Dialoghi con Leucò, il mito dell’ uomo moderno.

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“La poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere.”.

                                            [Cesare Pavese- Il mestiere di vivere 20 Febbraio 1946]

I “Dialoghi con Leucò” furono l’ opera più cara a Pavese, tanto che egli lasciò, in autografo dentro ad una copia dei suoi amati dialoghetti, il suo ultimo messaggio.

“Perdono tutti
e a tutti chiedo
perdono.
Va bene?
Non fate troppi
pettegolezzi
Cesare Pavese”

Con questo suo estremo saluto, Pavese, impresse con forza, il quel suo “va bene”, “dominio e fermezza”, secondo l’ amico classicista Mario Untersteiner, profondamente commosso dalla morte dello scrittore: “Così egli volle e così deve essere. […] Di fronte a chi va incontro a questo mistero, bisogna tacere.”.

Il legame tra Pavese ed Untersteiner è particolamente evidente nei Dialoghi, dove lo scrittore mostra uno spiccato interesse ed amore per il mondo classico e la mitologia mediterranea.

[…] Siamo convinti che il mito è un linguaggio, un mezzo espressivo – cioè non è qualcosa di arbitrario ma un vivavio di simboli a cui appartiene- come a tutti i linguaggi. […] L’ inquietudine è più vera e tagliente quando sommuove una materia consueta. […] La poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere.”.

[Cesare Pavese- Il mestiere di vivere 20 Febbraio 1946]

I Dialoghi con Leucò sono profondamente marcati dal pathos esistenziale ed affettivo dello scrittore, il quale riuscì a descrivere, in ventisette dialoghi, i grandi temi umani: l’ io e il mondo, la vita e la morte, l’ adolescenza e a maturità, l’ amore e la solitudine, il desiderio e l’ insoddisfazione del sesso, la fratellaza e la crudeltà, l’ innocenza e il peccato, la speranza ed il destino.

In ogni dialogo il linguaggio è elegante e poetico, ma al medesimo tempo familiare, soprattutto grazie allo sfondo dell’ azione, i boschi, reali ed irreali al medesimo tempo, idealizzati, atemporali, proprio come le amate Langhe, costanti quasi onnipresenti nella scrittura pavesiana.
I protagonisti delle ventisette conversazioni sono eroi, semidei, dei ed esseri umani. Tutti assieme, senza distinzioni di esistenza, analizzano le eterne paure umane.
Il titolo dell’ opera non è un semplice rimando al nome della nereide Leucotema, protettrice degli Argonauti, ma la traduzione greca del nome della donna amata da Pavese, Bianca, nel periodo della stesura del libro.

Perciò, fin dal titolo, lo scrittore introduce uno dei temi fondamentali dei dialoghetti, cioè quello della donna, essere ambiguo e pericoloso, dalla natura doppia, capace di riunire in sè, contemporaneamente, la figura materna e quella distruttrice.

Le donne dominanti nel libro sono esseri femminili che incarnano perfettamente questo dualismo: Circe (Le streghe), Artemide (La Belva), Medea (Gli Argonauti), Elena (La famiglia), Arianna (il toro). Tutte loro sono rappresentazioni della grande Dea Mediterranea, donne dal ventre fruttuoso, materne, capaci però di divenire subdole nei confronti degli uomini, sempre giustificati per le loro nefandezze che spingono le donne a divenire da creatrici a distruttrici, da madri ad infanticide, da mogli a tessitrici di inganni.

“Nei dialoghetti gli uomini vorrebbero le qualità divine; gli dei le umane. Non conta la molteplicità degli dei – è un colloquio tra il divino e l’ umano.”.

                                                         [Cesare Pavese- Il mestiere di vivere 31 Ottobre 1946]

Il sottofondo su cui si basa la narrazone è il contrasto tra il mondo titanico e il mondo delle divinità olimpiche.
I titani sono le divinità maschili, i sei figli di Gaia e Urano. Dal più giovane dei titani, Crono, nasce la generazione prima degli dei Olimpici.

