La burnesha, la virgjina e la donna: storie d’ amore.

130294-hd.jpg[Foto a cura di Paola Favoino]

 

“Spogliata d’ ogni potere all’ avvento della proprietà, il destino della donna è legato attraverso i secoli al destino della proprietà privata […]. Coltivare la terra paterna, rendere un culto ai mani del padre, è per l’ erede un solo e medesimo obbligo: egli assicura la sopravvivenza degli avi in terra e nel mondo sotterraneo […]. Ormai la donna col matrimonio non è più prestata da un clan ad un altro: è strappata alla gente tra cui è nata e immessa brutalmente tra quella dello sposo; egli la compra […].”.

[Il secondo sesso – Simone de Beauvoir, trad. a cura di R.Cantini e M. Andreose]

 

Il termine burnesha deriva da burrnija che, letteralmente, rappresenta l’ onore di essere uomo.
Questo onore deriva dal Kunun, il testo dei valori del popolo albanese, un codice etico e sociale ove sono state trascritte le tradizioni e le usanze più antiche, antecedentemente tramandate per via orale. Solo nel XV secolo prese forse scritta, grazie all’ iniziativa del condottiero Lek Dukagjini, che combatté contro l’ Impero Ottomano.

 

“Il Kanun è una legge che è stata raccolta come i chicchi di grano in questa grande povertà.”.

[Kanuni i Leke Dukagjinit]

 

 

Essendo stato, per diversi secoli, tramandato oralmente, ogni comunità lo aveva adattato alle proprie esigenze e alle proprie condizioni storiche e sociali.
Proprio nel Kanun troviamo la base della società albanese, la burrnija, l’ onorabilità e la parola dell’ uomo, ed attraverso questo termine, che rappresenta appieno la mentalità di questo popolo, è facile comprendere il sistema fortemente patriarcale, dove la donna occupava un ruolo subordinato e soprattutto silenzioso.

 

“Chi dunque uccide un individuo, sia maschio o femmina, ragazzo o ragazza, bello o brutto, autorità, un giudice facente parte del Tribunale, ricco o povero, nobile o plebeo, subisce la stessa pena: sei borse in moneta, cento montoni e un mezzo bove di multa.”.

[Codice del sangue, 892]

 

Il sangue, per il popolo albanese, è qualcosa che può essere lavato solo con altro sangue, benché il Kanun reciti che l’ omicidio debba essere estinto mediante il pagamento di una, ingente, multa.
Lo gjaku, cioè il sangue, è intenso, con senso più esteso, come la linea maschile che legava le tribù. Per non incorrere nell’ incesto, sposando una donna discendente dal medesimo antenato, era abitudine che le giovani venissero date in sposa, sempre, fuori dal loro villaggio d’ origine.

 

“L’ amore non si crea, non arriva così come da voi […]. Da noi le donne si sposano al di fuori dei villaggi d’ origine […]. E’ così sempre, le figlie femmine sono per le famiglie degli altri.”.

[Io sono burnesha – Eva de Prosperis]

 

La regola esogamica unita alla norma virolocale, per la quale la donna è condotta, dal marito, nella di lui casa paterna, rafforzano la coesione maschile all’ interno di ogni clan o villaggio.

 

“Altri diritti la donna non ha, solo è borsa per partorire il bambino che le ha donato Iddio; altro diritto non ha, né per dare né per prendere.”.

[Il kanun di Skanderberg – Donato Martucci e Genc Lafe]

 

La società patriarcale kanuniana è evidente soprattutto nelle disposizioni dove il marito è legittimato ad usare violenza sulla moglie o ad ucciderla per adulterio, assieme al suo amante.
La donna, benché il marito avesse pagato il padre di lei, non era considerata una cosa all’ interno della famiglia dello sposo, poiché nel caso questa fosse rimasta vedova, sarebbe potuta tornare alla casa paterna.
Alla donna erano negati tutti i diritti di sangue, quindi oltre a non poter possedere beni, la sua parola non aveva alcun peso giuridico e non poteva, in nessun caso, divenire mai un membro del consiglio.
Insomma, alla donna era concesso unicamente di procreare, di servire lo sposo ed i parenti maschi di questo, senza avere mai diritto di parola.

 

“Diventare un uomo era l’ unico modo per sostenere mia madre, le mie quattro cognate e i loro cinque figli. […] Essere una donna mi ha reso un uomo migliore […]. Avevo sempre sognato di vendicare la morte di mio padre. I miei fratelli avevano provato senza successo. Certo sono addolorata per la perdita di mio nipote, ma se tu mi uccidi, io devo uccidere te.”.

