Le donne nel mito, parte quinta: Elettra.

elettra

“O desiderio carissimo alla casa paterna, lacrimata speranza di un seme di salvezza, nel tuo coraggio fidando riacquisterai la casa del padre! Occhio mio soave, tu per me adempi a quattro uffici: padre è necessario che io ti chiami; poi cade in te l’ amore per mia madre – che è giustissimamente è odiata- e per la sorella spietatamente sacrificata; tu eri infine per me il fratello fedele, che solo mi restituisci alla dignità dovutami.”

[Coefore, vv 235-43 – Eschilo, traduzione a cura di Raffaele Cantarella]

La figura di Elettra, in Eschilo, è strettamente collegata alla sua ira, sentimento scaturito dall’ uccisione del padre, per mano della madre e del di lei amante Egisto. Il tutto però, seguendo il mito antico, ebbe origine in Aulide, dove Agamennone sacrificò una delle sue figlie sull’ altare di Artemide.

” E le preghiere e le invocazioni al padre
e l’età verginale non curarono
i duci bramosi di guerra : e ordinò il padre
ai ministri, dopo la preghiera
di levarla come una capra, alta sull’ ara,
con fermo cuore, avvolta nei pepli e prostrata;
e della bocca bella con bavaglio trattenne la voce imprecante alle case
con violenza e con muta forza di freni.”
[Agamennone vv 228-37 – Eschilo, trad. a cura di Raffaele Cantarella]

Eschilo concentra l’ azione sulla passività di Ifigenia, la quale viene sacrificata dal padre e dagli altri capi Achei, senza il minimo rispetto, paragonandola ad un animale spesso usato durante questi rituali.
Capiamo, quindi, che l’ odio provato da Elettra è qualcosa di più viscerale ed antico, risalente alla morte di quella sorella ‘spietatamente sacrificata‘, che come vedremo avanti, in Sofocle assume tutto un altro significato.

“Atena (in tono di solenne proclamazione):
questo uomo è assolto dall’ accusa di omicidio:
eguale è il numero di voti.”
[Eumenidi, vv 752-53 – Eschilo, trad. a cura di Raffaele Cantarella]

 

La giustizia sola può consolare l’ essere umano, non più gli dei, i quali si ritrovano addirittura a votare per comprendere se Oreste sia o meno da considerare colpevole del matricidio da lui commesso. Il mondo degli dei è messo in dubbio, lasciando così spazio all’ uomo di prendere coscienza della sua libertà, benché non sia ancora in grado di gestire appieno il peso della responsabilità derivante dalle sue azioni.
Al contrario di Eschilo, che ci mostra sia Ifigenia che Elettra come semplici vittime di un infausto destino, incapaci di ribellarsi, completamente nelle mani del ramo maschile della loro famiglia, Euripide ci descrive Ifigenia, in Tauride salvata da Artemide, ed un’ Elettra molto distante dal mito.

“[…] E da Atreo nacquero Menelao ed Agamennone, il padre mio. Io sono Ifigenia. Mi fu madre la figlia di Tindaro. […] Agamennone sovrano radunò lo stuolo ellenico di mille navi, lui che per gli Achei voleva cogliere il serto del trionfo sulla città di Troia e trarre vendetta a favore di Menelao delle oltraggiate nozze con Elena fuggiasca. Ma bloccato dall’ assenza di venti, […] cercò soccorso in vittime ardenti sull’ ara e fu questo il responso che gli diede Calcante: ‘ […] mai non sarà che da questa terra tu dia l’ abbrivio alla tua flotta, prima che Artemide si prenda, immolata vittima , tua figlia Ifigenia’ .[…] Così, per le astuzie di Odisseo, mi strapparono alla madre col pretesto di darmi in sposa ad Achille. E invece, come giunsi in Aulide, fui afferrata, sollevata in alto al di sopra della pira e sgozzata con la spada. Però Artemide mi trafugò dall’ ara, sostituendomi con una cerva; poi mi mandò per l’ etere splendente e mi depose qui, perché abitassi questa terra di Tauri.”
[Ifigenia in Tauride, vv 39-51 – Euripide, trad. a cura di F. Ferrari]

 

