La Certosa di Parma, tra il sublime ed il ridicolo.

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“Fabrizio era partito deciso a parlare all’ Imperatore, non gli era mai passato per la testa che potesse essere una cosa complicata.”. (La Certosa di Parma- Stendhal)

Tutto il romanzo è oscillante, pericolosamente in bilico tra armonico disordine, energia e movimento, passato idealizzato e un presente cupo e restrittivo.

I personaggi di Standhal si muovono in un tempo caro allo scrittore, un’ era di libertà, di possibilità di ascesa sociale per gli uomini di talento, di ricerca della felicità e dell’ amore, sentimento imprescindibile per l’ autore, che considera le virtù dell’ era napoleonica perse durante la Restaurazione, anni rigidi e ingiusti.

Protagonista della vicenda è Fabrizio del Dongo, un essere istintivo, che agisce sempre sotto l’ urgenza dell’ impulso interiore. Viene accompagnato, sino alla fine, da un senso di fatalità in ogni sua scelta, tipico dell’ eroe romantico, benchè Fabrizio è alquanto differente dalla concezione classica dell’ eroe romanticamente proteso alla ricerca della grandezza. Egli cammina in bilico sul confine dell’ ideale romantico e del ridicolo, per i suoi eccessivi slanci entusiastici e privi di realismo.

La realtà, per il giovane del Dongo, è qualcosa di astratto, rimodellata dalla sua fantasia e dall’ ideale stesso di verità che egli si è costruito internamente. Un pò come Madame Bovary, di Gustave Flaubert, Fabrizio è perennemente combattuto tra la passione e la noia, la libertà o la claustralità, vita o morte; per poi spegnersi nella rinuncia finale, spinto ad isolarsi dal suo male di vivere.

Angiolina contessa Pietranera, duchessa Sanseverina e contessa Mosca, zia di Fabrizio, è una donna astuta, ma non per questo dura.

Rimasta vedova, con ben pochi mezzi, viene chiamata alla corte di Parma dal suo amante, il Conte Mosca. Onde evitare le voci su una loro relazione, Gima accetta di sposare l’ ormai vecchio Duca Sanseverina-Taxis. Rimane nuovamente vedova, ma questa volta con un ricco patrimonio ed una posizione socialmente elevata.

Il suo legame con il nipote va oltre il semplice affetto parentale. Ella lo ama come Madame de Renal Julien Sorel, ne “Il rosso e il nero”, sempre di Stendhal.

Ella sarà la salvatrice, in più casi, di Fabrizio. Per lui farà ogni cosa in suo possesso, economico e politico.

E’ una donna di potere, a Parma, dove si interessa alla politica, non come mezzo per sondare ed analizzare i conflitti sociali o per sete di potere, bensì per l’ azione in sè.

I protagonisti sono spinti, dall’ autore, ad un continuo muoversi, una riceca spasmodica che passa anche attraverso al fare materiale. Sono spesso individui animati da una vitalità potente ed inquita, protesi alla piena realizzazione di sè. Assecondano la forza istintiva dei loro desideri come l’ amore, la gloria ed il sacrificio per la patria.

Essi non temono di esprimere la propria vitalità, spingendosi, a volte, sino alle più estreme conseguenze.

L’ azione primaria si svolge in Italia, terra descritta da Stendhal come una sorta di ideale “altrove”, rispetto al grigio opprimente della realtà contemporanea allo scrittore. Tanto l’ Italia è per egli un rimasto solo, privato dell’ unico sentimento in cui questi riconosce la pienezza dell’ esistenza, la certosa, il Castello di Vignazio, è un luogo di attesa della morte, solo rimedio per riavere ciò che ha perduto e mezzo per ricongiungersi alle persone a lui care.

Fabrizio e Clelia hanno un il classico amore del romantincismo. Uno sguardo e l’ uno si lega all’ altra in maniera indissolubile. Un simile amore, però, è destinato alla tragedia.

