Cenerentola: la donna nella fiaba, parte terza

Cenerentola Pic

 “[…] Si può dire che, secondo la verità espressa dalla fiaba, il nucleo divino della psiche umana è costituito da quel che è al di là del bene e del mal, ed è perciò un fattore assoluto, che può condurci fuori dalla situazione che questo problema ci ha posto. La soluzione qui configurata ha implicazioni molto profonde. Anche se spesso le fiabe sembrano storielle innocenti, ci costringono a immergerci in acqua molto profonde.”.

[L’Ombra e il male nella fiaba – Marie-Louise von Franz, trad. a cura di Silvia Stefani]

 

 

Le fiabe, come le antiche leggende, sono immagini archetipe facenti parte dei processi psichici dell’inconscio collettivo.

Secondo Marie-Louise von Franz gli animali presenti nelle fiabe sono esseri simbolici delle tendenze umane archetipe, poiché questi non rappresentano gli istinti degli animali, ma gli istinti animali all’interno dell’essere umano.

L’assenza di un tempo preciso, evidenziato dal classico C’era una volta, tanto tempo fa, è un altro archetipo, un’era atemporale, come quella del mito, sospeso prima della storia.

Parlando di Cenerentola, una delle fiabe più complesse, a livello inconscio, non si può non citare la psicoterapeuta Colette Dowling, la quale, nel 1981, pubblicò un libro intitolato Il complesso di Cenerentola: la paura delle donne di essere indipendenti, dove, attraverso la figura della protagonista della fiaba, la Dowling analizzava il desiderio incosciente di alcune donne di avere sempre accanto qualcuno che le protegga e si prenda cura di loro, accantonando le proprie passioni ed aspirazioni.
Secondo la psicoterapeuta, tale complesso non deriva dalle pressioni sociali o religiose, bensì dalla paura di essere indipendenti, divenendo così incapaci di costruirsi un’esistenza propria, con sogni e desideri individuali.

La psicologa Maria Chiara Gritti spiega, nel suo libro La principessa che aveva fame d’amore. Come diventare regina del tuo cuore, che a causare il Complesso di Cenerentola, oltre alla paura dell’indipendenza, concorra un altro disagio, cioè un vuoto interiore affettivo.

 

 

“La moglie di un ricco si ammalò e, quando sentì avvicinarsi la fine, chiamò al capezzale la sua unica figlioletta e le disse: -Bimba mia, sii sempre docile e buona, così il buon Dio ti aiuterà e io ti guarderò dal cielo e ti sarò vicina -. Poi chiuse gli occhi e morì. La fanciulla andava ogni giorno sulla tomba della madre, piangeva ed era sempre docile e buona. Quando venne l’inverno, la neve coprì la tomba di un suo drappo bianco, e quando il sole di primavera l’ebbe tolto, l’uomo prese moglie di nuovo.”.

[Cenerentola, le fiabe del focolare- J. e W. Grimm, trad. a cura di Clara Bovero]

 

Figura fondamentale è quella della madre, che incontriamo sul letto di morte, mentre quella del padre è appena abbozzata, tanto da non essere né buona né cattiva. A succedere alla madre di Cenerentola arriva una matrigna, accompagnata dalle sue due figlie naturali, mostrando subito che l’azione della fiaba si svolgerà in un campo totalmente femminile.
Secondo lo psicoanalista Bruno Bettelheim, ne Il mondo incantato: uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, il declassamento subito da Cenerentola è la conseguenza di un contorto rapporto edipico tra lei e suo padre.
Basandosi sulla superficie della fiaba, Cenerentola non fa nulla che giustifichi il suo asservimento verso la matrigna e le sorellastre, infatti, escludendo la Cenerentola di Basile, è noto a tutti che ella sia un’eroina innocente, che subisce torti e cattiverie con remissività e dolcezza.

