Iside, modello di madri e regine.

iside e osiride

 

“La donna rappresenta la terra […]. D’ altra parte l’ uomo che procrea pare quale rappresentante dall’ Oceano, quale elemento fecondante. L’ oceano sta, allora, alla terra come l’ uomo alla donna. Ma chi ha il primato in questa unione? […] Bellerofonte e Poseidone cercano di ottenere il trionfo del patriarcato, ma di fronte al segno della maternità che concepisce, entrambi retrocedono sconfitti.”.

[Il matriarcato – J.J. Bachefon, trad. a cura di Giampiero Moretti]

 

Terra ed acqua, come generatori di vita, non potevano essere meglio rappresentanti che in Egitto, dove lungo le sponde del Nilo la vita prendeva forma, quando le acque del fiume tracimavano, andando a fecondare i campi limitrofi, permettendo quindi all’ essere umano di prosperare.
Iside, dea Madre, portatrice di vita, è fecondata da Osiride, forza maschile fecondante.

 

 

“Dicono poi […] che Iside e Osiride erano innamorati al punto di unirsi nell’ oscuro del grembo materno ancora prima di nascere: e alcuni sostengono che Arueris fosse il frutto di questa unione, e fu chiamato Horos.”.

 

[De Iside et Osiride – Plutarco, trad. a cura di M. Cavalli]

 

Iside e Osiride sono le figure rappresentanti di una delle più antiche forme di ginecocrazia, di cui abbiamo testimonianza.
Dopo la loro nascita, Iside ed Osiride divennero i regnanti dell’ Egitto, istruendo il popolo sull’ agricoltura, la legge e la religione.

 

“Iside venne poi a sapere che una volta Osiride si era unito alla sorella Neftys […]. Si mise alla ricerca del bambino nato da loro: infatti Neftys, per paura di Tifone, l’ aveva esposto subito dopo averlo partorito.
Dopo una lunga e faticosa ricerca, finalmente lo trovò, guidata da una muta di cani: e lo allevò, e il ragazzo diventò la sua guardia e il suo fedele compagno. Fu chiamato con il nome di Anubi e si dice che faccia la guardia agli dei, come i cani la fanno agli uomini.”.

 

[De Iside et Osiride – Plutarco, trad. a cura di M. Cavalli]

 

Tifone, o Seth, contrariato dal tradimento consumatosi tra la sua sposa, e sorella, Neftys ed il fratello Osiride, tramò alle spalle di questo per vendicarsi.
E dopo alcuni tentativi falliti,  Seth riuscì nella sua impresa: fece a pezzi il corpo di Osiride, tagliandolo in quattordici pezzi e disperdendolo sulla terra.
Ancora una volta, proprio come accadde nel racconto su di Anubi, Iside dovette intervenire, cercando i pezzi del marito, senza però mai più ritrovare i genitali, trasportati dalle acque del fiume dove erano caduti.

 

 

“La battaglia durò molti giorni e alla fine vinse Horos. Tifone fu consegnato a Iside in catene; la dea, però, non solo non lo mise a morte, ma lo lasciò addirittura libero. […] Questo perché la dea, signora della terra, non volle annullare completamente il principio opposto all’ umidità, ma intese unicamente a ridurlo e poi a lasciarlo di nuovo libero, per mantenere intatta la composizione dell’ atmosfera.”.

 

[De Iside et Osiride – Plutarco, trad. a cura di M. Cavalli]

 

I genitali di Osiride, inglobali dal Nilo, fecondano la terra, Iside, rendendola fertile e prospera.
C’ è da osservare che, mentre Iside è immortale, Osiride non lo è, altro motivo per cui Plutarco, nella sua opera De Iside et Osiride, decide di anteporre il nome della dea.
L’ adozione di Anubi, da parte di Iside, rappresenta un elemento ginecocratico, fondamentale nella discendenza matrilineare. Iside, oltre a rappresentare la madre per eccellenza, nella sua polivalenza simbolica è anche simbolo dell’ ideale femminile.

