Le donne nell’ Inferno Dantesco.

Sandro_Botticelli_-_La_Carte_de_l'Enfer

“I’ vidi Elettra con molti compagni
tra’ i quali conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.
Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’ altra parte vidi ‘ l re Latino
che con Lavinia sua figlia sedea.
Vidi quel Bruto che cacciò Tarquinio,
Lucrezia, Julia, Marzia e Corniglia.”

[Divina Commedia, Inferno, canto IV, vv 121-28 – Dante Alighieri]Ripresi i sensi, Dante ha varcato il fiume e si ritrova sull’ altra riva dell’ Acheronte. E’ nel Limbo, il primo cerchio dell’ Inferno, dove stanno le anime di coloro che, sebbene esenti da colpe, non possono essere salvarsi, poiché sono vissute prima o fuori dal cristianesimo.
La loro pena è puramente spirituale, vivono sempre tesi nel desiderio, senza speranza, della vista di Dio.

Qui Dante incontra diverse donne, alcune appartenute alla storia, altre al mito.

La prima è Camilla, eroina virgiliana.

“Hoc super advenir Volsca de gente Camilla
agmen agens equitum et florentis aere catervas,
bellatrix, non illa cola calathisve Minervae
Femineas adsueta manus, sed proelia virgo
dura pati cursusque pedum praevertere ventos.
Illa vel intactae segetis per summa volaret
gramina nec teneras cursu laesisset aristas,
vel mare per medium fluctu suspensa tumenti
ferret iter, celeris nec tingueret aequore plantas.
Illam omnis tectis agrisque effusa iuventus
turbaque miratur matrum et prospectat euntem,
attonitis inhians animis, ut regius ostro
velet honos levis umeros, ut fibula crinem
auro internectat, Lyciam ut geret ipsa pharetram
et pastoralem praefixa cuspide myrtum.”
“Viene, allora a questi, da Volsca genete, Camilla,
guidando un’ ala di cavalieri e truppe fiorite di bronzo,
guerriera, non allenata con mani femminee al cestello,
e al fuso di Minerva, ma, vergine, a sopportare le aspre
battaglie, e nella corsa a piedi precede i venti.
Ella potrebbe volare sopra gli steli di intatta
messe, e non offendere nella corsa le tenere spighe;
o andare in mezzo al mare sospesa sul tumido flutto,
e nemmeno bagnare nelle acque le celeri orme.
La ammirano tutti i giovani riversati dalle case
e dai campi, e la turba delle madri, e la guardano andare,
contemplando con animo attonito come l’ onore regale
veli di porpora le morbide spalle, e la fibula d’ oro
s’ intrecci alla chioma, ed ella porti la licia faretra,
e il pastorale mirto munito all’ estremità d’ una punta.”
[Eneide, Libro VII, vv 803-17 – Virgilio, trad. a cura di Ettore Paratore]

La storia di Camilla ci viene raccontata da Diana, mentre parla con la sua ninfa più fedele, Opi.
Il padre, Metabo, fu cacciato dalla città di Priverno, e nella fuga portò con sé la figlia neonata Camilla, nome scelto da quello della madre Casmilla, di cui non viene mai specificata la fine, forse morta di parto.
Braccato da un gruppo di concittadini inferociti, Metabo si trova a dover oltrepassare il fiume Amaseno in piena. Pur di salvare la figlia escogita lo stratagemma di legare l’ infante alla sua picca, tenuta al riparo da due pezzi di corteccia, e di scagliarla sulla riva opposta.

