A ritroso, il perfetto decadente.

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“Il suo disprezzo per l’ umanità aumentò; si acorse che il mondo, per la sua maggior parte, è composto di sacripanti e di imbecilli. Non aveva più alcuna speranza di trovare in altri le sue stesse aspirazioni e ripugnanze, di incontrare un’ intelligenza che, al pari della sua, si compiacesse di una studiosa decrepitezza.”.

 

                                                                 [A ritroso- Joris-Karl Huysmans]

Partendo dal titolo in francese, A rebous, tradotto come A ritroso o Controcorrente, si ha un significato più radicale come Al contrario o Alla rovescia, in quanto tutto il romanzo è un forte rimando di temi e di modalità che vanno a sovvertire i canoni del positivismo.

Huysmans, da prima naturalista, soffoca gli schemi di questa corrente letteraria, che implode in se stessa culminando nella centralità dell’ uomo, rappresentante solo di sè e del suo mondo, annullato dalla nevrosi.

“Non vi era dubbio che la decadenza di questa antica casata aveva seguito regolarmente il suo corso; […] sopravviveva un unico rampollo, il Duca Jean, un esile giovanotto di trent’ anni, anemico e nervoso, dalle gote scavate, gli occhi di un azzurro freddo di acciaio, il naso dilatato e tuttavia diritto, le mani secche e gracili.”.

Des Esseintes, uscito dal collegio gesuita ed entrato in possesso della sua ingente eredità, si immerge nella vita frenetica di Parigi, frequentando i salotti e le case di tolleranza, vive cioè come tutti si aspettano che faccia un giovane rampollo, di un’ antica dinastia, in pieno possesso dei propri mezzi e scapolo.

Ben presto, però, si trova annoiato e disgustato dalla società, soprattutto dai suoi coetanei. E dopo aver tentato di canalizzare ogni suo sforzo nella figura della donna, più che nella persona, ma un ennesimo tentativo lo convince che il mondo è marcio e ricoperto di bruttezze. Oggetti orrendi e persone ripugnanti, anche se visti di sfuggita per pochi istanti, possono impressionarlo a tal punto da rendelo ossessionato da quell’ immagine.

Prende quindi la decisione più importante della sua vita, decide di fuggire, di isolarsi dal mondo, soprattutto dopo aver scoperto di aver dilapidato la maggior parte del suo patrimonio ed è quindi costretto a vendere il castello di famiglia per potere acquistare dei titoli per garantirsi una rendita.

“Scoprì una bicocca in vendita sopra Fontenay-aux-Roses, in un luogo appartato, senza vicini, presso il forte: il suo sogno era esaudito.[…] Provava un’ allegrezza tanto più viva in quanto si vedeva abbastanza lontano, sulla sponda, perchè il flusso di Parigi non lo raggiungesse e tuttavia abbastanza vicino alla capitale per essere confermato nella sua solitudine da questa vicinanza stessa.”.

In questa nuova casa, da arredare e modificare perchè divenga il suo suo rifugio perfetto da tutto ciò che è sgradevole e senza armonia, Des Esseintes diviene un solitario eroe di una vita artificiale, plasmata e storpiata, per raggiungere una perfezione, inesistente in natura, che si contrapponga alla volgarità dell’ esterno e degli altri.

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Con maniacale attenzione viene descritta la scelta della rilegatura dei libri che copriranno le pareti e le  finestre, dai cui vetri scuri filtra la luce solare, impreziosendola con la presenza di minuscole paiuzze dorate ai loro interno. Ma quello a cui più, il protagonista, presta attenzione è la selezione dei colori delle pareti. Li studia con attenzione, non tralasciando nessun particolare, trascinando il lettore in un’ orgia di colori vividi e penetranti.

“Voleva colori il cui carattere si affermasse alla luce artificiale delle lampade; […] perchè la sua vita si svolgeva di notte, quando si sentiva più in casa propria.”.

Ogni oggetto, stoffa o tappeto è scelto per il bisogno estetco di Des Esseintes, che canalizza tutti i suoi sforzi nella creazione di un universo di perfetta, artificiosa, bellezza in cui salvarsi.

Anche la cernita dei servitori, tra quelli che prima lavoravano nel castello di famiglia, viene fatta meticolosamente. Tiene con sè i due che si presero cura della madre malata, poichè avvezzi alla puntalità di chi somministra medicine e silenziosi come coloro che non dovono turbare un eterno silenzio, interrotto unicamente per le preghiere.
Il protagonista costringe i due servitori ad indossare pantofole con una spessa suola di feltro, così che non facciano rumore, ed adibisce il primo piano della casa a loro uso, foderando il pavimento di tappetti, in modo che non li oda sopra la sua testa nei loro andirivieni.

Con una complicata rete di scampanellii,che a seconda di durata e rintocco, impartisce gli ordini, così da non dover incontrare nè parlare troppo spesso con i domestici.

In questo forzato isolamento, claustrofobico soprattutto per il lettore vittima di colori accecanti, profumi dirompenti con le loro fraganze diverse che si mischiano saturando l’ aria ed i mobili e le stoffe opprimenti, la nevrosi prende il sopravvento, costringendolo a letto.

Come unica soluzione, per poter guarire, il medico decide di farlo tornare in città, a contatto con le persone.

Il suo vedetto […] era che solo la distrazione, il divertimento, la gioia potevano influire sulla malattia.”.

La figura del medico, che sentenzia di abbandonarlo in caso non segua la sua prescrizione alla lettera, lo strappa infine dal suo edonistico nido. Il rientro nel mondo è necessario, l’ isolamento non potrà far altro che aggravare la nevrosi.

Il pensiero dell’ imminente partenza, è un’ attesa snervante, accompagnata dal rumore monotono e fastidioso del martello che viene adoperato per inchiodare le casse, ogni cosa è stata riposta, ma il protagonista non trova ancora la forza di capire che sta realmente per buttarsi di nuovo in quel gorgo di mediocrità e bruttezza, cioè la società moderna.

Presto dovrà riprendere la sua posizione sociale a Parigi, abbandonata quando nei salotti regnava l’ aristocrazia di sangue, ora invece in mano all’ aristocrazia del denaro, la borghesia.

Lo scrittore Jules-Amédée Barbey D’ Aurevilly commentò l’ opera Huysmans con una frase, una scelta che si rivelò profetica: “Dopo un libro tale, al suo autore non resta che scegliere tra la bocca di una pistola o la croce.”.

Huysmans arrivò ad una profonda conversione spirituale che, proprio come Des Esseintes, lo sosterrà negli ultimi anni sofferenti di vita provati da una malattia atroce.

Des Esseintes è un eroe decandente, baluardo ultimo di un’ aristocrazia finita, soppiantata dalla nuova e ricca borghesia, che si è imposta a forza sul panorama economico e sociale.

Egli non può più trovare tutte le risposte che cerca nel positivismo scientifico, quindi torna alla origini della sua vita, ai tempi felici dei collegio gesuita, alla cattolicesimo. Nella ritrovata religione domande e risposte sono scritte da millenni, i dogma risolvono i dubbi che ancora potrebbero nascere, conferendo una sicurazza ed una certezza di eternità.

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18 pensieri su “A ritroso, il perfetto decadente.

  1. Wow! Mi sono innamorata della tua “recensione” (termine riduttivo che non rende merito a quello che scrivi), voglio leggere questo libro!!! 🙂 buona giornata!!!

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      • Grazie 🙂 Il decadentismo mi affascina tanto, perché da una parte lo disprezzo e mi da la nausea, dall’ altro mi fa l’effetto di una cosa da cui non riesco a togliere lo sguardo!

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