 

 

“[…] Dea dalle molte facoltà,
onore del sesso femminile.
[…] Amabile, che fa regnare la dolcezza nelle assemblee,
[…] nemica dell’ odio […]
[…]tu regni nel Sublime e nell’ infinito.
Tu trionfi facilmente sui despoti con i tuoi consigli leali.
[…] Sei tu che, da sola, hai ritrovato tuo fratello (Osiri), che hai
ben governato la barca, e gli hai dato una degna sepoltura.
[…] Tu vuoi che le donne (in età di procreare) si uniscano agli uomini.
[…] Se tu la Signora della terra […].
Tu hai reso il potere delle donne uguale a quello degli uomini.”.

 

[Dal grande Inno a Iside, II sec. a.C. – tratto da ‘La donna nell’ antico Egitto’, di E. Leospo e M. Tosi]

 

Attraverso il modello di Iside, la donna egizia non rappresenta alcun male, al contrario della Pandora greca, o forma di corruzione, come invece avverrà in seguito con Eva, simbolo negativo per tutta la tradizione giudaico-cristiana.
La dea fu di modello non solo per il popolo, ma anche per le regine che, da sole o con un consorte, fecero grande l’ Egitto.

 

“Horus è innanzitutto figlio della madre Iside; matrimonio e diritto materno sono concomittenti; il loro legame esprime lo stadio religioso lunare, che concepisce la vita soltanto nella sua apparenza transuente, non nell’ immutabilità della forza solare maschile.”.

 

[Il matriarcato – J.J. Bachofen, trad. a cura di Giampiero Moretti]

 

 

Per le donne egizie divenire madri era qualcosa di necessario, ma non per assicurare una discendenza al marito o per imporsi all’ interno della società, bensì per emulare l’ amore che Iside dava al suo popolo, i suoi figli.
La prova di questo desiderio di maternità ci è giunto attraverso diversi papiri medici e magici, nei quali erano descritti diversi metodi per capire se la donna fosse o meno incinta, o di che sesso sarebbe stato il nascituro.
Per quanto riguarda il parto, invece, ben poche testimonianze sono arrivate fino a noi, e da quelle poche che si sono conservate scopriamo che le ostetriche, atte a seguire la partoriente, assistevano, nel vero senso della parola, limitandosi ad assecondare gli eventi naturali del travaglio, intonando degli inni che erano più di sostegno psicologico per la madre, che un vero e proprio aiuto fisico.
Benché il parto, con l’ affermazione della maternità, fosse molto desiderato dalle donne egizie, queste godevano di piena libertà per quanto riguardava il desiderio di avere figli e di contrarre matrimonio. Esse non erano assoggettate al marito, avevano la loro indipendenza, anche economica, e crescevano i figli e le figlie in piena armonia con il marito.
Questa libertà, che tanto scandalizzò i Greci, durò quasi fino al II secolo a.C, quando l’ influenza ellenica portò, mano a mano, la donna egizia ad essere spogliata di ogni diritto e libertà.

 

“Antonio talvolta portava alla cintola un pugnale di tipo orientale, e si abbigliava in un modo incompatibile con i costumi della sua patria. Anche in pubblico si mostrava sdraiato su un divano come Dioniso o su un trono dorato come un re. Nei dipinti e nelle statue si faceva raffigurare insieme a Cleopatra, lui come Dioniso o Osiride, mentre la regina era Selene o Iside. Fu soprattutto ciò a suscitare l’ impressione che Antonio fosse stregato da lei.”.