Il mito di Ifigenia è assente nei poemi Omerici, ma era ben conosciuto come antefatto della Guerra di Troia. La versione più nota della storia ci giunge attraverso i Canti di Cipro, nei quali è narrato il sacrificio di Ifigenia in Aulide e di come Artemide, mossa a compassione, la salvò portandola, in seguito, nella regione dei Tauri. A questa versione del mito si ricollega Euripide per la sua tragedia, ‘Ifigenia’, dove viene contrapposta la selvaggia terra dei Tauri con la Grecia, che viene descritta come una patria ove il padre è ben felice di sacrificare la figlia per avere venti favorevoli e dove il matricidio è un modo per lavare l’ ira dei figli.
Euripide, quindi, rivisita il mito, andando a scovare delle varianti rare, e donando a queste nuovo significato.

O d’ Argo d’ antica terra, e voi, dell’ Inaco
acque fredde, onde partì con mille
navi, recando guerra al suol di Troia,
Agamennone re! […]
Allor che il sire
a Troia navigò, lasciò due figli,
Oreste il maschio, ed il femmineo fiore
d’ Elettra. […] Restò
nella casa paterna Elettra; e quando
giunse per lei l’ adolescenza florida,
quanti primi erano nella terra d’ Ellade,
la richiesero in sposa. Egisto, invece,
per timor che un figlio essa ad alcuno
di quei possenti generar potesse,
vendicatore dell’ Atride, a niuno
mai la concesse, e la trattenne a casa.
[…] Affin che fosse
poco il timor, la diede ad un uomo da poco.
[…] Ma quest’ uomo mai, […]
macchiò d’ Elettra il letto: ella è ancora pura.”
[Elettra – Euripide, trad. a cura di E. Romagnoli]

A presentarci la vicenda è Auturgo, un uomo miceneo di nobili origini, ma la cui famiglia cadde in disgrazia, e che è costretto a lavorare la propria terra per sostentarsi. A questi è stata data Elettra in sposa, ma l’ uomo non l’ ha mai posseduta, capendo invero che il loro matrimonio è una falsa, ordita da Egisto affinché Elettra non possa mai concepire un figlio, di padre potente, capace di divenire il vendicatore di Agamennone.
Elettra è lontana dalla principessa descritta dal mito, e la ritroviamo in una dimensione di reale quotidianità, intenta a recarsi alle fonti fluviali con una brocca, dipingendo l’ affresco di una semplice donna di campagna, un’ immagine ben conosciuta dai contemporanei di Euripide.

La donna, però, è ben distante dall’ essere sottomessa, come invece l’ avevamo vista in Eschilo. L’ Elettra euripidea parteciperà in maniera attiva all’ uccisione della madre, tendendole una trappola, ordita con Oreste, ed attirandovela, così da poter dare al fratello il luogo e l’ occasione idonea per la loro vendetta.

Amiche, non a fulgide
feste, nè a vezzi d’ oro
volge le pene l’ anima
mia, sventurata, nè dove io, fra i vortici
dei balli, il piede lanci, delle vergini
argive in mezzo al coro.
[…] Vedi le vesti lacere
se sono quali alla figlia converrebbero
d’ Agamennone re.”.
[Elettra- Euripide, trad. a cura di E. Romagnoli]

L’ insoddisfazione dell’ Elettra euripidea non è taciuta, nè coperta dall’ odio che questa prova. Ella risente fortemente della sua nuova situazione socio-economica, e ne soffre, lamentandosi continuamente,  al contrario della Elettra sofoclea, alla quale poco importa del suo status alterato.

Della figura mitologica di Principessa, composta e dedita all’ odio per la madre e il di lei amante, poco rimane, troviamo invece una fanciulla in lacrime, poichè ella non possiede più le belle vesti degne della figlia di un Re.