[Pashe Kequi, intervista rilasciata al New York Times]

 

Alla condizione, subordinata, femminile vi era un’ eccezione: se in una famiglia fossero rimaste solo donne, a causa di malattie o di faide, o non vi fossero maschi adulti, quindi di almeno quindici anni, una donna della famiglia poteva assumere il ruolo di capofamiglia, dichiarando di fronte ai parenti e al consiglio degli anziani la sua volontà di rimanere per sempre nubile, morendo come donna e rinascendo come uomo. Ella diveniva una burnesha.

 

“Qamila era la maggiore di cinque sorelle. Tutta la vita si è occupata della madre e ha lavorato per fare in modo che tutte le sue sorelle potessero sposarsi. Un giorno ha messo i pantaloni, il cappello sulla testa ed è diventata una burnesha.”.

[Io sono una burnesha – Eva de Prosperis]

 

Non raramente una donna acquisiva il ruolo di virgjina per avere il diritto di ereditare i beni familiari, sempre nel caso non vi fossero stati eredi maschi.

 

“Ho fatto il giuramento perché non mi volevo sposare. Mia madre ha avuto tutte figlie femmine, non avevamo fratelli, e allora un amico di famiglia, Kola, ha organizzato il matrimonio per me e le mie sorelle. Ma io non volevo, io volevo solo restare a casa. […] Per non rovinare l’ onore della mia famiglia […] non c’è niente che una donna può fare per annullare un matrimonio già organizzato, la tradizione vuole che i fidanzati si devono sposare anche se la donna è in fin di vita, o viceversa. Allora io sono diventata una burnesha e sono rimasta a casa, come uomo però.”.

[Io sono una burnesha – Eva de Prosperis]

 

La scelta di rimanere vergine era l’ unica possibilità di scelta, quando una donna veniva messa di fronte al fidanzamento, quale fatto compiuto.
Per rompere il fidanzamento, una volta aver giurato di fronte alla famiglia e agli anziani di voler essere una burnesha, la donna doveva chiamare dei testimoni, dei garanti che avrebbero vegliato sul giuramento della donna di non sposarsi mai. In caso la dote fosse già stata inviata dallo sposa alla casa della donna, questa andava restituita prontamente.

Essere burnesha comportava un serio cambiamento, si rinunciava all’ essere donna, e si vestivano i panni dell’ uomo, assumendone oneri ed onori. Alla burnesha era permesso fumare e bere, anche in pubblico negli eventi del clan, come matrimoni e funerali, oltre che a sedere tra gli uomini.

 

“Le virgjnat non hanno distinzioni dalle altre donne, se non che son libere di star fra gli uomini, ma senza il diritto di voto e di parola.”.

[Kanun di Lek Dukagjini, 1228]

 

Quando nasceva una figlia, si era soliti dire che nella casa paterna piangevano perfino le travi, le virgjinat quindi godevano di una libertà impensabile per una donna, che avrebbe potuto solo essere moglie e madre, mentre con il suo nuovo ruolo ed i panni maschili addosso, poteva aspirare ad avere il rispetto del paese.
In caso di morte di una donna, l’ omicidio non doveva essere lavato con il sangue dell’ uccisore, o di un suo parente; per la morte di una virgjinat dovevano essere uccisi due uomini per cancellarne l’ onta dalla famiglia dell’ uccisore.
Ad una donna, che entrava nella casa paterna dello sposo, toccava “il servizio per mezzo della fecondità e del lavoro.”. [Padre Giuseppe Valentini].
Da questo di può dedurre come una donna sterile non fosse vista per niente di buon occhio e che, solo alla nascita del primo figlio, ella era riconosciuta come sposa, avendo così la sicurezza di non poter essere più ripudiata.
Secondo l’ antropologo Alber Doja, solo con la nascita di un figlio maschio il matrimonio era considerato effettivamente valido, poiché con l’ arrivo dell’ erede la donna aveva adempiuto al suo compito sociale, dando discendenza al clan.
Quindi, mentre la nascita di una figlia era motivo di delusione generale, la nascita di un figlio era acclamata con spari di fucili, come segno di gioia estrema.
Oltre a dover figliare, secondo il Kanu, le donne, inoltre, dovevano:

“Attingere acqua, far legna, portare il vitto ai lavoranti, innaffiare o trasportare il letame, mietere, zappare e mondare. […] Le hanno il dovere di lavorare per la casa.” e hanno inoltre il compito di “servire disinteressatamente il marito, […] allevare la prole ed educarla onoratamente; tenere a punto i vestiti e le calzature del marito.”