“Alma, tibi hanc, nemorum cultrix, Latonia virgo,
ipse pater famulam voveo; tua prima per auras
tela tenens supplex hostem fugit; accipe, testor,
diva tuam, quae nunc dubiis committitur auris.”
“O benigna, protettrice dei boschi, vergine Latonia,
io, padre, ti consacro quest’ ancella; tenendo per la prima volta
le tue armi, supplice fugge a volo il nemico.
Accoglila per tua, o dea, te ne prego, ora che s’ affida
agli incerti venti.”.
[Eneide, libro XI, vv 557-61 – Virgilio, trad. a cura di Ettore Paratore]

La professoressa Eva Cantarella ci mostra come l’ attraversamento del fiume, legata dal padre sulla picca, sia profondamente simbolico, poiché nel passare da una riva all’ altra, tra l’ aria e l’ acqua, ella si purifica, facendo si che Diana possa accoglierla come sua consacrata.
Camilla cresce sui monti, vestendo pelle di tigri e padroneggiando l’ arte maschile della guerra. Tale è la sua bravura, senza che questa tolga però nulla alla sua bellezza, che i Volsci le chiedono di divenire la loro Regina. Camilla accetterà, tornando trionfante nella sua città natale, dalla quale dovette fuggire ancora in fasce.
Ella fa strage di nemici, prima di perire, non senza essere vendicata dalla stessa Diana.

“At media inter caedes exsultat Amazon
unum exserta latrus pugnae, pharetrata Camilla,
[…] delegit pacisque bonas bellique ministras:
quales Threiciae cum flumina Thermodontis
pulsant et pictis bellantur Amazones armis
seu circum Hippolyten seu cum se Martia curru
Penthesilea refert magnoque ululante tumultu
feminea exsultant lunatis agmina peltis.”
“In mezzo agli eccidi Amazzone esulta scoperto
un solo lato del petto per combattere, la faretra Camilla,
[…] e valide ancelle di pace e di guerra
come le Tracie Amazoni quando percuotono le rive
del Termodonte e combattono con armi dipinte,
o intorno ad Ippolita, o quando la marzia Pentesilea
ritorna sul carro, e con grande tumulto ululante
le schiere femminee esultano con scudi lunati.”.

[Eneide, libro XI, vv 648-49 e 658-63 – Virgilio, trad. a cura di Ettore Paratore]

Dante, proprio come fatto in precedenza da Virgilio nell’ Eneide, pone vicino a Camilla un’ altra indomita amazzone, Pentesilea. Entrambe sono vergine guerriere dalla bellezza sconvolgente e dalla medesima tragica fine.

“Ducit Amazonidum lunatis agmina peltis
Phentesilea furens mediisque in millibus ardet,
bellatriz, audetque vivis concorrere virgo”
“Pentesilea furente guida torme di Amazzoni
dai piccoli scudi lunari, e arde tra le
migliaia allacciando l’ aure cintura
sotto la nuda mammella; vergine guerriera,
ardisce scontrarsi con uomini.”.

[Eneide, libro I, vv. 490-93 – Virgilio, trad. a cura di Ettore Paratore]

Il mito di Pentesilea si collega alla guerra di Troia, quando ella, fuggita dalla sua patria dopo aver ucciso la sorella Ippolita, arrivò ad Ilio su supplica di Priamo per respingere gli Achei.

“L’ amazzone Pentesilea, figlia di Otrare e di Ares, uccise involontariamente Ippolita e venne purificata da Priamo. Combatté valorosamente contro i Greci, finché non fu uccisa da Achille, il quale dopo la sua morte si innamorò di lei.”.

[Biblioteca – Apollodoro, trad. a cura di P. Scarpi]

Afrodite, adirata con le Amazzoni che avevano scelto la guerra all’ amore e all’ eros,  fece Pentesilea vittima di una maledizione : ella sarebbe stata violentata da ogni uomo che avrebbe posato lo sguardo su di lei.
Così la donna, in battaglia, indossava un’ armatura che ne copriva le fattezze.
Una volta che Achille l’ ebbe uccisa, però, come da uso, spogliò il corpo dell’ avversario per impossessarsi delle armi e quando la scoprì si innamorò perdutamente di lei, a tal punto da possederne il cadavere.
Il corpo violato fu causa di altri mali. Achille, adirato, uccise Tersite che si era fatto beffa del suo atto di necrofilia. Allora Diomede, cugino di Tersite, impossibilitato a combattere contro Achille, si rifece sulle spoglie di Pentesilea, gettandone il cadavere nelle acque dello Scamandro.

Sia Camilla che Pentesilea pagarono, in maniera molto feroce, il prezzo di essere donne completamente svincolate dal dominio maschile.

