Madame Bovary, l’ illusione e il desiderio.

madame bovary

“Eppure lo amo!” ripeteva a se stessa. Ma questo non aveva nessuna importanza! Non era felice, non lo era mai stata.

(Madame Bovary- Gustave Flaubert)

Il desiderio e l’ angoscia del vuoto sono sentimenti che nascono e degradano, lentamente, sino alla loro naturale morte, per tutta l’ opera. La dinamica del desiderio, nell’ opera di Flaubert, è genesi di un profondo squilibrio, da qui Emma ama come si divora, ama tragicamente, incapace di assimilirare. Ella si lascia stregare da una lussuria che la divora, e allo stesso tempo è oggetto di attenzioni e desideri di natura feticista, che va a distrugere l’ interezza della sua vera identità.

Per Jung il pregiudizio collettivo impedisce all’ individuo di divenire se stesso.

Dunque Emma si frena. La paura della morale, inculcatale dalle Orsoline, e la paura dell’ opinione pubblica la bloccano. Vive in un profondo desiderio psicologico. E’ combattuta tra ciò che deve essere per gli altri e ciò che vuole essere, portandola ad essere duplice.

Le caratteristiche fondamentali di Emma sono, da una parte un fisico sano e robusto proprio della vita di campagna, dall’ altro un impulso interiore di sentirsi superiore a ciò che realmente è. Ella ignora la spontaneità delle emozioni, le percepisce come uno sforzo, cedendo così al fascino dell’ ideale, incarnato dalle eroine dei suoi romanzi. E’ dunque combattuta tra il suo vero io e quelli fittizi che si crea lei stessa.

La realtà è filtrata e deformata dalla sua galoppante immaginazione, unico mezzo per la donna di sfuggire l’ insignificante ed insipida quotidianità. Il mondo reale è compromesso, a questo punto. Solo ciò che è irraggiungibile, economicamente e moralmente, è in grado di dare piacere alla protagonista.

Lo stesso interesse per la vita parigina e le sue passeggiate, attraverso una cartina, per le vie della capitale sono per la protagonista una preparazione, a suo avviso a breve termine, di ciò che le accadrà. Senza capire invece che è un volo pindarico, un’ eventualità remota.

Emma è destinata all’ insuccesso, non tanto per la grandezza delle sue aspettative e dei suoi sogni, tanto quanto per l’ odio che ella prova. L’ odio è un fattore di notevole importanza, nella psicologia della donna.

L’ astio si concretizza trovando sfogo nei comportamenti del marito, Charles. Ella si sente ingannata dall’ uomo, e lo incolpa di ogni suo dispiacere e della sua tristezza. Non si avvede che ciò che lei percepisce solo come monotonia è il modo di amare del marito. Emma, però, oltre a covare questo infinito rancore, non farà nulla per cambiare la sua situazione matrimoniale. Non agisce, se non, simbolcamente, distruggendo la sua unione.

“Lo buttò nel fuoco. S’ infiammò più veloce della paglia secca […] Emma lo guardò bruciare.”.

L’ episodio del bouquet, distrutto dalla protagonista che l’ osserva distruggersi tra le fiamme, è una metafora della rovina definitiva del suo legame con Charles. La sua unica azione è quella di osservatrice. Una forza esterna ha sciolto quel vincolo.

Emma è, in qualche modo, un’ eroina perchè cerca di combattere il suo male di vivere, andando anche contro alle ristrettezze della sua realtà. Cerca di realizzare il suo mondo interiore, senza mai agire concretamente. Vuole vivere un amore appassionato ed intenso, proprio come quello descritto nei suoi romanzi. Ma per far ciò dovrebbe andare contro la morale comune.

Il tradire è quindi una drammatica ricerca della libertà, che richiede sacrificio etico ed emotivo.

Emma ama Leon perchè entrambi soffrono del medesimo male. Ella però non gli si concede, fisicamente, non per morale, ma perchè pensa che il sacrificio di un tale sentimento sia un ideale tanto magnifico che deve essere perseguito.

Ciò che condivide con Rodolphe, uomo ben esperto in fatto di donne, è capace, finalmente, di soddisfare la passione di questa, poichè il suo amante rappresenta in pieno l’ ideale di compagno, romanzesco. La rottura con il suo amore assoluto, così da ella considerato, la fa sprofondare in una tristezza tale da distruggere il suo mondo interiore. Si risveglia in lei il senso critico. Cerca, nuovamente, di salvarsi dando a Leon la maschera dell’ amore perfetto, ma questo, deludendola, la conduce, in maniera inconsapevole, ad un atto che lei ha già diverse volte meditato, il suicidio.

Il suicidio è una punizione per aver permesso all’ immaginazione di provare a plasmare la realtà, adattandola a canoni propri della fantasia. Il risveglio della capacità critica non è un segnale di guarigione, bensì della fine che si avvicina in maniera ineluttabile.

Emma è l’ esempio della sua malattia, il bovarismo, cioè la quotidiana insoddisfazione è, indice ed espressione della necessità di superare se stessi, desolata dalla realtà del proprio essere che impedisce di realizzarsi diversamente da come si è.

La protagonista è tesa, in tutta l’ opera, all’ elevazione sociale ed economica, ricercando, nel frattempo, l’ apice massimo di soddisfazione raggiungibile in amore. Dissipa la sua intera esistenza dietro ideali, a parer suo, indispensabili, perdendo mano a mano gli affetti reali che la circondano.

Il binomio adulterio e morte è ben evidente anche in Anna Karenina, Il rosso e il nero, nel canto di Paolo e Francesca.

Il costante richiamo ad eros e thanatos sottolinea la tragicità dell’ amore, soprattutto quello adulterino, che per desiderio, passione e voglia di cambiamento va a rompere un patto sociale, quale il matrimonio, in alcuni casi infelice in altri incompreso.

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4 pensieri su “Madame Bovary, l’ illusione e il desiderio.

  1. Molo interessante la tua spiegazione psicologica. Credo che quando un animo umano è complesso, articolato, e ricco di sfumature come quello di Emma le azioni ed i pensieri possano sfuggire al senso comune. E Flaubert è stato un genio nel farcelo
    comprendere

    • Emma è vittima di se stessa, un qualcosa interessante.
      Si autoinfligge dolore, credendo così di elevarsi.
      Si priva di ciò che desidera, per poi ricercarne il doppio.
      La sua eterna insoddisfazione è grandiosamente descritta da Flaubert, che mai la giudica nè l’ accusa.

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