Forte è il contrasto tra la figura di Auturgo ed Elettra, perché mentre il primo accetta la sua nuova posizione sociale di nobile decaduto, e di buon grado cura la sua campagna per poter vivere, divenendo così il personaggio euripideo per eccellenza, essendo grato della semplice vita di campagna, Elettra invece piange con disperazione la perdita dei fasti a cui era avvezza nella casa paterna, dalla quale, una volta cacciata, non può far ritorno.
Bruno Snell ne “La cultura greca” riporta le parole che, durante una lezione di letteratura del 1808, Schlegel usò per criticare l’ arte di Euripide ed i suoi personaggi:
“Egli non tende a rappresentare una stirpe di eroi elevatesi per possente statura al di sopra degli uomini del presente, si sforza al contrario di colmare l’ abisso che separa i suoi contemporanei da quel mondo meraviglioso, e spia gli dèi e gli eroi negli aspetti della loro vita intima. […] Egli si compiace di mettere a nudo i difetti morali dei suoi personaggi e glieli fa mettere in mostra nel corso di ingenue confessioni.”
Come non rivedere in questa descrizione l’ Elettra euripidea?

“Ahimé, ahi, che gran travagli
che vita odiosa è la mia!
[…] Fratello […]
[…] giungi a salvarmi da questi
travagli!”
[Elettra- Euripide, trad. a cura di E. Romagnoli]

Elettra ha perso la compostezze del mito, per essere tramutata in una donna normale, per i contemporanei di Euripide.
Ella attende il fratello Oreste per portare a compimento la sua vendetta, non solo nei confronti del padre ucciso, ma anche per i torti subiti da parte della madre e di Egisto.
Elettra non è più passiva, Elettra vuole vendetta e la otterrà, anche grazie ad Oreste, ma anche per merito suo.
“Ahimé. ahimé, a quale danza, a quale
imenèo potrò volgermi? Qual vorrà sposo accogliermi
nel letto nuziale?”
[Elettra- Euripide, trad. a cura di E. Romagnoli]

L’ Elettra euripidea porta in scena un’ emozione nuova per la tragedia: il rimorso verso gli uomini.

Ella si chiede chi mai potrà sposarla, riferendosi, quindi, al piano umano e non pensa minimamente alle conseguenze sul piano divino.

” […] Persefone,
Abisso, Ermes del baratro, Esecrazione
che stremi, arcigne potenze, o Vendette,
guardiane di assassini assurdi
di subdoli amori frodati,
fatevi vivi, a castigo del sangue paterno
e quel fratello mio, inviatelo a me!”
[Elettra, vv 110-116 – Sofocle, trad. a cura di Ezio Savino]

In Sofocle troviamo un’ Elettra caratterizzata dai tratti mitici, ben conosciuti al tempo della tragedia greca : la durezza, il dolore straziante, il rimpianto per la lontananza dal fratello, la sete di vendetta, per il padre e personale.
Ella è sola, piange il ramo maschile della sua famiglia che crede reciso per sempre, mentre viene considerata pazza dalla sorella Crisotemide, che l’ appoggia per poco tempo, per poi tornare su i suoi passi, quando Elettra le chiede di aiutarla nel vendicare sia il padre assassinato che la dubbia fine di Oreste. Mentre, però, Crisotemide, per conservare inalterato il suo status di principessa, ha piegato il capo al volere materno e a quel di Egisto, Elettra ha preferito perdere la sua elevata posizione sociale, ritrovandosi a fare la serva nella sua casa natia, subendo pubblica umiliazione sia fisica che psicologica. Elettra è in cerca di vendetta, e a questo suo scopo ha rinunciato a tutto, passo che invece non è pronta a fare la sorella.

” […] Tu passi le notti
col boia, già complice tuo nel massacro del padre; fai
figli con lui, e degli altri, sorti innocenti da ceppo
innocente, tu fai eterni esclusi.
[…] Perciò sbandiera pure al mondo ch’ io
sarei perversa, o sfacciata, o intrisa di superbia.
[…] Forse è esperienza che porto nel sangue
da sempre. Così non faccio sfigurare l’ eredità di
sangue che da te mi viene.”
[Elettra, vv. 585-605 – Sofocle, trad. a cura di Ezio Savino]

Elettra attacca ferocemente la madre Clitemnestra, senza alcun inganno, come avevamo visto in Euripide, è diretta, e insiste fortemente sul carattere empio delle azioni e della vita materna, prendendo da lei le distanze, al contrario della sorella.
Clitemnestra, però, non ci appare come un mostro terribile, come nelle altre tragedie, e spiega il motivo del gesto estremo a cui si rivolse, anche ella cercava vendetta. Voleva lavare con il sangue la morte della sua amata figlia Ifigenia, sacrificata come un animale sull’ ara.