Dante le accenna appena, passando subito alle altre donne che scorge.

” – Taci Lucrezia – disse – Sono Sesto Tarquinio: ho in mano una spada e se dirai una sola parola morirai -. Mentre la donna, svegliatasi in preda al terrore, non vedeva alcuna possibilità di aiuto e percepita la morte incombente su di sé, Tarquinio, intanto, le confessava il suo amore, la pregava, univa le minacce alle preghiere, tentava in ogni modo l’ animo della donna. Quando vide, però, che era irremovibile e non si lasciava piegare, neppure dal timore della morte, aggiunse alla paura il disonore: disse che avrebbe messo con lei, una volta morta, uno schiavo nudo sgozzato, perché si dicesse che era stata uccisa nel corso di un ignobile adulterio. Dopo che la libidine trionfatrice ebbe sconfitto, con questa spaventosa minaccia , come con la violenza, l’ indomabile pudore,e dopo che Tarquinio […] se ne fu andato, Lucrezia […] mandò il medesimo messaggio a Roma, da suo padre, ed ad Ardea, da suo marito. […] Era accaduta una cosa tremenda.”.
[Ad Urbe condita, libro I, paragrafo 58 – Tito Livio, trad. a cura di Mara Carlesi]

Dal racconto tramandatoci da Tito Livio si può evincere che Lucrezia fosse un lampante esempio di virtù femminile, e grazie al suo atto di denuncia e poi di sacrificio ultimo, spinse il padre ed il marito a guidare il popolo contro i Tarquini, cacciandoli da Roma e facendo nascere la Res Publica romana.

“Troppo per le lunghe andrei se dovessi ricordare uno per uno, coloro che si sono dati spontaneamente la morte. Fra le donne mi viene subito al pensiero Lucrezia che, dopo aver sopportato offesa di violenza, sotto gli occhi dei parenti si colpì coraggiosamente per avvolgere l’ aureola della gloria interno alla castità sua violata.”.

[Ad Martyras – Tertulliano, trad. a cura di Gino Mazzoni]

Tertulliano riconosce a Lucrezia di essere colei che, in maniera esemplare, difese la sua purezza con la morte, ma liquida frettolosamente la donna come un caso di spirito di ostentazione, cioè Lucrezia non si sarebbe uccisa per l’ oltraggio subito, ma per aspirare alla santità, secondo l’ apologeta cristiano. Ella ha ricercato nella morte una sorta di purificazione più dell’ anima che della dignità, a dire dello scrittore romano.

“Se voi foste giudici di un delitto, cioè l’ uccisione di una donna casta e innocente, non colpireste con la dovuta severità chi avesse commesso il reato? Ma lo ha commesso Lucrezia, proprio quella Lucrezia tanto esaltata, ha giustiziato la Lucrezia tanto casta, innocente, violentata. […] Se infatti, e questo poteva saperlo soltanto lei travolta anche dalla propria passione, acconsentì al giovane che la prese con violenza e per punirsi del fatto si pentì a punto di pensare di espiarlo con la morte, […] non doveva uccidersi se poteva fare presso i suoi falsi dei una salutare penitenza. […] Si pone in questo caso un dilemma: se ha acconsentito all’ adulterio perché è lodata? E se era onesta, perché si è uccisa?”.

[De civitate Dei contra Paganos – Sant’ Agostino, trad. a D. Marafroti]

Sant’ Agostino contrappone Lucrezia alle molte donne cristiane che furono violentate da pagani, ma che non commisero il suicidio.
Egli mette in dubbio l’ innocenza di Lucrezia e insinua la velata, ma neanche troppo, accusa che, seguendo il detto latino vis grata puella cioè la violenza è gradita alla fanciulla, da un passo dell’ Ars Amandi di Ovidio, Lucrezia si sia concessa volentieri al suo violentatore. Ella si sarebbe opposta un minimo, fingendo modestia, ma per poi cedere alle lusinghe del suo stupratore, godendo di quella violenza, accettandola quindi di buon grado.
Il fine ultimo di Sant’ Agostino non era altro che quello di dimostrare la superiorità morale delle donne cristiane, rispetto alle pagane. Mentre le prime avrebbero trovato consolazione in Dio, le seconde avrebbero usato la morte per cancellare l’ onta del loro piacere, aggiungendo peccato a peccato.
Lucrezia, nonostante quanto detto da Sant’ Agostino, divenne un paradigma iconografico del Rinascimento e del Barocco, venendo ritratta da pittori e scultori, quale exempla virtutis , origine stessa della grandezza della Repubblica romana. Ella divenne allegoria della fedeltà coniugale, di una donna disposta ad uccidersi pur di dimostrare di essere stata vittima di uno stupro e non complice di un adulterio.