 

[Storia romana, L, 5 – Cassio Dione, trad. a cura di M. Carlesi]

 

Quando di parla di regine egizie si è soliti pensare a Cleopatra, la donna colta ed ambiziosa che desiderava riportare, sotto il suo dominio, l’ Egitto al suo antico splendore. Ella apparteneva alla stirpe dei Tolomei, i cui uomini si erano persi dietro ai piaceri di una corte ellenizzata, accontentandosi di possedere un potere mediocre, senza più alcun tipo di iniziativa.
Cleopatra, che possedeva un’ intelligenza acuta, aveva capito che non doveva essere solo una regina, lei doveva incarnare i valori della Dea Iside, divenendone l’ emanazione in terra, trasformandosi nella madre del suo stesso popolo.
E così fece, passando alla storia, benché per molti secoli fosse stata descritta più come un’ ammaliatrice, maga e conoscitrice di filtri, che per lo stratega che fu.
Altre regine la precedettero, forse meno note, ma con più fortuna politica, perché sotto di queste l’ Egitto prosperò divenendo una grande e magnifica potenza. Alcune di loro furono dimenticate dal maschilismo del tempo, cancellate o offuscate dal mito di Cleopatra, che gli storici, soprattutto romani e successivamente cristiani, adornarono di una pesante aura di femminile negatività.

 

“La donna che regnò aveva lo stesso nome della regina babilonese, Nicotris.”.

 

[Storie, libro II, 100 – Erodoto, trad. a cura di M. Carlesi]

 

Le regine egizie ebbero un ruolo fondamentale nella politica e nella guida dell’ Egitto.
Secondo gli studi condotti da Francesca Maglia, e riportati nel suo libro La mater, il diritto, la giustizia, fu il sovrano Binothris a fondare il diritto per il quale le donne avevano la possibilità di regnare, a quanto ci riporta Manetone nei suoi annuari sacerdotali.
Nicotris fu, probabilmente, la prima regina d’ Egitto e il racconto della sua vita ci giunge attraverso Le Storie di Erodoto, il quale ci narra di questa donna e di come combatté contro i nemici ed assassini del fratello, suo sposo e re. Ne vendicò la morte, proprio come fece Iside, e ne prese in seguito il potere, per poi, anni dopo, cederlo in favore di altri regnanti uomini.
Era opinione dello storico ed antropologo J.J. Bachofen che, come spiega nel suo trattato ‘Il matriarcato‘, il governo della regina “non possiede affatto le caratteristiche di una successione regolare, ma piuttosto quelle di una sovranità transitoria straordinaria, e lei stessa possiede la natura di un’ Iside che riceve il potere regale seguendo la linea maschile della dinastia cui essa spetta il diritto , lo vendica, lo difende e lo conserva.“.

Teie, una fanciulla appartenente al popolo, divenne regina sposando il sovrano Amenhotep III, durante la XVIII dinastia. Assieme ebbero quattro figlie, Satamon, Henutemheb, Iside e Nebetah, e due figli, Thumos e Amenhotep.

