La Mostellaria, lo specchio della vita.

maschere

GRUMIO: Exi e culina sis foras, mastigia,

                  qui mihi inter patinas exhibes argutias.

                  Egredere, erilis permities, ex audibus.

                  Ego pol te ruri, si vivam, ulciscar probe.

                  Exit. Inquam, *e nidore popinae*; quid lates?

TRANIO: Quid tibi, malum, hic ante aedis clam<it>atiost?

                 An ruri censes te esse?

 

GRUMIONE: Esci dalla cucina se vuoi, pendaglio da forca

                       Tu che mi fai lo spiritoso tra le cassaruole

                       Esci fuori da casa, disgrazia del padrone.

                       Io per Pelluce, se vivrò, te la farò pagare.

                       Esci, ti dico, dalla puzza della cucina perchè ti nascondi?

TRANIONE: Che è questo baccano, accidenti, d’ avanti alla porta?

                     Credi di essere in campagna?

   [Mostellaria, Plauto, vv 1-7. Trad. Mara Carlesi]

Per Cicerone la commedia doveva essere “imitazione della vita, immagine del vero”.

In Plauto questa asserzione esiste, e si muove sul palcoscenico mostrandoci la quotidianità, senza eroi, senza sentimenti puri o sacrifici. Ogni azione rappresenta la verità del genere umano, soprattutto nelle accezioni negative.

All’ inizio della Mostellaria, Plauto ci presenta i due servitori Grumione, il servo currens, preoccupato di come Filolachete, il padroncino, stia sperperando il patrimonio del padrone, e Tranione, servo che incita il padroncino alla vita dissoluta.

Fanisco, altro servitore, è invece un servus currens solo per esigenza. Ad egli non interessa che i beni del padrone vengano dissipati, teme solo di incorrere in qualche punizione, così si dimostra fedele al padrone, mentre è fedele unicamente a se stesso e alla propria incolumità.

L’ azione dell’ intera commedia è basata sulla contrapposizione, i figli con i genitori, i servi con i padroni.

Il ruolo emarginato e oggettivo dei personaggi femminili è coerente con la posizione della donna nel mondo sia greco che romano.

Il fascino del comico, però, sta proprio nel rovesciamento della realtà e dei suoi canoni.

In questo la figura del servo, come forza dominante e scatenante, trova il suo significato. Anello debole della catena sociale, lo schiavo, si afferma come padrone della scena.

Egli è il collegamento tra il pubblico e ciò che avviene sul palcoscenico, è tramite di due mondi separati, guida dell’ azione ed è inoltre, praticamente, onniscente.

Il tema della punizione fisica, degli schiavi, è un argomento fondamentale e ricorrente nella commedia plautina. Gli schiavi erano considerati, a tutti gli effetti, parte integrante del patrimonio immobiliare.

“Hocine boni esse officium servi existumas,

  ut eri sui corrumpat et rem et filium?”

“Questo pensi che sia il dovere del bravo servo,

  rovinare sia il figlio sia il patrimonio del padrone?”

 [Mostellaria, Plauto, vv27-28, trad. Mara Carlesi]

Da ciò che dice Grumione, apprendiamo che nella società romana, il pater familiars ha un rapporto di tipo proprietario non solo sui beni materiali e sugli schiavi, ma anche verso i membri della sua stessa famiglia.

La Mostellaria è una commedia particolare, avvolta in un’ atmosfera nera, tipica della tragedia.

Tranione per evitare che il suo padrone, appena tornata da una lunga assenza, entri in casa e trovi il figlio, Filolachete, assieme a Filemazio, schiava dal giovane liberata prendendo soldi ad usura, inventa la storia di un fantasma che infesta la dimora.

L’ anima di un ospite, ucciso dal precedente proprietario dell’ immobile, vaga per le stanze.

Il racconto, vivido di particolari, è efficacissimo a tenere Teopropide lontano dalla sua proprietà.

E, nonostante le difficoltà del servo nel reggere una simile menzogna, Trainone è un genio dell’ improvvisazione, tanto da utilizzare gli elementi di disturbo, sulla narrazione, come puntelli per rafforzare il suo piano.

Egli è un equilibrista, gioca sul filo del disastro ed esce dal pericolo cacciandosene in un altro, peggiore del primo.

E’ il protagonista assoluto della scena, l’ unico in grado di “far vedere” l’ irreale e l’ incredibile alle sue vittime, plagiandole a suo piacimento, rimodellando le loro stesse parole per convincerli della ragione delle sue.

I personaggi, usati da Plauto, sono dei tipi umani, come il senex, il lenonem, il servus e l’ adulescens, ben conosciuti al pubblico della commedia.

L’ autore non vuole porre interrogativi problematici sul carattere dei personaggi, nè ha particolare interesse per l’ etica o la psicologia.

Tra tutti, però, Plauto ha chiaramente il suo favorito: il servo, ribaldo, amorale, truffatore, creatore di inganni e risolutore della situazione.

Nel teatro plautino il servitore ha uno spazio del tutto eccezionale: gestisce l’ intreccio, controlla, influenza e commenta, con ironia e lucidità, tutti gli avventimenti.

La posizione del servo, che regge le redini della commedia, spesso ha un equivalente con il poeta drammatico. Non a caso il servo è il personaggio che gioca di più con le parole, è un cercatore di immagini, di metafore, di doppi sensi, di allusioni, di menzogne, di battutacce.

E’, quindi, il vero portavoce dell’ originalità creativa di Plauto.

Il lieto fine, ovviamente,è garantito.

Cos’ è una commedia se non una tragedia con un epilogo piacevole?

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10 pensieri su “La Mostellaria, lo specchio della vita.

  1. Ciao Mara, è proprio come accade spesso nella vita: persone che paiono marginali per sostanze, cultura, estrazione sociale, alla fine fungono da perno. Bel post, un caro saluto 🙂

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  2. Possiamo dire che la tragedia è una commedia con un epilogo triste e tragico.
    Il classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
    Battute a parte, Plauto e le sue commefie sono attuali anche al giorno d’oggi. Quella che hai descritto con molta maestria potrebbe adattarsi al nostro quotidiano.
    Complimneti.

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