La visione degli dei, nei dialoghi, si discosta, senza però abbandonarla del tutto, dalla quella di Callimaco, secondo il quale i Titani rappresentavano la forza caotica della natura, mentre gli dei della seconda generazione impersonificavano l’ ordine e l’ equilibrio, creando così un costante scontro simbolico tra misura ed eccesso, tra giustizia e tracotanza, tra kosmos e chaos, dualismi propri degli esseri umani.

Per Pavese, quindi, il mito è necessario, poichè senza di esso non esiste poesia, e senza poesia non ci può essere chiarificazione dell’ oscuro fondo della psiche.

Già Freud e Jung avevno analizzato, in maniera distinta e diversa, lo stretto legame tra psiche e mito.

Per Freud il mito non era altro che maschera dei più ancestrali complessi umani come, appunto, il complesso di Edipo, il quale “proietta una luce della quale non si è sognato- della quale si sogna- sulla storia della razza umana, sull’ evoluzione della religione e della morale.”.

“Crediamo di poterci congratulare con noi stessi per aver già raggiunto una tale vetta di chiarezza, convinti come siamo di esserci lasciati alle spalle tutte queste divinità fantasmatiche. Ma quelli che ci siamo lasciati alle spalle sono solo spettri verbali, e non i fatti psichici che furono responsabili della nascita degli dei. Noi continuamo ad essere posseduti dai contenuti psichici autonomi, come se essi fossero davvero dei dell’ Olimpo. Solo che oggi li chiamiamo fobie, ossessioni e così via. Insomma, sintomi nevrotici. Gli dei sono diventati malattie. “

                                                                                      [Carl Gustav Jung- Opere]

Jung, al contrario di Freud, vedeva nel mito il nucleo stesso della nevrosi, nate assieme alle prime civiltà

Netto contrappositore delle idee freudiane fu l’ antropologo Bromslaw Malinowski, il quale trovò nel mito la giustificazione retrospettiva degli elementi fondamentali che costituiscono la cultura di un gruppo: “La funzione del mito […] è quella di rafforzare la tradizione e di darle maggiore valore e prestigio connettendola alla più alta, migliore e più soprannaturale realtà degli eventi iniziali.”.

Tutto ciò è presente nei “Dialoghi con Leucò”, dove si può notare una compresenza di fragilità e di dignità dell’ essere umano, sensazione che Pavese marca volutamente. Mentre gli esseri umani godono dei pochi istanti concessi loro sulla Terra, gli dei ammirano quei delicati esseri effimeri, capaci però di essere tanto coraggiosi da affrontare il loro destino che li condurrà tutti, presto o tardi, alla morte.

“Gli dei per te sono gli altri, gli individui autosufficienti visti dall’ esterno.”.

                                                  [Cesare Pavese – Il mestiere di vivere, 6 Gennaio 1946]

Dunque i dialoghi possono essere letti come una ricerca dell’ autonomia umana, abbandonata dagli antichi dei, ormai decaduti, ed in completa balia del fato.

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10 pensieri su “Dialoghi con Leucò, il mito dell’ uomo moderno.

  1. Ciao Mara, che piacere rileggerti! Spero tu abbia trasvorso una buona estate! Ho letto sempre con interesse la tua dissertazione letteraria. Se non mi ricordo male, ti avevo chiesto se volevi essere… la mia “Musa” letteraria, diciamo così… consigliandomi testi da leggere. Se vuoi ancora, ne sarò felice; altrimenti va bene lo stesso. Buona serata! 🙂

  2. Dopo il lungo, lunghissimo silenzio estivo sei ritornata alla grande con un post magnifico, ricco di citazioni e riflessioni su Pavese e sulla filosofia junghiana.
    Veramente interessanti sono le tue parole che seguono un filo logico della riflessione sui dialoghi di Pavesi.
    Complimenti e ben tornata tra noi.
    Un caro abbraccio

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