Eloisa, l’amore e il logos.

 

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Nel XII secolo si moltiplicarono le scuole urbane, seguite presto dalle università; aumenta il numero degli studenti mossi da una sorta di bulimia del sapere […]. Dovranno passare secoli prima che le ragazze accedano alle scuole o all’università. Se, in via del tutto eccezionale, posseggono una cultura, come è il caso di Eloisa, se ne saranno impossessate all’interno delle mura domestiche.“.

[Le donne nell’ordine feudale. Paulette L’Hermite-Leclercq in Storia delle donne, a cura di Christiane Klapisch-Zuber]

 

La storia, per diverso tempo, ha cercato di escludere le donne dalla memoria collettiva e dal panorama culturale. Ci sono state donne, però, che non hanno permesso al maschilismo e al patriarcato imperante di sottometterle al semplice ruolo di moglie e madre.
Christine de Pizan scrive, nel suo libro La Città delle Dame, “Nella mia follia mi disperavo che Dio mi avesse fatta nascere in un corpo femminile.”.
Per secoli la parola è stata solamente degli uomini, di pochi uomini, soprattutto di coloro che appartenevano al clero. I chierici, gli uomini di Chiesa, che curavano le scritture e avevano il controllo, quasi totale, della cultura.

E la donna?

Ruggero di Caen, tra l’ XI e il XII secolo, consigliava “Pastori, allontanate dalle vostre greggi le lupe rapaci“, un poco ricordando Pier Damiani, il grande riformatore, che era solito riferirsi con grande astio nei confronti delle donne apostrofandole come le “concubine dei chierici“, “tane di grassi maiali“, “Empie tigri“, “Vipere furiose“.
Insomma, mentre il culto mariano entra nell’era del suo massimo splendore, il XII secolo, quella precedente appare caratterizzata da un fortissimo odio, da parte della Chiesa soprattutto, verso le donne.

 

“Proprio nella città di Parigi viveva ora una giovane donna di nome Eloisa, nipote di un canonico chiamato Fulberto che, quanto più l’amava, tanto più amorevolmente aveva cercato di farla progredire in ogni possibile disciplina letteraria. Ella, se d’aspetto non era certo l’ultima, per ricchezza di cultura letteraria era eccelsa. Quanto più infatti questo bene, il sapere letterario, è raro nelle donne, tanto più dava pregio alla fanciulla e ne faceva la più celebre di tutto il regno […]. Tutto infiammato d’amore per la giovane cercai un’occasione per frequentare la sua casa quotidianamente […]. […] mi detti da fare con lo zio della fanciulla perché, a qualsiasi prezzo, mi accogliesse nella sua casa […]. Con la scusa delle lezioni ci abbandonavamo all’amore […].”.
[Lettera I, Abelardo ed Eloisa- P.Abelardo, trad. a cura di Ileana Pagani]

 

La passione tra Eloisa ed Abelardo è immediata e travolgente, tanto da non rimanere segreta a lungo. L’unico a non saperne nulla, all’inizio, è proprio lo zio della ragazza, sino a quando i pettegolezzi, facendosi sempre più insistenti, sulla giovinetta ed il suo Maestro, arrivano sino alle orecchie di Fulberto, il quale si sente offeso e tradito dal comportamento di Abelardo, nel quale aveva riposto tutta la sua fiducia nell’affidargli l’educazione della nipote. A gonfiare la tragicità della situazione era la grande differenze d’età che c’era tra la sedicenne Eloisa e il quasi quarantenne Abelardo.
Fulberto separa i due amanti cacciando di casa Abelardo, il quale, oltre a trovarsi separato dalla sua amante, vede anche crescere, nei suoi confronti e nei confronti del suo lavoro, un notevole biasimo che potrebbe rovinare quello che egli, come Maestro di filosofia e logica, ha costruito per anni, superando le sprezzanti critiche di molti grandi del suo tempo.