“Catone aveva sposato Marzia, la figlia di Filippo, quando era ancora molto giovane; era molto attaccato a lei, e da lei aveva avuto dei figli. Tuttavia la diede a Ortensio, uno dei suoi amici, che desiderava avere figli, ma che era sposato ad una donna sterile. Dopo che Marzia ebbe dato un figlio anche a lui, Catone la riprese di nuovo in casa, come se l’ avesse prestata.”
[De bellis civilibus Romanorum, 2, 14, 99 – Appiano ]

La storica Eva Cantarella, nel suo libro Passato Prossimo, riporta un interessante aneddoto riguardante Marzia e Catone, come esempio di matrimonio tipico dell’ antica Roma.
Catone Uticense, marito di Marzia, era legato da profonda amicizia con Quirino Ortensio Ortalo, e questi desideroso di essere più di un semplice amico chiese in sposa Porzia, la figlia di Catone, nonostante questa fosse già sposata con il Console Cresifonte Bibulo.
Ortensio specificò a Catone che, una volta avuto un figlio da Porzia, ella potrà tornare da Bibulo. Catone non era del tutto convinto, forse perché aveva validi motivi per continuare a tenere saldi i rapporti con il genero. Allora, nuovamente, Ortensio intervenne in soccorso del titubante abito e propose a Catone di cedergli la moglie, Marzia, ancora abbastanza giovane da generargli dei figli.
Catone, questa volta, esitò un poco, ci riporta la professoressa Cantarella. Infatti, mentre era sembrato tranquillo nel cedere la figlia, la nuova richiesta lo fece vacillare, e chiese conforto al suocero, Lucio Marzio Filippo. Il padre di Marzia si dichiarò favorevole a concedere la figlia, affinché anche Ortensio potesse avere degli eredi, e così fu.

“Marzia piacque tanto a li occhi miei
mentre ch’ i fu’ di là -, diss’ elli allora,
– che quante grazie volse da me, fei.
Or che di là del mal fiume dimora
più che mover non può, per quella legge
che fatta fu quando me n’ uscì fora.”.
[Divina Commedia, Purgatorio, Canto I, vv. 85-9 – Dante Alighieri]

Nonostante quanto scritto da Dante, su come Catone amasse la moglie, Marzia fu data in sposa ad Ortensio, allora sessantenne, e con questi ebbe due figli. Dopo sei anni di matrimonio rimase vedova e ricca, e Catone la riprese in sposa.

Dante vede in Lucrezia e Marzia le rappresentazioni della fedeltà e dell’ ubbidienza matrimoniale, dove la prima, Lucrezia, si suicidò pur di salvare l’ onore suo, ma soprattutto quello del marito e della famiglia, e la seconda, Marzia, invece si piegò al volere paterno e del marito, sposando un uomo che da lei desiderava solo dei figli, per poi, una volta rimasta vedova, tornare dal primo marito.

L’ ultima delle donne, portate da Dante come esempio di virtù romana è Cornelia. 
Rimasta vedova da giovane, nonostante la sua ricchezza e la sua elevata cultura, ella decise di non risposarsi, anche se le proposte non sembravano mancarle. Cornelia aveva deciso di dedicare la sua vita all’ educazione dei suoi figli, Tiberio e Caio Gracco, i quali sarebbero divenuti i famosi Tribuni della Plebe.

