Tra matrimonio e sesso: le differenze nell’ antica Roma.

roma sesso

“-Signore caste, via da questo luogo!
non sta bene leggiate parolacce.-.
Se ne fregano e tirano dritto,
Certo son sagge, le signore, e adocchiano
ben volentieri anche una grossa natta.”.
[Carmina Priapea, carmen VIII – Anonimo, trad. a cura di E. Bianchini]

 

Per i romani il sesso era uno dei principi base sui cui si fondava la loro società.
Bisogna, però, distinguere bene tra amore e sesso.
Come vedremo, spesso i matrimoni non erano basati sull’ amore e sulla complicità sessuale, bensì sul sesso, quale mezzo per procreare una prole legittima.
La professoressa Carla Fayer sottolinea come “[…] la sposa non doveva conoscere le gioie del sesso e dell’ amore; a lei era riservato soltanto il compito della riproduzione.“.
Quindi, mentre alla donna era destinato semplicemente un coito atto alla mera riproduzione, per l’ uomo era socialmente riconosciuto che sfogasse le sue voglie con altri tipi di donne, come le concubine o le schiave di casa, poiché era disdicevole che la moglie, simbolo della dignitas romana, divenisse mezzo del piacere del marito.
Per un romano sposarsi era un obbligo verso la società e verso Roma, un male necessario attraverso il quale, soprattutto nell’ alta società, stringere alleanze politiche, sociali o economiche.
Per ridurre al minimo tale seccatura, ci spiega la professoressa Eva Cantarella, l’ uomo pretendeva che la sua sposa fosse sessualmente integerrima, sia prima che dopo il matrimonio, fedele, modesta, parsimoniosa, obbediente, capace di gestire e mantenere l’ andamento della casa.
Insomma, tutte doti di una donna totalmente sottomessa alla figura del marito.
Vi erano differenti riti con cui veniva celebrato il matrimonio, ma in ognuno di questi era la donna a dover abbandonare la propria famiglia e la propria gens, venendo adottata da quella del marito, ed acquisendo le tradizioni ed i riti della nuova casa.
Ad esempio non avrebbe più pregato per i suoi antenati, ma per quelli della gens di suo marito.
La donna non entrava nella sua nuova casa come moglie bensì come figlia. Questo è spiegabile con la secondarietà della donna nella cultura romana, infatti una moglie avrebbe avuto pari dignità del coniuge, ma essendo ella totalmente assoggettata all’ uomo, doveva obbedire al suo nuovo pater familias.
I matrimonio cum manu era la conferreatio, la coemptio e l’ usus.
La conferreatio era la forma più antica, in uso solo tra gli aristocratici, e venne mano a mano a cadere in disuso.
Il nome, cum farreo, deriva dalla parte centrale della cerimonia, durante la quale i due sposi prendevano entrambi un boccone da una focaccia di farro. Il resto veniva sacrificato, in un braciere, a Giove e in quel momento la donna diveniva di proprietà del marito. Di solito questo tipo di matrimonio era usato per unire i patrizi romani e si svolgeva nella Curia, anche alla presenza dell’ Imperatore, nel caso le famiglie fossero molto importanti, nel veste di Pontifex Maximus.
La plebe romana praticava la coemptio, e durante questa cerimonia vi era una simbolica vendita della sposa allo sposo, con tanto di pagamento su di una bilancia.
Vi era poi l’ usus che si basava sull’ usucapione, cioè se la donna rimaneva più di un anno presso la casa dell’ uomo, essa diveniva automaticamente sua moglie. Questa pratica serviva a capire se la donna fosse o meno fertile, e quindi in grado di generare una prole legittima.
Con l’ usus anche la donna aveva maggiore libertà, poiché se, entro l’ anno, non si fosse trovata bene con l’ uomo, le sarebbe bastato trascorrere tre notti fuori casa per concludere quell’ unione.
L’ usus era molto in voga soprattutto nelle classi più umili, perché in caso di separazione, i beni di entrambi non sarebbero stati intaccati.
Nel II secolo d.C questa unione cadde in disuso, con l’ avvento del matrimonio sine manu, che prevedeva una convivenza basata unicamente sulla volontà di stare assieme, perdendo ogni senso giuridico.
I due coniugi, desiderosi di formare una famiglia e generare figli, per far si che la loro unione fosse legittimamente riconosciuta, dovevano mostrarsi in pubblico con un atteggiamento conforme a quello delle coppie sposate, oltre al dover vivere, anche se non in maniera continuativa, nella medesima casa. Oltre a ciò, la moglie portava una dote al marito.
Perché un matrimonio fosse considerato giusto per l’ etica e la morale romana, era necessario che entrambi gli sposi appartenessero al medesimo ceto sociale. Per questo motivo, soprattutto nei ceti più poveri, era fondamentale, per la famiglia della sposa, che la donna si presentasse nella casa del marito accompagnata da una dote, che l’ avrebbe resa legittimamente moglie e non concubina.