 

“[…] la separazione dei corpi rendeva più intensa l’unione dei cuori e non poter avere l’altro ancor più accendeva l’amore. […] Non molto tempo dopo la fanciulla si accorse di essere incinta […]. Allora ci mettemmo d’accordo e una notte, approfittando di un’assenza dello zio, di nascosto la portai via dalla casa di questi e senza indugi la inviai al mio paese, dove visse da mia sorella fino a quando non dette alla luce un maschio, al quale mise il nome di Astrolabio.”.
[Lettera I, Abelardo ed Eloisa – P.Abelardo, trad. a cura di Ileana Pagani]

 

Con la fuga e la nascita di Astrolabio, Abelardo si trova a dover far fronte ad un vero e proprio scandalo, che potrebbe costargli caro, offuscando per sempre la sua nomea di Magister. Quindi, più per salvare la sua nomea di filosofo che per altro, decide di sposare Eloisa, anche per placare le ire di Fulberto. Tutto sembra essersi sistemato, senonché Eloisa si mostra prima restia, e poi totalmente contraria al matrimonio.

 

“Subito ritornai al mio paese e riportai indietro la mia amica, per farla mia moglie, anche se non era affatto d’accordo e cercava ansi in ogni modo di dissuadermi, in particolare per questi due motivi, per i rischi cioè e per il disonore che ne sarebbe venuto. Giurava che nessuna soddisfazione avrebbe potuto placare Fulberto, come difatti si rivelò poi. Si chiedeva inoltre quanto avrebbe potuto gloriarsi di me spegnendo la mia gloria e comprendo di umiliazione se stessa e me insieme […]. Respingeva con tutte le sue forze questo matrimonio ritenendolo da ogni punto di vista oltraggioso e oneroso per me.”.
[Lettera I, Abelardo ed Eloisa- P.Abelardo, trad. a cura di Ileana Pagani]

 

Abelardo vuole muovere l’azione come più gli compiace, cercando di sistemare tutto con un matrimonio riparatore, nel vero senso della parola: per riparare la sua nomea, infangata dalla scandalo e per riparare all’offesa che brucia mortalmente a Fulberto.
Eloisa, invece, benché più giovane, mostra un carattere ed una fermezza ben lontana dall’arrendevolezza con cui le donne dovevano farsi guidare dagli uomini, secondo gli usi e i costumi, oltre che per mentalità, dell’epoca. Ella è pronta ad assumersi, in toto, la responsabilità delle sue azioni, facendosi carico anche di quelle dell’amante, mostrando un comportamento sprezzante di fronte ad un susseguirsi di avvenimenti che avrebbero macchiato per sempre la sua reputazione, salvabile solo grazie al matrimonio propostole da Abelardo. E nonostante questo, ella rifiuta ancora.
Alla fine i due amanti giungono ad una conclusione soddisfacente per entrambi, e cioè un matrimonio segreto. Però, come i pettegolezzi erano stati veloci con la loro tresca, anche in questo caso la segretezza ha vita breve, e così tutta Parigi viene a conoscenza di questa unione.
In tutto ciò, poi, le nozze segreta hanno lasciato l’amaro in bocca a Fulberto, il quale trama vendetta per cancellare i troppi affronti alla sua persona, alla sua casa e alla sua carica.

 

“[…] La mandai in un’abbazia di monache presso Parigi chiamata Argenteuil, dove era stata allevata ed educata da bambina. Le feci preparare delle vesti religiose adatte alla vita monastica ma senza velo, e gliele feci indossare. Avutane notizia lo zio, i suoi consanguinei e i parenti […] profondamente indignati, ordinarono un complotta contro di me, e , una notte, mentre mi riposavo dormendo in una stanza appartata del mio alloggio […] mi colpirono con una vendetta estremamente crudele e vergognosa, e che il mondo apprese con immenso stupore: mi tagliarono cioè quella parte del corpo con la quale avevo commesso ciò che essi piangevano.”.
[Lettera I, Abelardo ed Eloisa – P.Abelardo, trad. a cura di Ileana Pagani]