 

 

“C’era dunque, una volta un principe vedovo, il quale aveva una figlia che gli era così cara che non ci vedeva per altri occhi. Le aveva dato una brava maestra […] e le dimostrava un affetto che non si può descrivere. Ma il padre si era risposato da poco e aveva preso una rabbiosa, malvagia e indiavolata femmina e questa maledetta cominciò ad avere in odio la figliastra […]. La povera fanciulla si lamentava sempre con la maestra dei maltrattamenti della matrigna […]. -Se farai come ti suggerisce queste testa matta io ti sarò mamma e tu sarai la pupilla degli occhi miei.”.

 

[Il racconto dei racconti, ovvero il trattamento dei piccoli – Giambattista Basile]

 

Zezolla, figlia del primo matrimonio, mossa dalle vessazioni della matrigna e supportata dalle promesse rassicuranti della maestra di cucito, uccide la nuova moglie del padre, spingendo poi questi a prendere in moglie la cara maestra. Però, poco tempo dopo le nozze, Zezolla diviene serva nella sua stessa casa tormentata dalla terza moglie del padre e dalle sue nuove sei sorellastre, che la donna aveva tenuto nascoste sino a dopo il matrimonio.
La Cenerentola di Basile è l’unica che crea, attraverso l’inganno e il misfatto, la sua condizione di asservimento, perché se dalla seconda moglie subiva maltrattamenti, dalla terza è totalmente asservita.

La studiosa di folklore Marian Roalfe fu la prima a studiare tutte le trecentoquarantacinque versioni della fiaba di Cenerentola, alcune delle quali mostrano l’eroina bistrattata poiché ella aveva rifiutato le nozze con il suo stesso padre, mostrando fantasie infantili universali in cui una bambina prima desidera sposare il padre, per poi, all’insorgere del senso di colpa, negare di aver ella stessa compiuto qualche azione che avrebbe potuto scatenare il desiderio paterno.
In tutto ciò vi è anche il compiacimento della bambina nel sentirsi così preferita alla madre, seguito da un nuovo senso di colpa che porta al voler essere punita, spiegando così il declassamento subito da Cenerentola, da figlia amata a serva nella sua stessa casa.

Nonostante le grandi variazioni subite dalla fiaba, nel tempo e di luogo in lungo in cui veniva raccontata, uno dei temi principali rimane quello della degradazione improvvisa dell’eroina agli occhi del padre, che quasi non la considera neanche più una figlia.

 

 

“-Neppure questa è la vera – disse, – non avete altre figlie? – No, – disse l’uomo, – C’è soltanto una piccola Cenerentola tristanzuola, della moglie che mi è morta: è impossibile che sia la sposa. -.”.

[Cenerentola, le fiabe del focolare – J. e W. Grimm, trad. a cura di Clara Bovero]

 

Da che prima Cenerentola era oggetto di stima e di amore da parte del padre, ella viene velocemente degradata agli occhi di questi, per poi, sposando il principe, assumere una posizione molto più privilegiata alla fine della storia.
Analizzando le varianti della fiaba, Bruno Bettelheim sostiene che vi siano due gruppi di degradazione della fanciulla.
Nel primo gruppo è il padre ad essere l’antagonista di Cenerentola, la quale subisce l’eccessivo amore di questi nei suoi confronti.
Nel secondo gruppo, invece, troviamo la matrigna e le sorellastre, tanto coalizzate da apparire come un’unità compatta, in competizione con Cenerentola.

Basandoci sulla trama più nota della fiaba possiamo vedere come questa ricalchi lo sviluppo edipico della fanciulla: ella ama la madre, la quale muore, e la sua figura materna torna, successivamente, sotto forma di Fata Madrina; l’amore di Cenerentola passa, dunque, sul padre, una volta che la madre non c’è più, amandolo e desiderando di essere amata a sua volta. Diviene quindi naturale che la matrigna e le sorellastre, in questo casa, vengano viste dalla giovane come rivali per l’amore paterno. Alla fine del periodo edipico la bambina torna verso la madre, vedendo in questa un’immagine in cui identificarsi.
Lo stretto legame con il focolare, tanto da essere sempre sporca di cenere, condizione da cui prende il soprannome, imposto alla fanciulla dalle sorellastre, è un desiderio di ritorno alla madre, dopo la delusione del superamento del complesso edipico.
Ovviamente la fiaba mistifica, così che sentendola raccontare non si possa dubitare dell’innocenza di Cenerentola, oscurando il fattore edipico che muove la vicenda.