Era inoltre indispensabile che entrambi gli sposi fossero entrati nella pubertà e che fossero sessualmente maturi, tanto da poter iniziare fin da subito a cercare di generare figli.

Per l’ uomo il rito di passaggio era l’ ingresso nella pubertà, per la donna, invece, era il matrimonio.

Le fanciulle venivano date in sposa tra i dodici e i quattordici anni, ma non era raro, come testimoniano alcuni epitaffi funebri, che a fin da piccole andassero a vivere già nella casa del loro futuro marito, che le avrebbe allevate a suo piacere. L’ uomo, quindi, era quasi sempre molto più grande della sposa, soprattutto nell’ alta società. Solitamente il marito aveva la medesima età del padre della sposa.
Le donne appartenenti alle classi più umili venivano date in sposa tra i sedici e diciotto anni. Questa differenza, rispetto alle classi più abbienti, era dovuta al fatto che le famiglie non dovevano stringere alleanze economiche o politiche.
Il giorno delle nozze, per quanto riguardava le fanciulle di famiglie nobili o ricche, la sposa veniva pettinata con la caelibaris hasta che, come ci spiega la professoressa Eva Cantarella, era una bacchetta con la quale lo sposo divideva la chioma della fanciulla. Il significato ci viene spiegato, in questo modo, da Festo: “L’ asta è l’espressione massima delle armi e del potere.”.
Questo rito avrebbe simboleggiato tutta la vita coniugale della donna, costretta a chinare il capo di fronte allo sfoggio della virilità e della violenza del marito. Ella gli apparteneva, ed egli poteva usarla a suo piacimento. Non era raro che il marito percuotesse la moglie o la violentasse.
Una volta che il rito della dextrarum iunctio era terminato, cioè gli sposi si erano stretti le mani destre, il matrimonio era avvenuto. A questo seguiva la cena nuptialis, al termine della quale la sposa veniva simbolicamente rapita dalle braccia della madre, da parte degli invitati, e portata in corteo fino alla casa dello sposo, ove il marito l’ attendeva già.
Resi gli onori ai suoi nuovi antenati, la sposa veniva preparata dalla pronuba per la prima notte di nozze.

 

“Via gli aghi e i fermagli d’ oro dai capelli, le pesanti collane, via l’ anulus asper dalle morbide dita e i bracciali d’ oro dalle bianche braccia.”.
[Epithalamium Laurentii – Attribuito a Claudio Claudiano]

 

Perché la sposa veniva spogliata di ogni monile?

Dobbiamo ricordarci che la sposa era poco più che una bambina, terrorizzata ed in mano ad un perfetto sconosciuto che, molto probabilmente, non le avrebbe riservato un trattamento delicato, violentandola. Era quindi normale che, trovandosi in possesso di qualcosa di acuminato o contundente, la giovane l’ avrebbe usato per difendersi.
A sottolineare l’ esperienza traumatica che le donne romane dovevano provare la prima notte di nozze, vi sono le divinità invocate dagli sposi prima della consumazione: Subigo e Prema.
Il primo doveva far in modo che la sposa si stendesse sotto il marito.
La seconda doveva far si che la sposa non si divincolasse eccessivamente sotto l’ uomo, mentre questi la possedeva.
Questo stupro, perché di stupro si parla, era una tradizione antichissima risalente al ratto delle Sabine.
I romani rapirono le giovani che erano ancora tutti vergini, tranne Ersilia che venne rapita per sbaglio ed andò in moglie a Romolo. Le giovani vennero deflorate per sancirne la proprietà e il loro ingresso nella società romana. Appare ovvio che i romani, fin dagli albori, usassero il sesso per imporsi sul prossimo.
La virilità, infatti, per un romano era un vanto ed un orgoglio sociale, che andava dimostrato in tutte le occasioni appropriate, facendo sfoggio non solo delle proprie conquiste, ma anche dello strumento stesso: il pene.
Essendo una cultura fallocentrica, quella romana, era uso far bella mostra del proprio membro, soprattutto se di dimensioni notevoli, in luoghi come le terme. La pudicizia era qualcosa che doveva appartenere unicamente alla donna, e mai all’ uomo.