 

Abelardo, con la scusa di metterla in salvo dalla furia dello zio profondamente adirato anche con la nipote per le nozze segrete, spinge Eloisa a chiudersi in convento, ben prima che lo faccia lui stesso, come la donna gli ricorderà più tardi nelle sue lettere, quasi che questa ferita, questo strappo alla vita che ella conosceva, non si sia mai rimarginata.
Si aprono per Eloisa le porte dell’abbazia, fuori dalla quale ella ha lasciato l’amore passionale che, seppur fugace, l’accompagnerà per tutti i suoi anni restanti di vita, facendola sospirare per il rimpianto di aver perso quell’amore carnale che tanto la legava ad Abelardo.

 

“Mi ero illusa di essermi guadagnata molto merito dinanzi a te col comportarmi in tutto come a te piaceva col perseverare anche ora più che mai nell’obbedienza. Perché ad affrontare giovanissima la durezza della vita monastica non mi spinse la devozione religiosa ma solo il tuo comando; perciò, se con essa non acquisto merito davanti a te pensa quanto è inutile questo mio travaglio. […] nel prendere l’abito ti ho anzi preceduto. Infatti tu […] mi dedicasti a Dio costringendomi a prendere le vesti sacre e a farmi monaca prima ancora di te.”.
[Lettera II, Abelardo ed Eloisa – P.Abelardo, trad. a cura di Ileana Pagani]

 

Eloisa è ancora innamora di Abelardo, nonostante siano anni che i due amanti non possano più incontrarsi, ma non lesina sul ricordargli che lui l’ha abbandonata, e da quando egli non più godere dell’ amore carnale che condividevano, l’ha dimenticata. La donna chiede, quindi, al marito di farla avvicinare a Dio, perché quando ella, ancora fanciulla, indossò l’abito monacale, non era spinta dalla chiamata di Dio, ma dall’amore per Abelardo, per il volere di accondiscendere al desiderio di suo marito, il suo unico signore.

 

“Eloisa invece tenterà nel suo difficile percorso interiore una conciliazione e sintesi tra queste due modalità del suo essere amante innamorata tanto quanto saggia e responsabile badessa, fermamente convinta delle tesi filosofiche apprese dall’insegnamento di Abelardo. La razionale accettazione della scelta monastica non entra per lei in alterità o conflitto con i sentimenti, le emozioni, il suo vissuto di donna sensuale e innamorata. Al contrario l’analisi introspettiva non mortifica ma giustifica e supporta la passione vissuta perché autentica, veritiera e sinceramente offerta nell’amore riversato sul suo amante.”.
[Eloisa, lettere ad Abelardo – prefazione di Alessandra Luciano]

 

Eloisa accetta il velo, come prima aveva accetta il matrimonio, non per sottomissione ad Abelardo, bensì come prova d’amore nei confronti dell’amante.
Contestualizzando il periodo storico in cui si svolge la vicenda di Eloisa ed Abelardo, si deve pensare ad un’era in cui duellare, combattere, cacciare e comandare eserciti erano baluardi del sesso forte, mentre le donne, escluse dalle attività d’armi, nascono già tarate dal peccato originale, dottrina fondamentale nella struttura sociale del Medioevo che influenzò la stessa speculazione di Abelardo, le rende deboli, volubili.

 

“O me misera, generata per essere causa di un così grande crimine! O suprema e consueta rovina che le donne recano agli uomini sommi. […] La prima Donna strappò subito l’uomo dal Paradiso, e colei che era stata creata perché fosse suo aiuto, si trasformò nella sua suprema perdizione.”.
[Lettera IV, Abelardo ed Eloisa – P.Abelardo, trad. a cura di Ileana Pagani]

 

Secondo il monaco benedettino Jean Leclercq il Medioevo, come riportato nel suo libro La figura della donna nel Medioevo, non era antifemminista, anche se egli non riesce a negare una qualche forma di misoginia, dettata più che altro da ciò che la donna rappresentava per il filosofo o l’asceta, e cioè la perdizione.