 

 

“-È inutile: tu non vieni, perché non hai vestiti e non sai ballare; dovremmo vergognarci di te -. Le voltò le spalle e se ne andò in fretta con quelle due boriose figlie.”.

 

[Cenerentola, le fiabe del focolare – J. e W. Grimm, trad. a cura di Clara Bovero]

 

 

Le più moderne versioni della fiaba si incentrano, soprattutto, sulla rivalità fraterna, infatti la matrigna umilia Cenerentola per il suo desiderio di far avanzare le proprie figlie, mentre la cattiveria delle sorellastre, verso la protagonista, è mossa dalla mera gelosia.
L’etnologo Stith Thompson ha compiuto approfondite ricerche sulla fiaba di Cenerentola scritta dai fratelli Grimm, ed oltre alla rivalità fraterna, già accennata in precedenza, vi è questo intimo richiamo al focolare che, prima dell’avvento del riscaldamento, era il luogo di ritrovo della famiglia, ed era, anche, dove i bambini si intrattenevano a stretto contatto con la madre, mentre questa era impegnata nelle faccende domestiche o nel cucinare i pasti.
Inoltre, Cenerentola è sempre sporca di cenere e questo è un simbolo di libertà istintuale per i bambini. Altro richiamo, che secondo lo studioso collega la protagonista alla cenere, è il lutto per la perdita della madre, cenere alla cenere.

 

“Una volta il padre, prima di andare alla fiera, chiese alla due figliastre che cosa dovesse portare loro. -Bei vestiti,- disse la prima. -Perle e gemme,- disse la seconda. -E tu, Cenerentola,- egli chiese , -che vuoi? – Babbo, il primo rametto che vi urta il cappello sulla via dei ritorno, coglietelo per me-. Or egli comprò bei vestiti, perle e gemme per le due figliastre; e sulla via del ritorno […] un ramo di nocciolo le sfiorò e gli fece cadere il cappello. Allora egli colse il rametto e se lo portò via. Giunto a casa, diede alla figliastre quel che avevano desiderato, e il ramo di nocciolo a Cenerentola. Cenerentola lo ringraziò, andò sulla tomba della madre, piantò il rametto e pianse tanto che le lagrime vi caddero sopra e l’annaffiarono. Il ramo crebbe e divenne una bella pianta. Cenerentola ci andava tre volte al giorno, piangeva e pregava, e ogni volta si posava sulla pianta un uccellino bianco, che, se ella esprimeva un desiderio, le gettava quello che aveva desiderato.”.

 
[Cenerentola, le fiabe del focolare – J. e W. Grimm, trad. a cura di Clara Bovero]

 

 

Questa richiesta, da parte di Cenerentola, e il relativo esaudimento del desiderio, da parte del padre, simboleggiano un primo tentativo di ristabilire un positivo rapporto tra la figlia ed il padre.
Affinché Cenerentola possa diventare padrona del proprio destino, la figura paterna deve venir sminuita agli occhi della giovane, ed ecco il perché del rametto in dono, un rametto che scalza via il cappello al padre e che una volta bagnato di lacrime, della giovane, ne esaudisce ogni desiderio. Ciò che sminuisce il padre accresce il potere ed il prestigio della madre, rappresentata nell’uccellino bianco che si posa sulla pianta di nocciolo.
Il dono del padre, che fa diminuire il suo prestigio, permette a Cenerentola di trasformare il suo amore infantile per il padre nell’amore maturo per il Principe.
Nella più antica variante cinese della fiaba, l’eroina possiede un piccolo pesce, il quale, grazie alle amorevoli cure della fanciulla, cresce arrivando a raggiungere i tre metri. Quando la matrigna, scoperta l’importanza affettiva che questo pesce ha per la figliastra, lo uccide e lo mangia, la giovane è inconsolabile e si dispera, sino a quando uno stregone le rivela ove sono seppellite le ossa del pesce, e le consiglia di disseppellirle e di conservarle nella sua stanza, poiché queste avrebbero esaudito ogni suo desiderio.
In altre varianti europee, la madre morta assume svariate forme animali, tutte pronte a soccorrere la sventurata eroina.