Le due principesse Satamon e Iside divennero grandi spose reali, senza che questo compromettesse o intaccasse il potere della madre. Il figlio maggiore morì prima del padre, e a questi, quindi, succedette Amenhotep IV, che cambiò nome in Akhenaton.
Teie fu fondamentale durante il regno del marito, tanto che i loro nomi erano sempre affiancati, anche sui piccoli oggetti di uso quotidiano,
Dopo trentotto anni di regno, Amenhotep III morì e la moglie, che gli sopravvisse per altri otto anni, aiutò il figlio nei suoi primi anni di regno, ed in nome del nuovo Faraone, ne esercitò la reggenza.
Akhenaton prese come grande sposa reale Nefertiti, le cui origini sono incerte, anche se alcuni studiosi hanno ipotizzato che la donna potesse essere figlia di Teie e Amenhotep III; non vi è , però, una documentazione che smentisca o confermi simile parentela. Riguardo sempre alla sua nascita, ella potrebbe essere stata figlia di Ay e di una donna di corte, morta di parto, e di essere poi stata cresciuta dalla seconda moglie del padre, come ipotizza l’ egittologo Christian Jacq.
La coppia formata da Akhenaton e Nerfertiti era un sodalizio di persone di uguale valore di fronte al dio Aton, tanto che nessuna funzione religiosa poteva essere celebrata in assenza della regina. Tale era l’ amore ed il rispetto che il faraone provava per la sua compagna che, durante gli ingressi nella città o di fronte al popolo, egli era solito averla al suo fianco sul carro, ove solitamente il faraone era solo. Non era raro, inoltre, scorgere assieme ai due una delle loro figlie.
I due ebbero sei figlie, ma non risultano figli maschi, anche se spesso, senza prove concrete, era stato ipotizzato che Tutankhamon potesse essere un loro figlio.
Dopo il XII anno di regno, poco dopo la morte della loro secondogenita, Meketaton, la figura di Nefertiti sembrò ricoprire un ruolo di minore importanza a corte.
Durante le cerimonie ufficiali, al fianco di Akhenaton, iniziò ad apparire una delle loro figlie, Meriaten; Nefertiti si ritirò a vita privata, in un altro palazzo, senza abbandonare la città. Si presuppone che morì nel XIV anno di regno del marito, o forse si eclissò semplicemente dalla vita pubblica, purtroppo non vi sono informazioni valide a sostegno di una qualsiasi ipotesi.
Il rapporto dei due coniugi, che erano tanto innamorati da baciarsi di fronte al loro popolo, si incrinò, probabilmente, con la morte della figlia e con l’ ascesa a corte di Kiya, altra sposa di Akhenaton, dalla quale questi ebbe sicuramente una figlia, spesso ritratta sulle gambe della madre.
Kiya morì l’ anno della nascita di Tutankhamon, e quindi si è ipotizzato che potesse essere figlio della donna e di Akhenaton, e che la donna morì dandolo alla luce.
Il nome, i titoli e l’ immagine di Kiya fu abrasa e al suo posto comparve quello della Principessa Meriaten, divenuta nuova grande sposa reale di Akhenaton.

 
Altra grande sposa reale fu Nefertari, moglie di Ramses II, appartenente alla XIX dinastia.
Secondo l’ egittologo Ernesto Schiaparelli, che scoprì la tomba della donna nelle Valle delle Regine, Nefertari discendeva dal ramo dei faraoni amarniani, ed era probabilmente la nipote o la figlia del faraone Ay.
Nefertari svolse un importante ruolo diplomatico, intrattenendo una fitta corrispondenza, giunta a noi in parte, con la regina ittita Puduhepa.
Assieme al marito ebbe quattro figli, Amonhirkhepshef, Parahiruenemef, Merira, Meriatum, e due figlie, Meritamon e Nebettaui.
Entrambe le figlie divennero spose e regine di Ramses II.
Nefertari morì, molto probabilmente, tra il venticinquesimo e il trentesimo anno di regno del marito.
Poiché tutti i figli di Nefertari morirono prima del padre, a questi succedette Merneptah, figlio di Isinofret, altra grande sposa reale.

Tuasert non fu sono una principessa ed una grande sposa reale, lei divenne Faraone.
Riguardo a Tuasert abbiamo pochissime informazioni, sappiamo solo che era una giovane principessa appartenente alla famiglia reale di Ramses II; elle divenne sposa di Sethi II, accompagnandolo nel suo breve regno, durato solo sei anni, per poi, una volta rimasta vedova, assumere il titolo di Faraone.
Il figlio avuto da Sethi II, Merneptah-Siptah, morì senza lasciare eredi e quindi Tausert si fece chiamare Re dell’ Alto e del Basso Egitto, Signore delle due terre e Figlio di Ra.
A prova del suo regno vi è la sua tomba, situata nella Valle dei Re, e non in quella delle Regine.
Tutte queste donne, e molte altre ancora, spesero la loro vita per cercare di essere come Iside, madri e regnanti, vedendo nella dea la rappresentazione stessa della Iustitia.