 

“La bellezza del corpo sta solo nella pelle. In realtà se gli uomini potessero vedere ciò che è sotto la pelle, la vista delle donne darebbe loro la nausea […] come possiamo desiderare di abbracciare questo sacco di letame?”.
[Oddone di Cluny, Abate di Cluny]
Di tutto altro parere è lo storico Jacques Dalarun, secondo il quale il racconto della Creazione e della Caduta nella Genesi ha un fortissimo peso sulla visione medievale della donna: ella partorirò con dolore e sarà dominata dall’uomo. Solo una volta cacciata dal Paradiso la donna riceverà un nome, Eva, imposto a lei da Adamo, come ennesimo segno di dominanza del maschile sul femminile.

 

“Potenzialmente capace di autocustodirsi la donna non riesce però a realizzare pienamente la sua custodia. La dignità spirituale della sua anima, creata da Dio e salvata da Cristo, che la rende capace di virtù, porta infatti i segni del peccato cui tante donna, a cominciare da Eva, hanno contribuito in modo decisivo.”.

 

[La donna custodita – Carla Casagrande]
Come evidenziato dalla Professoressa Carla Casagrande, la donna medievale non è mai libera dal giogo maschile, dal padre passa al marito, e nel caso questi la lasci vedova, ella sarà vincolata da estenuanti pratiche religiose, di digiuno e penitenza, con le quali mortificare la sua vita.
Quindi, quando viene a mancare la dominanza maschile diretta sulla vita femminile, entra in gioco la Chiesa a reclamare la totale sottomissione, fisica e spirituale, della donna.

 
“Al suo signore, o meglio al padre, al suo sposo, anzi al fratello, la sua serva, o meglio la sua figlia; la sua sposa,anzi la sorella; ad Abelardo, Eloisa.”.

 

[Lettera II, Abelardo ed Eloisa – P.Abelardo, trad. a cura di Ileana Pagani]

 

La lettera seconda è la risposta di Eloisa che, inscenando che ella sia venuta per caso a conoscenza della prima lettera consolatoria di Abelardo, chiede all’amato di scrivere a lei per confidare le sue sciagure, perché chi meglio di lei potrebbe capirle, visto che non solo la passione e l’amore li ha uniti, ma ancora di più le disgrazie.
Eloisa ricorda ad Abelardo quanto ella della propria vita abbia dedicato unicamente a lui, divenendo prima sua sposa e in seguito prendendo i voti, entrambe decisioni prese per compiacere il suo amato.
Ella rinnova l’amore che la lega a lui, e scrive di quale sofferenza sia dovergli stare lontana, soprattutto visto che Abelardo si mostra sempre più indifferente nei confronti della sua sposa.

Chiude la lettera con una supplica: ella non chiede altro che qualche parola di conforto da parte del suo amante.
Spesso la critica ha sottolineato come nella seconda lettera sia presente il modello ovidiano delle Heroides, non tanto per il riferimento diretto a qualche eroina, bensì per gli stilemi e il linguaggio che caratterizzano l’opera di Ovidio.
L’assenza silenziosa di Abelardo altro non è che il tradimento di un amante, che l’ha ingannata unicamente per soddisfare le sue pulsazioni di passione, per poi abbandonarla una volta che egli aveva ottenuto ciò che desiderava.
Gran parte della lettera è occupata dalla parole di sentimento che Eloisa tiene saldo al suo cuore, e rinnova spesso il suo amore ad Abelardo, ricordandogli come ella, in passato, gli avesse sempre detto di preferire la condizione di amante piuttosto che di sposa, e di quanto possa essere duro scegliere la vota monacale senza vocazione, se non nel suo signore, Abelardo.