 

 

“Il motivo generale è che qualcosa di sovrannaturale e di numinoso sopravvive alla morte della figura materna positiva e la sostituisce, è una sorta di feticcio nel quale si incarna lo spirito della madre. […] Se la madre muore, ciò significa, simbolicamente, che la figlia prende coscienza dell’impossibilità d’identificarsi con lei, nonostante la permanenza della relazione positiva essenziale. La morte della madre è dunque l’inizio del processo d’individuazione: la figlia desidera diventare un essere femminile positivo, ma in modo personale, e ciò implica per lei l’obbligo di passare attraverso tutte le difficoltà di questo ritrovamento. L’identità arcaica madre-figlia è spezzata e l’essere umano femminile prende coscienza della sua debolezza.”.

 

[Il femminile nella fiaba – Marie-Louise von Franz, trad. a cura di Bianca Sagittario e Nadia Neri]

 

 

Per Bruno Bettelheim l’albero, che sia un nocciolo o una palma da datteri, come nella Gatta Cenerentola, è profondamente significativo, poiché non basta conservare l’immagine materna interiorizzata, di un periodo passato, ma questa deve crescere assieme alla fanciulla.
Il lutto di Cenerentola tra le ceneri è solo temporaneo, infatti piangendo la morte della madre sopra il ramoscello questo cresce, aiutandola a passare alla successiva fase, l’accettazione, portandola poi al ritorno alla vita, simboleggiato dal desiderio di poter andare al ballo.

 

 

“La beltà per le donne è un tesoro ben raro,
e d’ammirarlo mai non ci si sazia,
ma ciò che suol dire la buona grazia
è senza prezzo e torna anche più caro.
Questo fu il dono che ebbe Cenerentola
dalla madrina sua; la quale le fece, istruendola,
della povera bambina una Regina. (Tale
è del nostro racconto la morale).
Belle, quel dono vale
molto più ch’esser bene pettinate
per conquistare un cuor durevolmente.
La grazie è proprio il dono delle Fate:
tutto si può con essa, senza non si può niente.”.

 

[Cenerentola – Charles Perrault]

 

 

Charles Perrault depurò la fiaba di ogni dettaglio, a suo avviso, volgare, rendendo il racconto adatto ad essere raccontato a Corte. Ad egli dobbiamo l’invenzione dell’episodio della scarpetta di cristallo.
La Cenerentola di Perrault, su cui in seguito si basò il cartone animato firmato Disney, è una fanciulla melensa, di una bontà insipida, a tratti stupida, e priva di qualsiasi iniziativa.

 

 

“La povera orfana sopportava pazientemente tanta ingiustizia e non osava nemmeno lamentarsene con il padre, il quale, succube com’era della moglie, l’avrebbe solo rimproverata.”.

 
[Cenerentola – Charles Perrault]

 

 

Del padre, in questa versione della fiaba, non sappiamo nulla, tranne che in prima nozze ebbe “la moglie più bella e più dolce del mondo“, mentre in seconde nozze si era legato ad “una donna altezzosa e dispotica“, tanto cattiva e manipolatrice da renderlo insensibile alla sorte toccata alla sua “unica figlia bella e dolce come la madre“.
Tanto Cenerentola assomiglia alla madre, per gentilezza e grazia, tanto più le due sorellastre erano specchio della loro perfida madre.

 

 

“Finalmente le due sorelle riconobbero in lei la bella sconosciuta del ballo, le si gettarono ai piedi e le chiesero perdono per averla maltrattata. Cenerentola le fece rialzare e le abbracciò dicendo che le perdonava con tutto il cuore e che desiderava solo il loro affetto. […] Cenerentola, che non era solo bella, ma anche infinitamente buona, fece venire le due sorella a palazzo e quel giorno stesso le fece sposare con due gentiluomini di alto lignaggio.”.

