di Malta venivano eretti sopra uno strato di terra rossa, un richiamo al sangue e all’idea della potenza generatrice femminile, idea che poi mutò in peccato e lussuria.

 

“Moltiplicherò i tuoi dolori
e le tue gravidanze,
con dolore partorirai figli.
Verso il tuo marito sarà il tuo istinto,
ed egli ti dominerà.”.
[Genesi 3,16]

 

 

Come nel mito greco di Pandora, donna e primogenita tra le donne mandata sulla terra dagli dei per vendicarsi degli uomini, anche Eva, altra donna e nuovamente primogenita, rappresenta la disgrazia dell’uomo.
C’è da tenere conto, però, che in realtà Eva non fu la prima donna, bensì la seconda. Adamo, prima di essere tentato da Eva, e ancor prima che questa fosse creata da una di lui costola, aveva come compagna Lilith.

 

 

“Quando il Santo […] ebbe creato il primo uomo, disse: non è bene che egli rimanga senza compagnia, e creò quindi per lui una donna, anche’essa tratta dalla terra, cui diede il nome di Lilit.”.

 
[Alfa beta de-Ven Sira – Tratto da Simboli del pensiero ebraico di Giulio Busi]

 

 

Lilith dimostrò fin da subito la sua natura ribelle, non volendo giacere sotto ad Adamo, vogliosa ella stessa di trovare il suo piacere e non essere succube soltanto del godimento dell’uomo, come un mezzo per il raggiungimento dell’orgasmo maschile.
La rivendicazione della parità con il compagno, creato con la medesima materia con cui anche ella era stata plasmata, e di una parità di diritti la condannarono alla dannazione, trasformandola in un demone alato dedita alle orge con demoni, durante le quali era accoglieva in se stessa il frutto di quel peccato, divenendo a sua volta madre di schiere di demoni al suo comando.

 

 

“Nella concezione diffusa dalle antiche tradizioni, il sangue mestruale rappresenta magnificamente la duplicità innata delle visioni simboliche, con chiaro rimando alla doppiezza, intesa come complessità, della figura della Dea Madre, amorevole generatrice ma, nel tempo terribile creatura che affama e uccide. Il potere del sangue che è vita e che giustifica l’esistenza, diviene della donna simbolo ferale e vitale in egual misura di un essere nel contempo fecondatore e sterilizzatore. Nella visione sacrale del corpo femminile emerge prepotentemente la visione dell’aspetto negativo, nefando e periglioso di una realtà materiale che ciclicamente trasuda una sostanza che rimanda al peccato verso Dio.”.

 
[L’inquietante femminile – Nerino Valentini]

 

 

Una volta instauratosi un pantheon maschile, a soppiantare il culto della Dea Madre, il sangue umano assunse due significati opposti: vi era quello versato in battaglia, che conferiva onore e gloria, eternità, fama, o quello della vittima sacrificale durante un rito di purificazione o in onore degli dei, ove il primo portava orgoglio alla famiglia e alla patria e il secondo era segno di massima devozione verso le divinità; c’era poi il sangue delle donne, quello mestruale, quello della deflorazione della vergine e infine quello che accompagnava e seguiva il parto, nessuno di questi da considerare né pieno d’orgoglio né ricco di devozione.

 
Artemide ed Atena, dee antichissime di natura partenogenetica, trovarono spazio nel pantheon maschile greco, come le corrispondenti del pantheon romano Diana e Minerva, venendo de femminilizzate, spogliate della loro natura di donne : Atena nacque, già con elmo, corazza e lancia, dalla testa di Zeus, il quale non ebbe un parto indolore visto che che Efesto dovette rompergli il cranio con un’ascia, o un martello, per placare i dolori di un mal di testa che si rivelò altro non essere che un travaglio in piena regola.
Atena che siede tra gli dei dell’Olimpo è una figura ben lontana da chi era in passato, durante l’era della Dea Madre, cioè la Dea-Uccello. Ella aveva conservato il suo status, ma era stata privata di quello di donna, senza la sua parte femminile ed il suo mestruo.
Artemide assisteva ai parti, e a lei erano rivolte le preghiere perché la madre ed il bambino sopravvivessero alla fatica del momento. Anche Artemide, come Atena, si trovò privata della sua essenza femminea, un’altra Dea Vergine, il cui unico sangue, che poteva possedere, era quello della caccia, un simbolico mestruo maschile che doveva compensare la perdita del suo naturale. Artemide, associata nell’antichità alla Dea-Orso, concedeva alle donne i doni di scavare ed esumare gli aspetti psichici di tutte le cose, per poi essere trasformata dal pantheon maschile in una dea capricciosa, una vergine di ferro, spietata, desiderosa del sangue di innocenti per placare le offese a lei rivolte, come ci insegna il mito di Ifigenia.
Il richiamo antico di Artemide  nella figura della Dea Madre è chiaro grazie al collegamento della dea greca con un rituale che avveniva presso un suo santuario a Braurone, ove le donne lasciavano, come offerte votive, alla dea i loro panni macchiati di sangue, mestruale o del parto, posti accanto a fini vesti donate come voti alla dea.