Ella chiede all’uomo un rinnovamento di quel legame che li unì in passato, in quell’amore comune che ella coltiva ancora, a cui ella è tutta tesa, lasciando quindi capire che nel suo animo, tanto occupato da quell’amore, non vi sia spazio anche per Dio.
“In me, la giovane età e la sua energia, l’esperienza così gioiosa di molti piaceri, accendono con forza i desideri del corpo, che invitano a lasciarsi andare ai sensi. E quest’attacco mi opprime tanto più, quanto più è debole la natura attaccata. Esaltano la mia castità coloro che non hanno scoperto la mia ipocrisia, che scambiano un corpo pure per virtù; ma la castità non è una virtù della carne, ma dell’anima.”.

 

[Lettera IV, Abelardo ed Eloisa – P.Abelardo, trad. a cura di Ileana Pagani]

 

Nella sua seconda lettera Eloisa,dopo aver ricevuto da Abelardo la riposta, alla sua precedente epistola, ove egli si dichiara pronto ad essere la guida spirituale di colei “[…] un tempo tanto cara nel secolo ma ora ben più cara in Cristo.“, riconosce il suo ruolo attivo nelle vicende trascorse tra i due amanti.
Ella è tormentata dalla colpa dell’atroce strazio a cui fu sottoposto Abelardo, al quale scrive :” […] tu solo scontasti sul tuo corpo ciò che avevamo commesso in due.”.
In questa lettera la donna confessa, senza più mezze parole, i limiti del suo amore per Dio, permeata com’è dall’amore per il suo amato, o dal ricordo della loro famelica passione, che accompagna sempre la sua memoria. Il velo che ella accetto non era il desiderio di purificare le sue colpe verso Dio, ma verso Abelardo, prima per la compromissione della sua carriera di Maestro a causa dello scandalo ed in seguito per l’evirazione di questi, ordita della sua famiglia.
Nonostante tutti gli anni passati, ormai separati da così tanto tempo, ella non cede e la forza dell’amore per Abelardo la sostiene.
Eloisa basa la difesa del suo amore sul principio ciceroniano , secondo il quale l’amore vero e l’amicizia vera sono disinteressati e costanti se sono derivati dalla qualità del destinatario.
La critica ha spesso suggerito che Eloisa potrebbe aver rielaborato il suo concetto d’amore, per Abelardo, sulle basi teologiche dell’amore verso Dio di Gualtiero di Montagne.

 

“[…] Quelle gioie da amanti che provammo insieme mi sono state tanto dolci che non possono né dispiacermi né sfuggirmi dalla memoria. Dovunque mi volga sono sempre presenti ai miei occhi e m’accedono di desideri.[…] Perfino in mezzo ai solenni riti, quando più pura deve essere la preghiera, le immagini impudiche di queste voluttà inchiodano tanto nel profondo l’infelicissimo mio amico che mi sento disposta più a quei turpi godimenti che alla preghiera. E così, mentre dovrei gemere per quello che ho commesso, piuttosto sospiro per quel che ho perduto.[…] mi siete talmente dentro l’animo che agisco come se fossi con te […].”.
[Lettera IV, Abelardo ed Eloisa – P.Abelardo, trad. a cura di Ileana Pagani]
Per Michel Zink, filologo e storico della letteratura, le lettere di Eloisa per Abelardo sono straordinariamente intense e prive di qualsiasi pudore.
Nello scambio epistolare tra i due amanti i sentimenti di questi sono totalmente opposti, infatti, mentre Abelardo guarda al loro passato comune con un occhio distaccato, trovando che la loro situazione attuale, ed in particolar modo la sua piena di dolore da arrivare a sperare in una veloce e rapida morte liberatoria, sia il giusto castigo per la passione e la lussuria a cui cedettero, e che solo attraverso la consacrazione a Dio entrambi potranno trovare la pace, prima di essere ricongiunti nella beatitudine, dopo la morte.
Invece, Eloisa appare combattuta tra la veste che indossa, e nella quale adempie ai suoi doveri in maniera impeccabile, e l’ipocrisia che l’ha condotta a prendere il velo, senza vocazione alcuna, ma bensì per compiacere un desiderio dell’amante: “[…]obbedendo al mio ordine ella spontaneamente prese il velo[Abelardo ed Eloisa-P-Abelardo, trad. a cura di Ileana Pagani]