 

[Cenerentola – Charles Perrault]

 

 

Il finale della fiaba di Perrault è ben diverso da quello dei fratelli Grimm, per i quali le due sorellastre il giorno del matrimonio di Cenerentola furono accecate da due colombe così che “furono punite con la cecità a vita, perché erano state false e malvagie.”.
Charles Perrault, epurando la storia dei tratti più brutali, ha eliminato parti essenziali del racconto, come quella della mutilazione a cui le due sorellastre si sottopongono.

 

“[Il Principe] La mattina dopo andò dal padre di Cenerentola e disse: – Sarà mia sposa soltanto colei che potrà calzare questa scarpa d’oro -. […] La maggiore andò con la scarpa in camera sua e volle provarla davanti a sua madre. Ma il dito grosso non entrava e la scarpa era troppo piccolina; allora la madre le porse un coltello e disse: – Tagliati il dito; quando sei regina, non ha più bisogno di andare a piedi. – La fanciulla si mozzò il dito, serrò il piede nella scarpa, contenne il dolore e andò dal principe. Egli la mise sul cavallo come sua sposa e partì con lei. Ma dovevano passare d’avanti alla tomba; due colombe, posate sul cespuglio di nocciolo gridano:
– Volgiti, Volgiti, guarda:
c’è sangue nella scarpa.
Stretta è la scarpetta.
La vera sposa è ancor nella casetta.
Allora egli le guardò il piede e ne vide sgorgare il sangue.”.

 

[Cenerentola, le fiabe del focolare – J. e W. Grimm, trad. a cura di Clara Bovero]

 

 

 

Il principe basa la sua scelta sulla calzatura persa da colei che vuole sposare, se invece questa sua decisione si fosse fondata sull’aspetto o la personalità, le due sorellastre non avrebbero mai potuto, aiutate dalla madre, ingannarlo.
Egli si lascia manipolare da entrambe le sorellastre, e solo quando esortato, dalle due colombe, a guardare si avvede del sangue che gocciola fuori dalla scarpetta.
Questa incapacità di vedere il sangue è, per Bruno Bettlheim, un aspetto dell’angoscia di castrazione, quello connesso alla perdita di sangue durante le mestruazioni.
Il principe non vede perché non vuole vedere ciò che gli procurerebbe ansia.
Quindi Cenerentola, calzando perfettamente la scarpetta, è la sposa perfetta che lo libera dall’ansia del sangue. Al contrario delle sue sorellastre, spintesi sino alla mutilazione, la sessualità di Cenerentola non è aggressiva, ella infatti attende gli il Principe torni, per la terza volta, prima di provare la scarpetta, poiché ella è conscia di essere l’unica donna capace di placare l’insicurezza di questi.
Cenerentola non desidera castrare nessuno, sempre simboleggiato dal calzare perfettamente la scarpetta senza ricorrere ad alcuni trucco, e questo placa le ansie inconsce nel Principe che, a sua volta, rassicura la fanciulla che ella non è mancante di nulla sotto nessun punto di vista.
La fiaba è un racconto che arriva a tutti, dal bambino non ancora scolarizzato all’adulto più fine, attraverso messaggi alla mente conscia, preconscia e subconscia, a qualunque livello ciascuna di essere sia funzionante durante la narrazione.

Si viene così a comprendere che la fiaba non è un semplice racconto di intrattenimento, così come non lo era il mito, è bensì uno strumento di indagine e di crescita, è un modo, soprattutto per i bambini, di sondare le proprie ansie ed i propri dilemmi, a livello inconscio, e di trovarvi una soluzione, un poco come la catarsi finale degli spettatori della tragedia greca, i quale peccano assieme al protagonista e sempre attraverso di lui si purificano.

E vissero tutti, felici e contenti.

Un pensiero su “Cenerentola: la donna nella fiaba, parte terza

  1. bella rivisitazione di una celebre fiaba che è nel patrimonio culturale di tutti i popoli. I Grimm sono spesso truculenti nelle loro fiabe, mentre Perrault è molto più delicato come hai fatto notare anche tu.
    Il mito di Cenerentola, al di là di tutti i simboli che hai ben descritto è l’incarnazione dell’umile dotato di bontà che si eleva al massimo rango per le sue doti intrinseche nel suo carattere.

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