Come la virilità degli uomini era usata da questi per imporsi nella società, le donne avevano la modestia e il sapersi sacrificare per il proprio marito.
Prendiamo il caso di Turia che, come citato dalla professoressa Eva Cantarella nel suo libro Dammi mille baci, fu una moglie esemplare, come ci dimostra l’ elogio funebre della donna, composto dal marito Quinto Lucrezio Vespillone.

 

“Fornisti il più valido aiuto alla mia fuga con i tuoi gioielli: ti togliesti di dosso tutto l’ oro e tutte le gemme perché li portassi con me e poi mi sostenessi durante la mia assenza inviandomi schiavi, denaro, provviste eludendo accortamente la vigilanza dei nemici […]. Quando Cesare Augusto, assente da Roma, mi reintegrò nei miei diritti, tu interpellasti Lepido riguardo alla mia reintegrazione e, prostrata ai suoi piedi, non solo rialzata, ma trascinata e afferrata come una schiava, col corpo coperto di lividure, lo informasti con atteggiamento fermissimo del decreto di Augusto contenente l’ atto di grazia e, ricevute anche parole ingiuriose e crudeli ferite, le esibisti pubblicamente perché il responsabile delle mie sventure fosse ben noto. […] Noi desideravamo dei figli che il destino malevolo ci negò. […] Disperata per la tua sterilità e soffrendo per la mia mancanza di prole, mi hai offerto il divorzio […]. Ti sei offerta di lasciare la casa alla fecondità di un’altra donna.”.

 

[Laudatio Turiae: Corpus Inscriptionum Latinarum VI 1527]

 

Sappiamo per certo che il marito rifiutò la proposta della moglie, forse preoccupato dell’ incertezza che avrebbe portato un nuovo matrimonio. L’ atteggiamento di Turia, disposta a qualsiasi sacrificio per il bene del suo coniuge, era simbolo di grande orgoglio per il marito che, compiaciuto, aveva ottenuto la miglior prova d’ amore che, un romano, potesse mai desiderare: la moglie era disposta a cedere il proprio posto ed il proprio status ad un’ altra, pur di dare degli eredi all’ uomo.
Bisogna, però, tener conto che Turia, proprio come Porzia, la figlia di Catone l’ Uticense e moglie di Bruto, erano exempla coniugali usati come propaganda, quindi le loro storie ed i loro epitaffi vanno letti con cautela, tenendo sempre conto che l’ atteggiamento in vita della donna doveva dare lustro al marito, quindi era normale che questi enumerasse innumerevoli virtù della defunta, onde potersene prendere il merito, avendola scelta come moglie.

 

“Sapete voi di qual cosa sono io capace? Di Amarvi sempre più, e di amarvi costantemente… A se mi fosse concesso di dirvelo personalmente, non conoscerei altra maggiore felicità.”.

 

[Lettera IV – Corrispondenza tra Giulia ed Ovidio, parte seconda]

 

A contrapporsi all’ immagine della moglie devota, Turia, o della vedova disperata, Porzia, vi era Giulia Maggiore.
Ella nacque lo stesso giorno che il padre, l’ Imperatore Augusto, ripudiò sua madre Scribonia, alla quale la bambina fu tolta appena nata. Il padre, pochi mesi dopo, prese in moglie Livia Drusilla, la quale crebbe, non con poco astio, la bambina.
Livia Drusilla era la moglie romana perfetta: pudica, moderata in tutto, dall’ abbigliamento all’ acconciatura, filava personalmente la lana con cui poi avrebbe creato le vesti dello sposo.
Giulia crebbe, così, in un ambiente austero, in netto contrasto con la sua indole vivace e curiosa. A diciotto anni, dopo essere rimasta vedova a quindi anni, venne data in sposa a Marco Vipsanio Agrippa, e la sua vita cambiò.
Oltre ad essere figlia dell’ Imperatore, era la moglie dell’ uomo a cui suo padre doveva tutto. Ciò la mise nella condizione di gareggiare, contro la matrigna, per essere la prima donna di Roma.
Al contrario di Livia Drusilla, Giulia ostentava i suoi piaceri, i gioielli tanto quanto gli uomini e le feste, senza che però questo guastasse il suo rapporto con il marito. Marco Vipsanio Agrippa non poteva lamentarsi, a suo avviso, della giovane moglie che in poco tempo gli aveva dato due figli e due figlie.