La virgjinat, o burnasha, dopo il giuramento non era più legata al ruolo femminile ed assumeva, sotto ogni aspetto, quello maschile all’interno della società. La sua verginità non la escludeva solamente dal matrimonio e dai lavori in casa, ma dalla sua stessa femminilità:

“Se [le vergini] intendono mascolinizzarsi possono in vario grado assumere veste maschile: il primo grado consisteva nel tagliarsi i capelli, portare il berrettino e bende intorno al capo, come gli uomini, nonché il xhurdì, capo di vestiario che fuori dalla Mirdita, è esclusivo degli uomini; il secondo grado consisteva nel vestire interamente da uomini; il terzo nel portare anche le armi; il secondo e ancora di più il terzo erano casi rari; il terzo avveniva più ordinariamente in famiglie in cui non rimanesse vivo maschio alcuno per fare una vendetta.”.

[Padre Giuseppe Valentini]

Questo mistificarsi, indossando i vestiti caratteristici del sesso che opprime è , in realtà, per le vergini giurate una libertà menomata.

“Le montagne maledette.
Qui lo dicono le antiche leggi,
la donna è solo l’ ombra dell’ uomo,
il contenitore del suo seme,
un otre fatto per sopportare.
Ma la donna può anche sparare con il fucile,
bere ed essere trattata da pari a pari:
basta che diventi uomo.”.

[Poesia del folklore albanese]

 

Benché alcuni studiosi catalogarono le burnesha come social men, le vergini giurate erano donne e rimanevano donne, anche se il loro contegno era quello maschile, anche se svolgevano lavori maschili ed in pubblico fumavano e bevevano assieme agli uomini, loro rimanevano donne.

Poiché non si hanno prove scritte, sulle vergine giurate, prima del XIX secolo, alcuni studiosi hanno ipotizzato che questa pratica fosse nata con la venuta dei frati francescani. La figura della monaca sarebbe poi stata reinterpretata adattandola agli usi locali, si era pensato, vista l’ assenza di conventi e monasteri sul territorio.

 

“[…] In questa regione dei Balcani, semplicemente vestirsi e comportarsi come un uomo permette a queste donne di acquisire lo stesso rispetto accordato agli uomini. Questo non significa avere dei vantaggi in una zona nota per la disuguaglianza di genere, e dove tanti uomini hanno sofferto e sono morti prematuramente, aumentando così la necessità che ci fossero più capifamiglia.
Secondo la tradizione, come padroni di casa gli uomini sono riveriti e le donne hanno nei loro confronti un atteggiamento assolutamente sottomesso.”.

[Women who become men – Antonia Young]

 

Secondo il Professor Injar Zamputi, infatti, le vergini giurate vivono “una verginità attiva secolare e non una verginità passiva ascetica.“. Ciò comporta, a dire dello studioso, che la scelta di una burnesha non sia per nulla inerente con quella di una donna che prende i voti.
L’ antropologa Antonia Young, con il suo libro Women who become men, rigettò completamente una tesi che si stava facendo avanti, sul come, ma soprattutto sul perché fosse nata l’ usanza  delle vergine giurate: la teoria sosteneva che si trattasse di omosessualità femminile.

Questa idea, secondo la Dottoressa Young, non era ammissibile, poiché la società albanese, di matrice maschilista, rifiutava categoricamente l’ omosessualità maschile, etichettandola come tabù, per quanto concerne quella femminile, invece, non era neanche presa in considerazione, tanto era impensabile.

La viaggiatrice e scrittrice inglese, Edith Durham, sempre per quanto riguarda la tesi dell’ omosessualità femminile come motivo della nascita di una burnesha, riporta nei suoi appunti che spesso le vergini giurate acquisivano, molto spesso, la medesima misoginia degli uomini.

 

“Cosa sono le burnesha è una cosa difficile da spiegare, da raccontare […]. Noi siamo il pilastro della nostra famiglia. Noi rappresentiamo molto di più di un matrimonio o dell’ amore, noi proteggiamo queste cose, noi viviamo come uomini per rispettare le tradizioni e ne diventiamo una. Non abbiamo mogli o mariti, la nostra vita privata ci appartiene.”.
[Io sono burnesha – Eva de Prosperis]

 

L’ antropologa Antonia Young riportò diverse testimonianze dirette, e tra queste vi era quella di Lule, la penultima di undici figli, tra i quali si contava un solo erede maschio, Pjetar che, a dire di Lule stessa, non era in grado di divenire il capofamiglia. Così, quando rimasero orfani, Lule, ad appena diciannove anni, prese in mano le redini della situazione, divenendo una burnesha.
Antonia Young chiese di più alla donna riguardo alla sua vita sessuale, per comprendere se quel giuramento, fatto quasi settanta anni prima, la tenesse ancora legata nella morsa della verginità. Lule rispose che per cinque minuti di piacere non valeva certo la pena, poi, di sopportare il disordine e lo squallore risultante dalla nascita di un bambino.