La vendetta accomuna le due donne, solo che Elettra non riconosce la perdita subita da Clitemnestra, e quindi non la perdona. Per Elettra la morte della sorella è stata compiuta all’ interno di un rituale, facente parte di un crudele codice religioso, ma essendo quella la volontà degli déi, ad Agamennone non era stata lasciata libertà di scelta, e si era adeguato al volere divino.
Troviamo qui un’ altra differenza con la tragedia di Eschilo, dove Elettra sosteneva che la sorella fosse stata spietatamente assassinata, in Sofocle ella sembra quasi essersene fatta una ragione, poiché è avvenuto all’ interno di un codice comportamentale riconosciuto, poiché dettato da esseri che agiscono fuori dalla portata della comprensione umana.
Sofocle, al contrario di Eschilo ed Euripide, fa di Elettra una figura monolitica, attorno alla quale gira la tragedia. Ella ne è indiscussa protagonista, infatti la figura di Oreste è appena accennata, ed egli si limita ad essere il braccio con il quale la vendetta della sorella sarà portata a compimento.

Elettra: Ecco. C’è chi grida ancora.
Clitemnestra: (da dentro) Figlio, creatura
pietà per chi ti ha fatto!
Elettra: Ma da te no, non ebbero pietà, lui e il
padre che gli diede vita
Coro: Micene! Ceppo stremato
agonizza il tuo giorno di luce. E’ fatale.
Clitemnestra: (da dentro) M’ ammazzano, aaah!
Elettra: (a voce altissima) Ammazzala! Ancora, se puoi!
Clitemnestra: (da dentro) Altro colpo, aaah!
[Elettra, vv. 1410-16 – Sofocle, trad. a cura di Ezio Savino]

Elettra commenta euforica ciò che il fratello compie all’ interno della rocca, incitandolo a colpire, nuovamente, mentre Oreste diviene così uno strumento di vendetta nelle mani della sorella.
Per la prima volta il personaggio di Elettra ha una connotazione psicologica ben definita e forte. A differenza di Eschilo, in Sofocle la donna è l’ unica protagonista, oltre che l’ unico personaggio perfettamente descritto, dal punto di vista delle emozioni e dei desideri.
Questa Elettra, inflessibile, nonostante sia stata fatta divenire una serva nella sua stessa casa, ricorda un’ altra eroina sofoclea, disposta a tutto per perseguire il suo compito: Antigone.
Con pari dignità queste due donne si impongono sui parenti, sugli uomini, sul loro status sociale, andando contro ad un destino che, se assecondato fin dall’ inizio, le avrebbe viste felici, pur di giungere al compimento ultimo della loro giustizia interiore.

Sono donne che siacrificano per ciò in cui credono, senza pensare alle conseguenze da pagare, pronte a scontare qualsiasi pena o punizione, al fine di compiere ciò che la coscienza intima loro di fare.

12 pensieri su “Le donne nel mito, parte quinta: Elettra.

  1. Bellissimo post cara Mara. Sono contenta di poterti rileggere. Sai una cosa? Mia figlia si è laureata ,oramai è qualche anno, alla facoltà di lettere, corso di laurea di scienze e tecniche di musica e spettacolo, con una tesi molto interessante su Ifigenia, partendo dalla visione tragica del teatro di Euripide finendo a quello ”danza” di Pina Baush. Una tesi che fu lodata ricordo dalla professoressa d’italiano della commissione. Arrivare al teatro danza della danzatrice tedesca, partendo da quello di Euripide, fu per lei, che aveva studiato al liceo classico e poi danzatrice diplomata in danza contemporanea , il massimo secondo me. Scusa questo mio vanto, che non vuol essere ostentazione quanto condivisione. Grazie cara. Un abbraccio. Isabella

    Piace a 1 persona

    • Ti ringrazio cara Isabella, soprattutto di aver voluto condividere l’interessante percorso scelto da tua figlia come tesi di laurea. Io devo dire che non amo Ifigenia particolarmente, la mia tragedia preferita rimane l’ Antigone, ma è sempre un piacere scoprire nuove cose.

      Un abbraccio anche a te.

      Mara

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...