 

 

“[…] è notoriamente vergine, difende risolutamente la propria verginità, si circonda di donne. La donna che per gli antichi greci presiedeva alla caccia non era ai loro stessi occhi una vera e propria donna, non conosceva né il matrimonio, né il parto, né il sangue della verginità, né il sangue della maternità.”.

 
[L’Amazone et la Cuinisière – Alain Testart]

 

 

Artemide, come descritte nel canto dedicatole da Omero, è una dea duplice: ella ama seminare la morte, con un chiaro riferimento al sangue che versa perché ella stessa non può versarlo, oltre che un rimando alla penetrazione che infligge con le frecce e la lancia, ma di cui non può godere nell’amplesso con un uomo, e al contempo, circondandosi di altre figure femminili, dalle quali si distingue per bellezza, statura, portamento e grandezza, ella ama la danza ed il canto che intona con le Muse e le Grazie nella dimora del fratello Apollo.
Callimaco, nel suo inno ad Artemide, sottolinea, oltre all’eterna condizione verginale della dea, come ella spii e custodisce le strade, i porti e le vie.
Tanto Artemide è profondamente legata al suo status di eterna vergine, impostale, da divenire spietata con il suo corteo di donne, infatti se una di queste cede alle lusinghe del sesso e si concede ai favori e ai doni di Afrodite, la povera malcapitata non viene risparmiata da orribili torture. E nelle punizioni,la dea, anche se disarmata, dimostra grande inventiva e crudeltà, come ci ricorda il mito di Atteone, il quale, reo di aver scorto Artemide nuda mentre faceva il bagno in uno stagno con il suo seguito, venne, dalla dea, tramutato in cervo e sbranato vivo dai suoi stessi cani che non avevano riconosciuto il proprio padrone dopo la metamorfosi.

 

 

“Ciò che taglia definitivamente i vincoli con il mondo verginale della ragazza non è tanto la penetrazione del corpo femminile nel primo contatto sessuale, quanto piuttosto, in senso inverso, l’uscita del rampollo che apre una via dal grembo materno verso l’esterno. Questa lacerazione delle viscere, mentre attesta con le grida, i dolori e il delirio che l’accompagnano, l’aspetto selvaggio e animalesco della femminilità, permette alla donna di accedere ad una socialità piena e totale. In un certo modo […] la donna attraverso questo combattimento violento e brutale, attraverso questa forma di guerra selvaggia che essa deve subire durante il parto, non soltanto accede alla socialità, ma si eleva anche al livello dell’uomo.”.

 
[Figure, idoli, maschere – Jean-Pierre Vernant, trad. a cura di Adriana Zangara]

 

 

Ritornando ad Atena, già precedentemente accennata, il brutale e innaturale parto di Zeus è tanto assurdo da generare una donna già adulta, oltre che armata di tutto punto, non solo nel corpo, ma anche nella mente. Atena, infatti, non è mai stata bambina, poiché la madre, Metis, incinta della dea fu fagocitata da Zeus, ella però, guidata dallo spirito materno rese la sua creatura autonoma, sia dal punto di vista fisico che mentale, donandole intelligenza e sapienza. Atena è capace di qualsiasi astuzia, arrivando anche all’inganno, pur di aiutare l’eroe da lei eletto a suo pupillo, scelta che non ricade mai in maniera irrazionale, ma sempre dietro un motivo logico di ammirazione per di questa verso l’intelletto dell’uomo in questione. Bisogna infatti ricordare che sull’armatura di Atena spicca la testa della Gorgone, Medusa dai capelli serpentiformi, simbolo di distacco emotivo e di insensibilità alle emozioni altrui.