 

“Le donne sono la forza dei Balcani e del Mediterraneo soprattutto. Le donne sono state quelle che hanno sorretto le società: gli uomini hanno fatto le guerra, le donne hanno sorretto le famiglie e il dolore.”.

[Intervista di Livia Blasi alla scrittrice Elvira Dones, autrice di Vergine Giurata]

 

La storia di Hana, narrata da Elivra Dones, colpisce per la durezza: Hana non ha desiderato di diventare una vergine giurata, lo è diventata per necessità e per un obbligo morale nei confronti dello zio che l’ aveva allevata. Con la sua rinuncia alla femminilità, ella è sfuggita al giogo dell’ obbedienza, come dice lei stessa al nipote : “[…] io con l’ obbedienza avevo qualche problema.”.
La scelta fatta dalla donna appare come un lontano ricordo quando questa giunge negli U.S.A, qui nessuno, oltre a sua cugina, conosce la sua storia: è finalmente libera.
Questa libertà è però macchiata dalla castrazione psicologica subita per anni, Hana, per tornare ad essere donna, dovrà soffrire e combattere contro se stessa. La protagonista vive sentimenti contrastanti, sentendosi giudicata, osservata, diversa, tormentata da una sessualità troppo a lungo repressa.
Hana ha trentasei anni, ma vive i dubbi e i tormenti propri dell’ adolescenza: la timidezza, l’ insicurezza, la paura di non essere accettata e l’ incapacità di approcciarsi con il prossimo.
La protagonista deve svestire i panni dell’ uomo e tornare ad essere totalmente donna, partendo in un lungo e poetico viaggio alla ricerca della sua femminilità sopita.
Il personaggio di Hana è ispirato ad una vera vergine giurata, Sanie Vatoci.

 

“Quando guardo le altre coppie che leggono libri o guardano un film, mi chiedo perché io non un compagno e perché mi comporto come un uomo. Forse c’è un uomo per me là fuori da qualche parte.”.

[Sanie Vatoci, intervista rilasciata al Chicago Tribune]

 

Sanie raccontò di come fosse stata costretta dagli eventi a dover divenire una virgjinat, poiché quando il padre morì non vi erano altri uomini all’ interno della famiglia, e così Sanie dovette diventare, obbligatoriamente, il nuovo capofamiglia.

Questo fenomeno, delle Vergini giurate, non è una realtà obsoleta e lontana da noi, ancora oggi, esistono, poche e soprattutto nei paesi di montagna del nord dell’ Albania.
A testimoniare che le burnesha sono ancora tra di noi, c’è la storia della giovane Ilme Suleiman Lika, riportataci da Eva de Prosperis:

 

“Nel 1993 mia madre è morta. A casa eravamo rimasti io e mio padre, mio fratello era partito. A quei tempi tutti partivano. Mio padre non sapeva più come mantenermi, lui era solo, lavorava come poteva alla miniera. Dovevo lavorare anche io, dovevo occuparmi della mia famiglia. […] Come donna non avrei potuto aiutare mio padre. Io sono nata forte […]. E’ stata una scelta di Dio.”.

[Io sono una burnesha – Eva de Prosperis]

 

Attraverso queste parole possiamo capire lo spirito di sacrificio di queste donne: esse rinunciano al loro stesso essere, al loro futuro come donne, al piacere di essere donne per dare a coloro che amano un futuro, si spera, migliore.

Le vergini giurate, con le loro testimonianze, innalzano un inno d’ amore.
Il loro è un sacrificio d’ amore, rinunciano purché altri non debbano rinunciare.

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9 pensieri su “La burnesha, la virgjina e la donna: storie d’ amore.

  1. Tempo fa lessi un articolo sulle burnesha e rimasi molto colpita. Una donna, per avere rispetto e condurre una vita “normale”, deve trasformarsi esteriormente in un uomo. Quanta strada ancora da fare, loro e noi. Una strada infinita. Articolo molto bello e profondo. Grazie!

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    • Grazie della tua attenzione del tuo commento.
      Purtroppo si, queste donne, per avere l’ opportunità di vivere una vita meno soffocante e meno silenziosa, si trovavano a scegliere di essere qualcosa di diverso per essere accettate come esseri umani.
      La strada è ancora lunga e lastricata di molte sconfitte, temo.

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