“Haec ornamenta sunt mea”.
Questa frase, passata alla storia, identifica Cornelia e la sua morale, permeata della dignitas propria dell’ età repubblicana, contraria all’ opulenza delle vesti e dei gioielli, messi in mostra sulle donne, da queste per ostentare ricchezza, e dai mariti fatti indossare alle moglie per mostrare ricchezza.
Cornelia mostra i suoi figli invece, il futuro di una Roma che ha bisogno non di opulenza, ma di concretezza.

“E come i gru van cantando i lor lai,
facendo in aere di sé lunga riga,
così vidi venir, traendo guai,
ombre portate da la detta briga:
per ch’ i’ dissi : -Maestro, chi son quelle
genti che l’ aura nera sì gastiga?-
-La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper- mi disse quelli allotta,
-Fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu si rotta,
che libito fe’ lecito in sua legge
per tòrre il biasmo in che era condotta.
Ell’ è Semiramis, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ‘l Soldan corregge.
L’ altra è colei che amorosa
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.
Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, [….]”
[Divina Commedia, Inferno, Canto V, vv. 46-64 – Dante Alighieri ]

Così Virgilio enumera i peccatori più famosi tra i lussuriosi, dove tra le prime ritroviamo figura storiche e mitologiche, al femminile, che furono spesso bistrattate fino all’ epoca moderna.

“Molti, credo, furono i sovrani di Babilonia […] che attesero all’ edificazione delle mura e del santuario, e fra essi vi erano anche due donna; una si chiamava Semiramide, e visse cinque generazioni prima della successiva: costei fece erigere nella pianura degli argini, che meritano di essere visti; prima, regolarmente, il fiume allagava le campagne.”.
[Storie, libro I – Erodoto, trad. a cura di A. Colonna]

Mentre Erodoto ci narra dell’ impresa architettonica compiuta su un progetto di Semiramide, Diodoro Siculo, nella Biblioteca, ci narra come la Regina guidò l’ esercito in battaglia contro l’ Etiopia, conquistandola e di come, in seguito, fece erigere le sette cinta di mura attorno a Babilonia, mura, appunto, denominate di Semiramide.
Ella ordinò la costruzione di un’ altra meraviglia, i famosissimi giardini pensili di Babilonia, creando qualcosa di unico nel suo genere, e che le rese gloria immortale.
Dante, però, sembra ignorare queste storie, e si affida totalmente alle trascrizioni degli autori cristiani, come Agostino d’ Ipponia e il di lui discepolo Paolo Orosio.
Semiramide giunse a Dante non più come una regina dalle idee innovative né come una condottiera che, rimasta vedova, guidò il suo popolo in guerra, ella divenne, invece, una pagana corrotta dalla lussuria e sicuramente dedita all’ incesto.
“che succedette a Nino e fu sua sposa.”.

Semiramide, alla morte del marito Nino, gli succedette come regnante, e sposò il figlio, come era usanza fare in molte dinastie, se si pensa a quella, ben posteriore, dei Tolomei, dove il matrimonio tra consanguinei era la normalità.
In questo modo Semiramide è la perfetta rappresentazione della corruzione, della lussuria pagana, una donna disinibita e senza freni inibitori, esattamente tutto ciò che la Chiesa Cattolica ha sempre condannato e proibito, in special modo alle donne.

“[…] atque illam inter talia ferro
conlapsam aspiciunt comites esemque cruore
spumantem sparsasque manu. It clanor ad alta
atria; concussam bacchatur fama per urbem.”.
“[…] E fra tali parole le ancelle la vedono
gettarsi sul ferro, e la spada schiumante e le mani
bagnate di sangue. Vanno le grida negli altri
atrii; imperversa la Fama per la città sgomenta.”.
[Eneide, libro IV, vv. 663-65 – Virgilio, trad. a cura di Ettore Paratore]