Clelia è un’ icona di bellezza e di tormenti spirituali, come ogni figura femminile romantica. La sua visione dell’ amore è di stampo infantile, ben lontano dalla passione e del coraggio di Gina. E’ un essere fragile, incapace di sopportare i dolori che la vita le prospetta con la morte del suo bambino. Infatti, non sopravvive, morendo di dispiacere.

“La Certosa di Parma”, scritta nell’ età della Restaurazione è un’ aperta critica, dello scrittore, al conformismo sociale e politico. Egli condanna la prevalenza di dei valori borghesi, primo tra tutti il mero interesse per il profitto.

A questi tempi contrappone gli anni tra la Rivoluzione e la caduta di Napoleone, momenti che vengono mitizzati esaltando lo spirito di avventura, la concezione eroica della vita.

I mutamenti economici e sociali, gli schieramenti politici, gli ambienti e le mode presneti come uno sfondo che influisce sulle vite e le vicende dei protagonisti, condizionando il loro modo di essere, la loro personaltà.

La Certosa, quindi, è simbolo di uno spazio inaccessibile, anche agli occhi del lettore stesso, un luogo di isolamento e rinuncia.

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13 pensieri su “La Certosa di Parma, tra il sublime ed il ridicolo.

  1. Questo è il web che mi piace leggere e incontrare, talvolta ne sono stupefatto perchè non lo ritenevo possibile. E’ vero quel che dici sui personaggi maschili di Stendhal e non ho mai capito perchè le sue donne invece siano tanto piene di passione “moderna”. Molti anni fa in una via di Parma, in un antico giardino( il giardino S. Paolo) che si dice sia stato testimone dell’amore di Fabrizio, mi posi la stessa domanda. Ero assolutamente solo e così restai, nessuna delle entità arboree seppe darmi una risposta, frusciavano al vento la distanza planetaria tra i due generi.

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    • Le donne di Stendhal sono piene di passione, hai ragione.
      Sono essere che lo stesso autore vuole descrivere in maniera sublime, le vere protagoniste.
      Gli uomini incarnano i difetti della società, e li indossano con poca eleganza.
      TI ringrazio della tua osservazione.

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  2. Il rosso e il nero lo devo ancora leggere, ma ho letto la Certosa di Parma e l’ho adorato. Non so se sono strana io, ma a me, in alcuni punti, ha fatto letteralmente scompisciare; un’ironia ridicolmente esilarante, che si intromette e si amalgama alla perfezione alla critica sociale di cui giustamente parli. Non so cosa ne pensi tu, ma io ho ritrovato un’analogia col Candide di Voltaire nella pirma parte del libro; Fabrizio è il naïf del XIX secolo.
    Concordo con te sul personaggio della contessa, donna magnifica (anche se un pò stronzetta e morbosa), sa quello che vuole e sa come ottenerlo.
    Un saluto! 🙂

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    • La battuta della Sanseverina sull’ ignoranza di Fabrizio, che appare ignorante a lei che non ha studiato molto, è una scena esilarante inefetti.
      Ti consiglio di leggere “Il Rosso e il Nero”, è meraviglioso.
      Un paragone con il Candido?
      Mmmm non ci avevo mai pensato, che relazione vedi tra “il migliore dei mondi possibili” e la Certosa?
      Mi hai incuriosita.

      Mara.

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      • Il rosso e il nero è già in wish list dai tempi della Certosa quindi non mancherò di leggerlo 😉
        Il paragone col Candido che ho riscontrato io sta proprio nella naïveté dei due personaggi: come Candido anche Fabrizio parte spensierato, animato di un sincero ottimismo, verso l’avventura. E questa natura sprovvedutamente ingenua mi pare si manifesti molto nella prima parte, quando Fabrizio parte al fianco di Napoleone e, come a Candido, gliene capitano di tutti i colori.
        Non so, è stata un’intuizione istintiva e molto soggettiva, ma forse ho associato malamente i due protagonisti io 🙂

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      • Ti ringrazio tanto! Purtroppo sono passati già un pò di anni dalla lettura e ho paura di non ricordare con precisione molte cose, comunque cercherò di rimediare 🙂 Grazie ancora e continua così, hai un blog davvero interessante e di qualità!

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