 

“Eccomi, Lucio, commossa dalle tue preghiere vengo da te, io, la madre della natura, la signora di tutti gli elementi, l’ origine prima dei tempi, la più grande tra tutti gli dèi, la regina dei morti, la signora dei celesti, l’ immagine unificante di tutti gli dei e le dee; […] e la divinità unica che io sono, il mondo intero la venera sotto diverse forme, con differenti riti e con i nomi più vari.”.

 

[Le metamorfosi, libro XI, 5 – Apuleio, trad. a cura di Lara Nicolini]

 

Secondo la Professoressa Eva Cantarella, nel suo libro L’ ambiguo malanno, “gradualmente la venere romana si identificò con la siriana Astarte e con l’ egiziana Iside.”.
Come è possibile che in una società maschile e maschilista come quella romana, riuscì a prendere posto una divinità come Iside, simbolo di una ginecocrazia?

 

Iside, nella qualità di madre, dava voce a coloro che erano oppressi dal pantheon maschile romano: le donne e gli schiavi.
Finalmente, con questo culto improntato sulla libertà, tanto che i sacerdoti della dea potevano essere sia uomini che donne, coloro che erano privi di diritti, avevano l’ occasione di pensare di essere uguali a quelli che li assoggettavano, cioè i liberi e gli uomini.
Numerosi furono i tentativi, da parte del governo, di frenare la diffusione di questo culto: i templi furono distrutti, la sua statua gettata nel Tevere e i suoi sacerdoti crocifissi. Insomma, come al solito i romani risposero con eccessiva e mascolina brutalità ad un culto pacifico, che però instillava nei sottomessi una possibile voglia di ribellione, alla ricerca dei propri diritti.

A niente servì l’ impeto del governo romano, Iside sopravvisse nelle case, tra gli schiavi, tra le donne, in un continuo e inafferrabile racconto orale. La grande Dea Madre Iside era la consolatrice, colei che rassicurava gli oppressi.
Il culto di Iside gettò le basi per un’ altra religione, che , attingendo dai miti delle religione precedenti, prese piede, il cristianesimo.
Al contrario della Dea, però, questa nuova religione, dopo aver saccheggiato i miti e le tradizioni delle altre religioni, cerco di cancellarle, bandendole non appena divenne il culto dei più.

Nonostante i suoi templi furono nuovamente profanati, questa volta dai seguaci di cristo, e la sua esistenza bandita, Iside, come le altre Grandi Dee, sopravvisse al tempo e alla sabbia, giungendo fino a noi, con inalterato splendore.

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2 pensieri su “Iside, modello di madri e regine.

  1. bella questa cavalcata tra il mito di Iside e le regine egizie. I templi dove si venerava Iside furono usati per costruire chiese. A Bologna la chiesa di S. Stefano è sorta là dove si venerava il culto di Iside. Nel primo plenilunio di agosto veniva rievocata la discesa di Iside negli inferi per unirsi allo sposo Osiride.

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  2. Che cosa curiosa: un articolo su Iside, proprio quando questa mattina, tra le offerte di ebook su Amazon c’era il primo volume di “Iside svelata”, scritto da Helena Blavatsky! Ad ogni modo, ho trovato molto interessante questo tuo articolo. Non mi ci sono molto ritrovato con i nomi, ma solo perché nei testi di Egittologia che ho sono scritti in un altro modo, ma non importa, il concetto della tua esposizione è come sempre stato chiarissimo! 😉
    Dei libri da cui hai tratto le tue citazioni ho le “Storie” di Erodoto, e “Iside e Osiride”, di Plutarco. Un’ultima osservazione voglio fartela su Christian Jacq: già quando frequentavo il forum/sito di egittologia girava voce che lo stesso fosse stato radiato dall’Albo degli Egittologi perché scriveva cose che non stavano in cielo né in terra.
    Grazie ancora, serena Pasqua a te e famiglia!

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