Mastro-don Gesualdo, la religione della roba.

Mastro don gesualdo

“Suonava la messa dell’ alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora alla grossa. […] Tutt’ a un tratto, nel silenzio, s’ udì un rovinio , la campanella squillanite di Sant’ Agata che chiamava aiuto, usci e finestre che sbattevano, la gente che scappava fuori in camicia.”

                                                                                      [Mastro-don Gesualdo- Giovanni Verga]

Con un registro prettamente auditivo, Verga, inizia il secondo libro del suo ciclo dei vinti.

Il protagonista del romanzo è unico, Mastro-don Gesualdo e la sua solitudine si stagliano rispetto alle personalità degli altri personaggi, nobili che preferiscono morire di fame piuttosto che lavorare, la borghesia minuta, contadini e manovali asserviti alla durezza della loro esistenza e componenti della popoli e della nobiltà che si sposano tra di loro, i primi per elevarsi e i secondi per sfuggire alla miseria della decadenza.
Tutti chinano il capo di fronte a Gesualdo Motta, non per rispetto ma per i denari e le terre che l’ uomo possiede.

Conosciamo il protagonista mentre, sotto gli occhi del lettore, si lancia eroicamente tra le fiamme, per spegnere l’ incendio che sta consumando quel poco che rimane della patrizia dimora Trao.

“Brucia il palazzo capite? Se ne va in fiamme tutto il quartiere! Ci ho accanto la mia casa, perdio!”.

Egli non è, quindi, eroe di uomini, ma della sua roba, per la quale ha faticato e fatica, accumulandola con ansia e disperazione, poichè ogni suo denaro è stato guadagnato “Col sudore della sua fronte.”, infatti da semplice muratore è divenuto proprietario di un ingente patrimonio, senza mai l’ aiuto di nessuno.

L’ unica persona che veramente abbia mai amato l’ uomo, e che nel suo piccolo l’ abbia soccorso, è Diodata, la donna al suo servizio da sempre. Ella ha dato a Gesualdo dei figli, che egli non ha mai riconosciuto. A lei per prima il protagonista comunica che ha intenzione di sposarsi e capendo il timore di quella per la sorte dei figli, la rassicura garantendole una dote per sposare un uomo che possa mantenerla e badare ai bastardi del padrone.

“Mastro-don Gesualdo! Siamo arrivati fin lì! Mastro-Don Gesualdo che vuole sposare una Trao!”.

Il matrimonio tra Mastro-don Gesualdo e Bianca Trao è una turpitudine agli occhi dei due anziani fratelli della ragazza. Poveri, ma dignitosi, i Trao tengono più al loro sangue nobile che alla possibilità di una vita migliore, imparentandosi con un uomo ricco, ma plebeo, che potrebbe risollevarli dalla miseria in cui vivono, memori della grandezza passata della loro famiglia, ridotta in stracci e sommersa della polvere del tempo.

Bianca accetta sommessa il matrimonio orchestrato dalla zia, pronta ad espiare la sua colpa, arrivando a sposare un uomo che non ama, e che non potrà mai amare, poichè ella è legata, per sentimenti e per peccato, a suo cugino, il baronello Ninì Rubiera, il quale non vuole e non può sposare la fanciulla. Ninì è una marionetta nella mani della madre, la quale è temuta dal figlio, poichè ella sarebbe capace di non dargli più un soldo sino alla sua morte. La prospettiva di una vita povera inorridisce il baronello, il quale preferisce,vigliaccamente, non prendersi le responsabilità delle proprie azioni, e lascia andare Bianca incontro ad un matrimonio che par più un rito espiatorio e purificatore.

Bianca rappresenta completamente il concetto di vinto. Ella non lo è solo nello spirito, nel costume e nel comportamento, lo è soprattutto nel fisico esangue.
La ragazza ci viene descritta con “l’ aria umile e imbarazzata delle ragazze povere”, vestita di “lanetta, regalo della zia”, mentre l’ unica sua dote sono “i grandi occhi turchini e dolci, la sola che avesse realmente bella sul viso dilavato e magro dei Trao.”.
La sua magrezza eccessiva sembra quasi rappresentazione della fame atavica della sua famiglia, ridotta in misera, nonostante la sua antica nobiltà, grazie anche ai fratelli, i quali piuttosto che “vivere di salario” preferiscono campare “di limosina”.

La decadenza dei Trao non è solo economica, ma del loro stesso sangue, antico, vecchio, che non riesce più a colorare loro le gote.
Mentre Don Ferdinando ha perso il lume della ragione, chiuso tutto il giorno in una stanca con le “carte della lite”, Don Diego è un essere mite, dignitoso, ma incapace di farsi rispettare, sempre superbo, anche nella miseria, forte dei suoi nobili natali. Nelle sue vene scorre un sangue prezioso, fonte della sua stessa aristocrazia, “Virtutem a sanguine Traho.”.

Il dialogo-scontro con la cugina Rubiera, nata contadina e divenuta nobile con il matrimonio di interessa col Barone, è l’ umiliazione ultima di Don Diego, disposto anche a inginocchiarsi di fronte ad una plebea, perchè Bianca sposi l’ uomo che l’ ha offesa, privandola della sua virtù.
Mentre la nuova, baronessa è mossa dall’ etica utalitaristica e borghese del lavoro, molto vicina a quella di Mastro-Don Gesualdo, Don Diego è ancora legato al tempo in cui ogni cosa era dovuta ad un Trao, per nascita.