 

“Non prendo mai un passeggero, se la nave non è già carica.”.

 

Secondo Macrobio, era questa la risposta che Giulia era solita dare, quando qualcuno le chiedeva, alludendo alle numerose relazioni della donna, come fosse possibile che tutti i suoi figli fossero identici al marito.
Sicuramente il suo comportamento, racchiuso in quella frase, era una provocazione nei confronti dell’ ipocrisia paterna.
Per quanto Augusto si mostrasse integerrimo, pubblicamente, Giulia conosceva i suoi diletti.
Livia Drusilla, onde evitare di venir ripudiata come le due precedenti mogli di Ottaviano, era solita concedere al marito piccoli e grandi svaghi, sia con donne che con uomini.
Da Svetonio apprendiamo che AugustoFu sempre pronto a sverginare ragazze che gli venivano procurate da ogni parte anche dalla moglie.
In questo modo, secondo il professor Staccioli, Livia Drusilla evitò di essere ripudiata, ed assicurò l’ Impero a suo figlio, Tiberio.
Alla morte di Agrippa, Augusto diede Giulia in sposa a Tiberio, sperando che questi riuscisse finalmente a trasformare Giulia in un esempio di donna romana.
Tiberio, che per sposare Giulia aveva dovuto rinunciare ad una precedente moglie, con cui aveva una buona affinità, non aveva la benché minima intenzione di corregge la condotta della nuova moglie e, pur di non denunciarla come adultera, si ritirò in esilio volontario a Rodi.
A denunciare Giulia fu proprio Augusto. Probabilmente tra gli amanti della figlia vi erano uomini influenti, che l’ imperatore temeva tramassero per ucciderlo. Così esiliò la figlia, assieme alla madre di questa, a Pandataria, l’ odierna Ventotene, e infine a Reggio Calabria, dove la donna morì.
Anche Ovidio venne esiliato, a Tomi, poiché sospettato di far parte della congiura ai danni dell’ Imperatore. Come dirà poi lui stesso, le sue colpe furono ‘Il carme e l’ errore‘.
Visto che il matrimonio concedeva ben poca passione, per gli uomini era normale avere una concubina. Ciò non toglieva loro alcun diritto di violentare a proprio piacimento le schiave e le liberte in suo possesso.
Bisogna qui fare una precisazione, evidenziando le differenze tra una prostituta ed una concubina.
Le prostitute, le meretrices, esercitavano la professione o in luoghi all’ aperto, come le ambulatrices, le circutatrices, le fornices, o nei lupanari, derivante da lupa, cioè prostituta.
Esse erano facilmente riconoscibili poiché, per legge, dovevano indossare la toga, un abbigliamento maschile, però in varianti colorate.
Vista la politica maschilista romana, le prostitute erano al centro di uno sfruttamento impressionante, tanto che molte morivano ancora giovani, dopo aver passato anni consumando ogni giorno decine di rapporti sessuali.
Pochissime di queste prostitute, e solo le più belle e le più giovani, avrebbero potuto fare il salto di qualità, divenendo cortigiane.
Plauto, nel Trinummus, descrive l’ arrivo di una cortigiana, in maniera ironica:

 

“[…] Ducitur familia tota,
restiplica, unctor, auri custos, flabelliferae, sandali gerulae,
cantrices, cistellatrices, nuntii, renuntii,
raptores panis et peni.”.

 
“[…] Conducono tutta la famiglia al completo,
la guardarobiera, il massaggiatore, il custode degli ornamenti, la portatrice dei ventagli, la serva dei sandali, i cantanti, i portatori di cofanetti, i messaggeri, i risponditori,
predatori di cibo e della dispensa.”.