 
“[…] Adamo, che per non rattristare Eva, disobbedì al Signore travolgendo nel peccato l’intera umanità.”.

 

[La buona moglie – Silvana Vecchio]

 

Chi era dunque Eloisa, la vera Eloisa, quella separata dalla tragica storia che ella visse con Abelardo, ed anche senza?

 

“Tu con quella tua eccezionale passione per la dottrina sei prevalsa su tutte le donne e hai superato molti uomini del tempo […]. Tu devi bruciare e far luce come una lampada.”.

 

[Lettera di Pietro il Venerabile ad Eloisa]

 

Eloisa, al di fuori del suo amore per Abelardo, dimostrò di essere un’avida studiosa di logica, tesa, come il suo stesso maestro, alla ricerca del reale significato delle parole: ella si poneva la domanda di come fosse possibile studiare la Bibbia o cantare gli inni se non se ne capiva il vero significato.
Ella, durante la sua vita, prima da monaca e poi da badessa, ottenne, per i suoi metodi intellettuali ed anche di gestione, gli stessi oneri, senza tutti i relativi onori a causa del suo sesso, di un’autorità pari a quella di un vescovo, arrivando ad amministrare diversi territori, appartenenti alla Chiesa, limitrofi al Paracleto.
Eloisa si dimostra una donna moderna, che vive il sesso in una luce naturale, lontana dalla vergogna del cristianesimo, che riuscirà a raggiungerla, in parte, dopo anni chiusa nel monastero. Ella ha amato ed ama Abelardo, per questo si è concessa a lui, per questo anche si piega al volere dell’amato, prima con il matrimonio e dopo con il monacarsi. Ella, però, non si sottomette ad Abelardo perché si considera a lui inferiore, non si inchina di fronte a lui in quanto uomo ed essere superiore, ma bensì lo fa perché lei stessa lo vuole fare.
Eloisa fa tutto ciò che può per preservare il loro amore, senza mai smettere di amare colui che la conquistò poco più che fanciullina, e che lei mai smetterà di amare, nonostante gli anni, la distanza ed infine la morte a separarli.

Eloisa non si sottomette ad un uomo-padrone, ella si sottomette all’Amore, prima a quello passionale e carnale, ed infine a quello del logos.

 

“Il mio animo, se non con te, non esiste neppure.”.

[Eloisa ad Abelardo]

 

Eloisa sopravvisse ventidue anni alla morte di Abelardo, e su sue precise istruzioni, quando nel 1164 anche ella spirò, il suo corpo venne sepolto, ne Paracleto, assieme alle spoglie dell’amato, sotto un meraviglioso roseto.

La leggenda narra che, mentre il corpo di Eloisa veniva calato nella tomba, Abelardo aprì le braccia per accogliere nuovamente a sé la sua amata.
Solo un piccolo dubbio coglie, dopo aver letto le epistole tra i due amanti, ed è forse più probabile che chi allargò le braccia per accogliere l’amato fu Eloisa, che mai lasciò andare il suo Amore.

Un pensiero su “Eloisa, l’amore e il logos.

  1. bel pezzo sullo stato della donna medioevale, che non pare molto dissimile da tanti casi odierni.
    Al termine della lettura di questo post convengo anch’io che sarà Eloisa ad allargare le braccia per accogliere Abelardo, che si dimostra meschino ed egoista.

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