Didone fu resa vedova da suo fratello Pigmalione che, per ottenere il potere sulla città di Tiro, uccise il cognato Sicheo.
Ella, onde evitare una guerra fratricida, decise di partire, in cerca di una nuova patria, seguita dai suoi più fedeli cittadini.
Leggendaria, e senza bisogno di ulteriori spiegazioni, è la fondazione di Cartagine e la storia della pelle di bue.
Proprio qui si ricollega Virgilio, facendo naufragare Enea e gli altri esuli troiani sulle coste libiche.
Tra i due, non senza pochi aiuti, nascerà una storia d’ amore, dal tragico epilogo, poiché ad Enea non è permesso rimanere con Didone, il Fato ha un altro futuro in serbo per lui, e così l’ eroe troiano riparte, senza guardarsi indietro, proprio come aveva fatto con la moglie Creusa, perduta, o perita, nell’ assedio di Troia.
” Tum vos, o Tyrii, stirpem et genus omne futurum
exercete odiis cinerique haec mittite nostro
munera. Nullus amor populis nec foedera sunto.
Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor,
qui face Dardanios ferroque sequare colonos,
nunc, olim, quocumque dabunt se tempore vires.
Litora litoribus contraria, fluctibus undas
imprecor, arma armis: pugnent ipsique nepotesque.”
“E Voi, o Tirii, tormentate con odio la sua stirpe
e tutta la sua razza futura, offrite un tal dono
alle nostre ceneri. Non vi sia amore né patto tra i popoli.
E sorgi, vendicatore, dalle mie ossa
e perseguita col ferro e col fuoco i coloni dardani,
ora, in seguito , o quando se ne presenteranno le forze.
Lidi opposti a lidi, onde ai flutti
auguro, armi alle armi; combattano essi e i nipoti.”.
[Eneide, libro IV, vv. 622-29 – Virgilio, trad. a cura di Ettore Paratore]

Dante, contrariamente a Semiramide, conosce bene il mito, antecedente all’ Eneide, di Didone, della quale si narra che si fosse tolta la vita pur di non sposare il Re Iarba e tradire così la memoria del defunto marito.
Troviamo tracce di questa versione del mito anche in Petrarca:
” E veggio ad un lacciuol Giunone e Dido
ch’ amor pio del suo sposo a morte spinse,
non quel d’ Enea com’ è publico grido.”.
[Triumphus Pudicitiae, vv. 10-12 – Petrarca]

Appare ovvio che Dante prenda per buono, quindi, unicamente quanto descritto nell’ Eneide, usando però una lettura allegorica del poema, fatta da Fulgenzio e Bernardo Silvestre.

In questo modo si capisce perché Didone, il cui unico peccato, se così vogliamo chiamarlo, fu quello di innamorarsi, si trovi tra i lussuriosi.

Dante segue Virgilio, benché in chiave cristiana, perché egli gli è Maestro, dallo stile elevato, capace attraverso la ragione poetica a trasformare la realtà mettendola sottosopra e facendola diventare una visione.
Secondo il filologo tedesco Erich Auerbach la visione virgiliana, a cui si rifà Dante, è la figurazione storica che si manifesta al poeta : “Per Dante il senso letterale o la realtà storica di un personaggio non contraddice il suo significato più profondo, ma ne è confermata e adempiuta.”
Nei personaggi nella Divina commedia, per il critico berlinese, è presente la polisemia figurale , cioè la possibilità che ogni personaggio assuma sensi moralmente contradditori, come nel caso di Semiramide.
Quindi, mentre le donne del IV canto sono esseri di rispecchiata moralità, nonostante il loro paganesimo, le donne del V sono lussuriose pagane dedite alla fornicazione e ai bassi piaceri della carne.

Per quanto concerne Elettra, Elenae Cleopatraho preferito non inserirle direttamente, poiché già trattate profusamente in passato. Rimando ai relativi saggi, così da essere letti, nel caso, in separata sede, lasciando spazio alle altre ‘peccatrici‘.

Queste donne, reali o immaginarie, purtroppo vennero tramandate come esempi, ma spesso negativi, perché appartenenti ad un mondo più antico e dove il Dio Cristiano non si era ancora palesato e dove vigevano diversi codici morali.

2 pensieri su “Le donne nell’ Inferno Dantesco.

  1. Ti ringrazio della tua lettura e delle tue attente osservazioni, oltre che per i complimenti che come sempre non fai mancare.
    Sono felice che ti sia piaciuto il mio saggio, e che la lettura sia stata scorrevole e, spero, non noiosa.

    Mara

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