 

[Le tre dracme, vv. 250-53 – Plauto, trad. a cura di Mara Carlesi]

 

 

La satira di Plauto serviva a far capire che una cortigiana, in cambio delle sue mirabolanti prestazioni sessuali e della sua raffinata compagnia, avrebbe fatto dilapidare al mal capitato di turno un intero patrimonio, prima di passare all’ uomo successivo, più potente e facoltoso.
Le cortigiane, oltre che a dover possedere una bellezza unica e particolare, erano donne che sapevano intrattenere gli uomini con le varie arti.
Erano parte integrante dei banchetti per soli uomini, dove si esibivano come cantanti, suonatrici di flauto o ballerine. Non era insolito che simili feste terminassero in un’ orgia, poiché il sesso promiscuo era visto, per gli uomini, come un modo di mostrare la propria virilità, nell’ atto stesso della copulazione, di fronte ad altri.
Le cortigiane erano capaci di riscattarsi dalle loro umili origini, arrivando a guadagnare cifre astronomiche.

L’ esempio più famoso, di ascesa sociale, è quello di Teodora. Alla morte del padre, fu avviata dalla madre alla carriera di danzatrice e mimo. Si racconta che durante un suo spettacolo Giustiniano si innamorò di lei. La fece divenire sua amante, e una volta che l’ uomo divenne imperatore, la sposò.
Benché i romani vivessero con molta libertà il sesso, anche nella loro società esistevano dei tabù, ma ovviamente, come tutte le regole, non erano sempre rispettati.
Ad un uomo era concesso avere più relazioni extraconiugali, purché queste avvenissero solo con donne di ceto inferiore, questo per evitare dispute patrimoniali in caso di una gravidanza indesiderata.
Altro tabù era quello dei rapporti omosessuali, permessi a patto che l’ uomo romano fosse sempre la parte attiva, e mai quella passiva. Si questo parleremo più approfonditamente in un’altra sede.
Era importante, inoltre, che egli non facesse mai provare piacere alla donna, poiché questo sarebbe stato visto come un segno di sottomissione nei confronti della donna, e quindi era vista come una perdita di virilità da parte dell’ uomo.
Anche con i tabù la società romana sottolineava quanto la donna fosse inferiore all’ uomo. Per lei il sesso non doveva mai essere un piacere, ma solamente un mezzo attraverso garantire una prole al marito.
Al pari delle cortigiane, vi erano gli eunuchi o gli spadones, cortigiani maschili, a cui ricorrevano non solo le ricche matrone, ma anche i loro mariti.
Gli spadones, uomini a cui erano stati schiacciati i testicoli nella pubertà, avevano perso la capacità riproduttiva, ma erano sessualmente attivi, ed erano molto richiesti come cortigiani d’ alto bordo.
L’ impossibilità di procreare, oltre all’ avere un aspetto fisico quasi femmineo, non suscitava la gelosia dei mariti, anzi veniva considerato da questi come una variante interessante all’ interno della coppia di coniugi.
Agli eunuchi o agli spadones, tuttavia, le matrone preferivano i gladiatori e gli aurughi, esempi di virilità, per i quali erano disposte a spendere cifre folli, pur di averli come amanti.
Solo con un amante una donna poteva provare piacere nel sesso, e sperare di trovare un poco di amore.

Le matrone dell’ alta società romana, quasi sempre, erano legate a uomini che non amavano, e da cui non erano amate.

L’ idea romana, molto rude, della virilità come mezzo con cui assoggettare il prossimo, inculcata nei bambini fin dalla più tenera età, trovava sfogo nel rapporto con la moglie, e con le altre donne in generale, stuprandola.

Lo storico Paul Veyne parla di “una virilità dello stupro“, un’ etica politica che affondava le proprie radici nel mito stesso della nascita di Romolo, fondatore di Roma.
Marte, invaghitosi della vestale Rea Silvia, violentò la giovane, mettendola incinta. Da quella violenza nacquero Romolo e Remo.
Come possiamo, dunque, aspettarci da una società che ebbe come origine uno stupro, se non l’ oggettificazione della donna?

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7 pensieri su “Tra matrimonio e sesso: le differenze nell’ antica Roma.

  1. trovo sempre interessanti e motivo di riflessione i tuoi post. Anche questo sui rapporti uomo – donna in epoca romana merita di essere lette e riflettuto. La donna virtuosa, la moglie, è solo un mezzo procreativo, l’uomo deve mostrare la propria virilità. Un concetto che si ritrova anche ai giorni nostri come eredità di epoca romana, questo in particolare tra i cultori dell’antico sfarzo dell’impero romano.

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