Mentre le vite di Bianca e di Ninì vengono decise a tavolino dalla Rubiera, aiutata dal resto dei parenti, riprende la storia di Mastro-don Gesualdo, sempre in movimento per incrementare i suoi guadagni.

Anche dopo il matrimonio, mentre il paese tutto spettegola alle spalle dell’ uomo, divenuto padre di una bambina settimina, rosea e in perfetta salute, cosa che non fa che aumentare le voci sul fatto che Isabella, la piccola, non sia figlia sua. Mastro-don Gesualdo non dà peso alle maledicenze, e continua il suo lavoro, instancabile, senza sonno, con qualsiasi condizione climatica.

“[Del] tracollo di mastro-don Gesualdo, […] Isabella sarà il massimo strumento: un tracollo il cui punto critico coincide con la parziale realizzazione delle ambizioni di ascesa sociale del vecchio muratore, attraverso il matrimonio della figlia con il duca di Leyra.”.

                                        [Verga tra ideologia e realtà, Vitilio Masiello]

Isabella, figlia tanto amata da Gesualdo, il quale la crede “sangue suo”, segna la rovina ultima del padre, logorandogli la vita e la roba, sino a condurlo, assieme agli altri “guai” dell’ uomo, ad una morte solitaria, desolata, nel palazzo Leyra a Palermo. Muore così come ha vissuto, senza amore.

Mastro-don Gesualdo è costretto, inerme, a veder lapidare il patrimonio, che ha faticosamente costruito in tutta la sua vita, dalle mani bucate della figlia e del di lei marito, abituato agli agi della sua nobile nascita, incapace di comprendere i dolori patiti dal suocero per accumulare un simile capitale.

“ ‘Si vede come era nato…’ osservò il cocchiere maggiore. ‘Guardate che mani!’.
‘Già, son le mani che hanno fatto la pappa!’.”

Solo la servitù di palazzo Leyra assiste alla morte del protagonista, commentando senza pietà alcuna le umili origini di chi, nato loro pari plebeo, è riuscito a “morire nella battista come un principe”.

Con la morte dell’ uomo niente rimane di lui, neanche il suo cognome. Isabella, da ragazzina, quando fu manda in collegio, vergognandosi del cognome paterno, privo di titoli, prese quello della madre, e successivamente quello del marito. I figli che ebbe da Diodata, tutti maschi, non furono mai riconosciuti dal padre.
Gesualdo, per salire la scala sociale, ha dovuto rinunciare a tutto, anche ad una prole sua, che portasse il suo cognome e lo continuasse nelle generazioni future.

“In mastro-don Gesualdo […] il ‘ tesoro degli umili’ è molto meno presente che nei Malavoglia. Qui Verga non tratta del disastro della miseria chiamandolo tragedia. […] Vuole un eroe che lotta e che vince, che si fa il suo gruzzolo e che poi soccombra sotto il peso del gruzzolo.”.

                                             [David H. Lawrence, Phoenix, trad. M. Sori Innocenti]

Mentre i Malavoglia tentano di procurarsi I denari necessari per riscattare la casa col nespolo, maestro-don Gesualdo non è mai sazio delle sue ricchezze, e accumula in maniera quasi compulsive.
La famiglia Toscano era chiamata, ingiustamente, Malavoglia, invece Gesualdo Motta soprannominato, in maniera dispregiativa, mastro- don  merita il suo epiteto, essendo egli nato in una famiglia di muratori e divenuto “campione della mercanzia”, come il Verga stesso lo connota, cioè un esemplare che , pronto a tutto per arricchirsi, è exemplum da cui prendono spunto tutte le canaglie, arrampicatrici sociali.

La mercanzia non è solo un qualcosa di tangibile, la roba, è piuttosto una nuova mentalità affaristica, di cui Gesualdo è il campione perchè è dotato di un forte spirito di abnegazione, riuscendo in fine ad accumulare, a mettere via, a divenire ricco abbastanza per comprare alla figlia un marito d’ eccezione, che risollevasse la nascita umile del muratore.

Con il suo protagonista, Verga descrive non solo il crollo della nobiltà, schiacciata dalla ormai ricca borghesia, ma la caduta della figura del pater familias, fino ad allora gestore del patrimonio e garante delle scelte matrimoniali per i figli.

L’ idea dell’ autore del ciclio dei vinti è un’ ambizione totalitaria, dove la concezione pessimistica verghiana non risparmia nessuno: tutti gli uomini sono dei vinti.

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9 pensieri su “Mastro-don Gesualdo, la religione della roba.

  1. D’altra parte non potrebbe essere che così. In Verga c’è una critica ad una caratteristica umana che diviene profondissima nella “sicilianità”, ossia l’accumulo della roba. In una terra nella quale non c’è stato mai nulla di realmente “stabile”, la roba può dare un’idea di stabilità, per quanto falsa. Il “Mastro” è un bell’esempio di questo. Ciao e sempre interessanti i tuoi post 🙂

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    • Verga è geniale nelle sue descrizioni. Leggendo il libro Gesualdo Motta ti trasmette la sua ansia di avere, di riscattarsi socialmente rispetto a quello nobiltà, che per quanto povera, è pur sempre serena, nonostante tutto.
      Ti ringrazio del tuo commento, delle tue osservazioni e soprattutto del tuo apprezzamento.

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