 

Al contrario di Artemide, Atena non possiede alcun tipo di sensualità, né suscita desiderio in chi la guarda, sia esso umano o divino, ella è pure e semplice razionalità, blindata nella sua corazza e nella sua verginità, persegue uno scopo e lo raggiunge, con qualsiasi mezzo.
La guerra che conduce Atena è una battaglia di uomini, di strategie ed astuzie, di inganno e violenza, mentre la caccia selvaggia di Artemide ricorda il combattimento di una donna durante il travaglio ed il parto, momenti della vita femminile,ove non esiste né inganno né astuzia, secondo le credenze del tempo, completamente in balia degli umori della dea. La partoriente, quindi, abbandonata ai capricci di una dea, capace di portare la salvezza o la morte, ma incapace di empatia verso la nuova vita che sgorgava dal corpo di una donna, essendo lei stata privata della sua parte fondamentale, il suo stesso sangue.

 

 

“I rituali del matrimonio e del sacrificio si somigliano, se non fosse per l’altare. È su quella grande pietra che si versa il sangue delle vittime, animali o esseri umani.”.

 

 

[Questo è il mio sangue – Elise Thiébaut, trad. a cura di Margherita Botto]

 

 

Secondo lo storico ed antropologo Jean-Pierre Vernant solo il parto sanciva il passaggio di status di una donna, facendola entrare, a tutti gli effetti, nella socialità della polis greca. Nel suo saggio Il matrimonio nella Grecia arcaica, Vernant spiega come la moglie legittima e la concubina, o le concubine, non avessero uno statuto ben preciso nell’era arcaica, bensì tutto dipendeva dall’onore che veniva loro riconosciuto dal capofamiglia.
Sempre di matrimonio ci parla Robert Flacelière, nel suo saggio L’amore in Grecia, dove analizza come le vergini spartane fossero mostrare, ai giovani della loro città, come puledre in esposizione, affinché gli istinti sessuali dei ragazzi fossero risvegliati dalle vigorose fanciulle ed insieme a queste procreassero guerrieri sani e robusti, per l’onore di Sparta.

 

 

“Le donne si rapivano per sposarle, e non piccole, né in età ancora disadatta al matrimonio, bensì quando erano floride e stagionate. Rapita la sposa veniva presa in consegna dalla madrina, com’era chiamata, che le rasava completamente il capo, le faceva indossare un mantello e dei calzari virili e la lasciava distesa su un pagliericcio, sola, e nel buio più assoluto.”.

 

[Vita di Licurgo 15, 4-9 – Plutarco, trad. a cura di C. Carena]

 

 

Nei templi si sacrificavano gli animali, la donna invece veniva sacrificata sul talamo nuziale, dove giungeva vergine a perdere quel sangue verginale che sanciva un nuovo rito di iniziazione, che si concludeva, come detto in precedenza, solo attraversando i dolori del travaglio, partorendo infine un bambino, mezzo attraverso il quale affrancarsi dall’esclusione della socialità.
Quindi, mentre l’uomo doveva dimostrare il suo coraggio versando il sangue del nemico, inebriandosi della sua forza nel strappare la vita ad un proprio simile, alla donna era richiesto di mostrare il proprio onore versando il proprio di sangue, e dando così la vita ad un’altra creatura.
Non è difficile capire perché gli uomini preistorici venerassero una Dea, visto che la donna combatteva, soffriva e sanguinava per donare la vita, non l’uomo.

7 pensieri su “Il sangue delle donne: tra mito e tabù

    • Ti ringrazio del tuo apprezzamento! Si, strada ne è stata fatta, anche questa piena del sangue di donne che hanno lottato per ottenere parità di diritti, controllo sul proprio corpo e sulla propria vita. La lotta deve continuare, e l’insegnamento alle giovani donne deve crescerle riconoscenti di ciò che hanno fatto le loro madri, le loro nonne e così via.

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  1. leggo con interesse i tuoi post che sono autentici saggi per la dovizia di fonti e citazioni che ne fanno un racconto interessante.
    Certo la donna di strada ne ha fatta ma ne deve fare ancora per raggiungere quella parità quale giusto premio del suo status nella vita sociale.

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